Lo Stretto necessario

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Lo Stretto necessario

A cura di Roberta Pino

Sono nata a Reggio Calabria ma, come dico sempre, appartengo all’Area dello Stretto. E già, le mie radici affondano tra una riva e l’altra di questo fazzoletto di mare che divide (o unisce) il continente dall’isola del mio cuore. Mamma reggina e papà del messinese, più precisamente di Milazzo, dove ho trascorso la mia infanzia felice. Ho un diploma di Ragioneria e una laurea in Economia e Commercio, anche questa conseguita a Messina. Ai miei tempi la facoltà di Economia non esisteva a Reggio e ricordo le mie traversate - non sempre piacevoli - con la motonave Edra, una volta al servizio delle Ferrovie dello Stato tra le due sponde. Il mio destino sembrava delinearsi quando, nel frattempo, vinco un concorso in un ente pubblico. Un avvenire già segnato, ma dentro di me c’era qualcosa di inespresso, una potenzialità a cui ho imparato a dare voce nel tempo: la mia passione per la scrittura che mi ha consentito di tuffarmi nel mondo del giornalismo. Riesco a prendere così, il famigerato tesserino di giornalista pubblicista con iscrizione all’ordine della Calabria. E da quindici anni ormai, cerco di conciliare , a volte in modo rocambolesco, il mio lavoro con la mia passione. Da tanto tempo ho abbracciato anche il mondo del volontariato, in particolare l'associazione Unitalsi, con cui, tra l'altro, si organizzano i pellegrinaggi a Lourdes. Amo leggere, viaggiare, il cinema, i gatti e i miei amici speciali. Amo soprattutto la mia terra e il mio mare.

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In fuga dai talebani: l’odissea dei migranti nell’ “Afghanistan narrato”

Dalla viva voce di M., un ragazzo afgano, il racconto del viaggio della speranza per rincorrere la libertà

La verità di una narrazione nelle parole di M., un nome volutamente scritto puntato per rispettare la sua volontà, ma dietro ad un nome velato, si svela, invece, una storia in carne e ossa, concreta, di cui pensiamo di saperne abbastanza, tanto quanto ci viene raccontato dai media, filtrato da un’informazione spesso alterata.

“Afghanistan narrato” attraverso le storie degli allievi della Scuola italiana in piazza è l’evento svoltosi nel cortile degli Ottimati, in una serata di fine estate, in cui protagonista è M., un ragazzo afgano, in Italia da poco più di un anno. (foto pagina Facebook Scuola italiana in piazza)

Afghanistan incontro Ottimati-2

E’ una storia di fuga, di abbandono della propria terra, di dittature subite, di libertà negate. Dalla sua voce narrante, viva e toccante, viene fuori un racconto che non lascia spazio all’immaginazione, perché è la cronaca di una storia realmente vissuta.

“L’Afghanistan narrato raccoglie l’esperienza di un allievo della Scuola Italiana in Piazza - spiega Ida Triglia, tra le fondatrici della Scuola che svolge lezioni di lingua italiana destinate alle persone straniere residenti a vario titolo in città - un ragazzo promettente con il grande desiderio di studiare, di laurearsi. E’ in Italia da poco più di un anno, ma ha imparato quasi subito la nostra lingua e come scuola ci stiamo impegnando di aiutarlo nel suo percorso. 

La storia di M. va condivisa con gli altri - prosegue Ida - perché ci aiuta a capire cosa sta succedendo in Afghanistan, cosa è successo in passato”. E la situazione dell’Afghanistan era caduta nel dimenticatoio, non se ne sentiva parlare ormai da tempo fino a quest'estate quando, durante un ferragosto infuocato dal caldo, di nuovo è tornata alla ribalta per i noti eventi dell’ennesimo ingresso dei talebani a Kabul e della scarsa resistenza del governo.

“Attraverso la storia di M. - sottolinea Ida Triglia - ci si rende conto che la popolazione, anche negli anni passati, ha vissuto nel terrore, sotto minacce continue dei talebani, che hanno costretto una parte di popolazione a scappare”.

