Domenica, 19 Settembre 2021
Attualità Centro / Via Reggio Campi

Tritoni di bronzo e il rito alle tre fontane: tra i tesori nascosti, fonti minerali e termali

Quattro chiacchiere con il professor Francesco Arillotta, presidente dell'associazione Amici del Museo. A spasso nella storia di Reggio alla scoperta di tante curiosità

Una cartolina storica de Le tre fontane (foto dalla collezione di Domenico Notaro)

Continua il nostro excursus storico in compagnia del professor Francesco Arillotta, storico reggino, alla scoperta delle tante curiosità che riguardano la città. Dopo le sette porte di Reggio Calabria oggi toccherà ai tritoni di bronzo e al rito de "Le tre fontane" allo sbocco di via della Giudecca sulla via Reggio Campi.

Arillotta Franco-2La città dopo il devastante terremoto del 1908 ha cambiato volto e forse non tutti sanno che prima di quella data non esisteva il sistema idrico che noi tutti conosciamo oggi. C’era invece un grandissimo numero di pozzi sparsi per la città, quasi tutti nei cortili interni dei fabbricati, pochi quelli in luoghi aperti tra questi uno esistente davanti la chiesa di San Nicola “de pùteo”

“La soluzione generale - racconta lo storico - si era trovata captando sulla spiaggia le falde acquifere che, scendendo dalla Collina del Trabocchetto, arrivano al mare. Abbiamo avuto, così, nel corso dei secoli, la ‘Fonte Aretusa’, la ’Fontana vecchia’, la ‘Fontana nuova’, la ‘Fontanarossa’, la ‘Fontana della Pescheria’. In quest’ultima, l’acqua sgorgava dalla bocca di ben quattro delfini di bronzo, collocati in nicchie di pietra, che si raggiungevano scendendo alcuni gradini”.

Dopo il celebre sisma ci fu un cambiamento radicale, l’acqua arrivò direttamente nelle case: “Si realizzarono gli acquedotti - dichiara Arillotta -  la Fontana della Pescheria fu smontata: i quattro delfini e le relative nicchie, depositati in un cantiere comunale”.

Ma c’è un fatto che merita di essere annoverato: “Agli inizi degli anni ’60 - aggiunge lo studioso - avvenne che l’acqua di una fontanella pubblica, sistemata allo sbocco di via della Giudecca sulla via Reggio Campi, che sfruttava il pozzo di servizio del Monastero delle Visitandine di Sales, risultò molto apprezzata dai reggini per la sua leggerezza e per la sua digeribilità, tanto da segnare un frequente afflusso di cittadini che se ne approvvigionavano abbondantemente”.

Tre Fontane-2

Da qui arrivò l’idea dell’assessore ai lavori pubblici del tempo, commendatore Filippo Aliquò Taverriti, di realizzare una struttura dalla quale sgorgava quella che fu nota come “L’acqua delle tre fontane”, essa era costituita da tre delle quattro antiche nicchie, e da tre dei quattro famosi delfini.

“La ulteriore particolarità sta nel fatto che - precisa  Francesco Arillotta - alle analisi opportunamente fatte l’acqua risultò lievemente magnesia; il che spiegava la sua digeribilità. Andare a bere un sorso d’acqua delle ‘tre fontane’ dopo aver abbondantemente mangiato, diventò per i reggini quasi un rito”.

A completamento dell’angolo rievocativo, Arillotta "propose di recuperare, dai grandi depositi del Museo Archeologico ivi giacente, una bella lapide cinquecentesca dedicatoria, che a suo tempo ornava proprio una delle fontane sulla spiaggia".

scalinata via giudecca degrado 02

"Il rito venne cancellato dopo una decina d’anni, quando la pompa in fondo al pozzo di Sales si guastò, e da allora non è stata sostituita. È stato, invece, sostituito l’apporto di acqua, facendolo derivare dalla condotta generale. Eliminando, ovviamente, quegli effetti benefici che avevano reso l’acqua delle ‘tre fontane’ famosa. A cambiare ulteriormente le cose anche i lavori per la realizzazione del tapis roulant sulla via della Giudecca: “I delfini bronzei sono stati smontati e conservati da qualche parte. Così come è stato conservato il quarto delfino, che per alcuni anni aveva ornato una fontanella piuttosto ‘incongrua’ nella piazza del Castello”.

Tre fontane delfino-2Quella della presenza di acqua con caratteristiche minerali, non è una novità per la nostra città: “La ‘Fontana Rossa’ -conclude il professor Francesco Arillotta - si chiamava così perché gettava acqua ferruginosa; sotto la via Pietro Foti, all’altezza di palazzo Alvaro, nell’’800, è attestato un pozzo di acqua solfurea. Nell’area di palazzo Campanella è stata segnalata la presenza di acqua calda. Reggio, fra gli altri tesori nascosti, ha anche quello di naturali fonti minerali e quindi termali. Ma questa - conclude Arillotta - è un’altra storia…”

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