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Ancient Rhegium

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A cura di Pino d'Amico

Manca qualche ora all’alba, il terremoto è in agguato: la cronaca del Regio commissario d'Amico

Il devastante sisma del 1908 nel breve e drammatico resoconto del commendatore, che sarà Regio commissario dal dicembre 1942 al settembre 1943 e sindaco dall’ottobre 1946 al gennaio 1949

Manca qualche ora all’alba. Il tempo non è dei migliori. Una pioggerellina viene giù da ore. La tragedia è in agguato e si consuma in pochi minuti. Ecco la breve e drammatica cronaca del comm. Giuseppe d’Amico, che sarà Regio commissario dal dicembre 1942 al settembre 1943 e sindaco dall’ottobre 1946 al gennaio 1949.

"Il giorno 28 dicembre 1908 alle ore 5 antimeridiane vi fu quel terribile cataclisma che tante vittime e tanti danni arrecò in Messina, Reggio e paesi. L’intensità della scossa si estese da Lazzaro a Palmi e i morti si calcolarono a 100,000. Voler descrivere l’impressione provata nel fatale momento è cosa impossibile, poiché è stata tale la tensione dell’animo che ricordo l’inizio del moto, ma quando raggiunse il movimento il movimento vorticoso non ricordo nulla.

Due volte fui sbattuto a terra e mi destai quando un gran polverio mi soffocò. Nulla compresi che porzione della casa era già caduta. Il resto di essa si sprofondò dopo qualche giorno. Fortunati noi, perché ci dette il tempo a scappare. Precipitandomi fuori, vi trovai ignuda mia madre e molte altre donne. Era buio, pioveva. Strade ingombre di materiale, fili della luce elettrica, vetri. Fui costretto a tornar su a fuggi fuggi tirar qualche coperta avvolgere mia madre adagiarla sulle spalle e fuggire al largo. In piazza del duomo ove ci accampammo sino all’alba, si raccoglievano i fuggiaschi del quartiere Chianalea, i feriti e qualche cadavere.

Le scosse continuavano. Nulla si sapeva finché fu giorno dei due quartieri perché le strade ingombre e le case che minacciavano di cadere cioè quelle che rimasero. Dalla piazza del Duomo, dove ripeto eravamo raccolti, calmato il primo frastuono giungevano a noi lamenti, grida strazianti di morte. Inconscio del pericolo per quanto ho potuto mi son dato al salvataggio. Mi giunse lamento del povero Don Nunzio Canonico Vita – Mi slancio dalla piazza lo prendo in braccio, perché molto piccolo di statura, e lo porto al sicuro in piazza. Era anche lui con la sola camicia da notte.

Intento a far qualcosa di buono, mi vedo afferrato da Ettore Florio che al chiaro di un fascio di cannicciole cercava qualche aiuto per potergli salvare il padre. Alle sue preghiere commoventi, per quanto la famiglia mi trattenesse, sono riuscito appena in tempo di salvarlo mentre la balia Donna Rosaria, per quanto io abbia chiamato e battuto non dava segni di esistenza – si è vista dopo morta".
 

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