Ed M. racconta del suo “viaggio” dall’Afghanistan all’Italia, dove approda nella costa ionica del crotonese. Un percorso tortuoso e difficile, lungo quasi cinquemila chilometri, durato ben quattro anni. M. ha ventitré anni, parla cinque lingue ed è ormai un punto di riferimento per la sua comunità. Vive nella città dello Stretto, nel campo profughi di San Sperato ed i suoi occhi trasmettono gratitudine per come è stato accolto. Un volto che si ammanta di dolore consapevole quando, invece, ripercorre l'esperienza drammatica del suo “viaggio” per fuggire alla sopraffazione dei talebani.

Un viaggio pericoloso, difficile, percorso a piedi dall’Afghanistan all’Iran, e poi verso la Turchia e la Grecia, passando dall’Ungheria, dalla Romania, dalla Macedonia e dalla Serbia. “Ho incontrato troppe difficoltà - racconta M. - in ogni paese ho dovuto fermarmi per tanto tempo per poter lavorare e guadagnare i soldi e pagarmi il viaggio. Solo un anno e mezzo ho vissuto in Turchia, dove non mi sentivo al sicuro. Lì le persone ti rubano i soldi, la vita per i rifugiati è difficile, in Italia ho trovato, invece, un porto sicuro”.

Nel suo percorso tortuoso M. ha dovuto difendersi da persone “disumane”, come afferma lui stesso, “la polizia di confine in Turchia ci prendeva tutto ciò che avevamo e ci impediva di raggiungere l’Italia”. Ma M. guarda lontano e avverte la necessità di fuggire dal suo paese martoriato, dove è più forte, in questo momento, la lingua della sopraffazione.

“Ho incontrato anche tante persone che mi hanno dato speranza e salvato la vita - racconta ancora - dopo tante traversie, dalla Turchia sono riuscito ad arrivare in Italia, cinque giorni in mare e sono approdato a Crotone”. Dalla costa ionica è arrivato a Reggio Calabria, dove ha fatto richiesta del diritto d’asilo. “Qui mi sento in sicurezza, protetto. Dopo una settimana, ho conosciuto la Scuola italiana in piazza e, grazie a loro, ho imparato la lingua italiana”.

Il suo vero sogno, però, è continuare a studiare, iscriversi in Economia e diventare un manager. I volontari della Scuola italiana in piazza lo stanno aiutando nella trafila burocratica per il riconoscimento dei documenti e dei diritti inerenti il suo status di rifugiato.

Rimanere in Afghanistan non aveva più senso, lì non c’era spazio per realizzare i suoi sogni. Quindi M. intraprende il viaggio della vita, rincorrendo la libertà ed il desiderio di diventare un professionista nel management. Un’odissea che, malgrado le molteplici intemperie, si è conclusa nel migliore dei modi, ma M. in Afghanistan, ha lasciato la famiglia.

“Sento i miei fratelli una volta al mese - spiega - e vorrebbero trovare un percorso per lasciare il paese. I talebani hanno ripreso il controllo del governo, sono dei dittatori, con loro non ci sono diritti, né lavoro, né sicurezza, né libertà”. In una sola parola, non c’è futuro!

Afghanistan incontro Ottimati 02-2

A coordinare l’evento nel cortile degli Ottimati è il professor Giuseppe Licordari. “Stasera assistiamo in pratica a quelle che sono le contronarrazioni, per usare un vocabolo di Simona Miceli, cioè quelle narrazioni non egemoniche che rendono verità alla vita - chiarisce Licordari - noi purtroppo siamo in un contesto in cui abbiamo narrazioni contro e ci stiamo schierando spaccati in due. Una narrazione come quella di M. ci permette di pacificare un altro punto di vista che non è il nostro, noi siamo quelli che viviamo nel “mondo buono”, e questa storia ci permette di accogliere lui e di fare in modo che questo mondo non sia diviso ma unito”.

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