Lo Stretto necessario

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La crescita sospesa: tra regressioni e possibilità della Dad

Impatti psicologici della didattica a distanza sugli adolescenti in uno studio elaborato dalla psicologa Maria Laura Falduto

Da nove mesi, ormai, l’acronimo DaD (Didattica a Distanza) è entrato a far parte della vita delle famiglie italiane con figli in età scolare. Amata o odiata, poco importa, questa modalità scolastica di formazione e di apprendimento è diventata obbligatoria per le note disposizioni governative emanate in tempi di Covid.

Una brusca sospensione delle attività scolastiche e delle interazioni sociali che ha determinato importanti conseguenze di impatto psicologico su tutti gli attori coinvolti (genitori, insegnanti, studenti), generando riflessioni con ricadute spesso negative. E il disorientamento provocato dalla Dad è stato e continua ad essere oggetto di studi e approfondimenti da parte di esperti psicologi. Interessante e stimolante analisi sull’argomento è quella elaborata dalla dottoressa

Falduto Maria Laura-2Maria Laura Falduto, psicologa, psicoterapeuta ad orientamento Psicoanalitico e Gruppo analitico, che svolge la sua attività clinica e di prevenzione al Centro di Medicina Solidale ACE e all’Ambulatorio di Medicina Solidale del presidio medico di Ateneo Università Mediterranea di Reggio Calabria. Autrice di diverse pubblicazioni e di articoli scientifici nazionali ed internazionali, la dottoressa Falduto ha sviluppato uno studio intitolato “La crescita sospesa: tra regressioni e possibilità della DaD”, in relazione soprattutto agli studenti più piccoli e in età adolescenziale, dei quali ha raccolto “il grido accorato che si cela dietro le parole”.

Appiattimento affettivo, paura dell’isolamento sociale e relazionale, timore di un immobilismo psichico sono gli aspetti regressivi della “crescita sospesa”, analizzati dall’esperta che sta collaborando con le istituzioni scolastiche in attività progettuali per la prevenzione e il sostegno del disagio giovanile. Un titolo che ha in sé qualcosa di poetico e il contenuto tiene conto di un linguaggio, nel discorso e nella relazione con “l’altro”, di lacaniana memoria.

Nello studio realizzato dalla psicologa Maria Laura Falduto, emerge l’espressione da lei coniata “presentificare la didattica” e cioè “cercare di tenere accese le menti e i cuori dei nostri ragazzi, rendendoli protagonisti e responsabili di nuove modalità di stare al mondo, modalità che forse saranno loro stessi a indicarci se alleniamo
l’orecchio all’ascolto del particolare, anziché continuare a pretendere di correre dietro lo standard, il programma, la prestazione. Questo tempo - afferma -non tarda a ricordarcelo.

Se vogliamo salvare la scuola è impossibile pensare di trasferire la didattica tradizionale dietro lo schermo, ma è necessario ripensarla con creatività”.

Una sfida educativa è quella lanciata dalla psicologa perché non rimangano inascoltati i gridi d’aiuto dei ragazzi “stretti e costretti fra le quattro mura di una cameretta dietro un tablet”.

Una “domanda di presenza” che deve fare i conti con la “distanza” insita nell’attuale modalità di erogazione delle lezioni scolastiche. “La grande contraddizione della Dad - spiega l’esperta - risiede se vogliamo nel termine stesso: che sia online o in presenza nessuna didattica potrà mai essere a distanza o di distanza perché ogni didattica è una didattica di presenza. I nostri ragazzi, così entusiasti di tornare a scuola, ora ci appaiono di nuovo demotivati, poco concentrati, li vediamo come rassegnati ad un qui ed ora ciondolanti per casa in pigiama e spettinati.

Pur essendo grandi esperti del web, pur avendo ogni forma di “comodità” tecnologica (qui si aprirebbe il discorso sul muro delle disuguaglianze tra chi può e chi non può), si lamentano unanimi proprio della tecnologia per fare lezione, denunciando che non è di questo, o almeno non solo, ciò di cui hanno realmente bisogno per apprendere.

Peraltro, il dato allarmante evidenziato in letteratura ancor prima della pandemia e acuito dalla stessa - prosegue la dottoressa Falduto - è che l’utilizzo prolungato della tecnologia non faciliterebbe i processi cognitivi come l’attenzione, la memoria ma al contrario incrementerebbe la difficoltà a concentrarsi.

Ma il dato ancora più preoccupante è che i giovani, che hanno un vitale bisogno di legami per crescere, di essere riconosciuti dallo sguardo e dalla presenza dell’altro, privati della relazione, stanno facendo esperienza di non-essere-visti e quindi di un mancato rispecchiamento emotivo, appaiono quindi spesso apatici e disinteressati. E’ l’incontro con lo sguardo che manca dietro un pc - chiosa l’esperta- l’incontro con quell’elemento imprescindibile che guida il nostro stare al mondo e la costruzione dei significati sul mondo, da che veniamo al mondo. Direbbe Lacan che è proprio nell’Altro, nello sguardo dell'altro che il soggetto coglie la sua posizione”.

L’imprescindibilità dall'”Altro” è un diktat in tutti i campi, psicologico, spirituale, intellettivo, umano ed è sostenuto dagli approcci clinici anche di diversi orientamenti. Tutti concordi, quindi, sul fatto che “la tecnica non può sostituirsi alla relazione perché nessun atto della vita psichica, compreso l’apprendimento, è privo del collegamento tra meccanismi cognitivi ed emotivi, che lasciano una traccia nella memoria.

L'apprendimento, diceva lo psicopedagogista sovietico Vygotskij, non può prescindere dall’altro, è un’area di sviluppo prossimale che dipende tanto dagli apprendimenti già consolidati quanto dal potenziale ancora da sviluppare grazie all’aiuto, alla presenza, alla prossimità per l'appunto dell’adulto che sia insegnante, genitore o coetaneo”.

L’importanza quindi delle relazioni, della parola, dell’inconscio. “Ogni volta che si apprende entrano in gioco non solo l’attenzione, il pensiero, la memoria, ma ogni ragazzo fa esperienza dell’emozione collegata a quell’apprendimento. Egli cioè, per esempio, non ricorderà gli errori che faceva in matematica ma la paura collegata al fallimento e il suo effetto, i battiti accelerati, il respiro corto, la sudorazione, tutte le volte che la professoressa di matematica varca la soglia della classe. Ma in fondo, ce lo ricordiamo benissimo anche noi adulti, se ripensiamo alla nostra di esperienza scolastica.

Ognuno di noi probabilmente non ricorderà i versi di una poesia o una qualsiasi formula algebrica, se non associandoli ad una voce, a un volto, a un nome proprio di persona, ad un momento particolare in cui abbiamo sentito come un fuoco accendersi nel nostro corpo”.

Una sorta di erotica nell’apprendimento, che coinvolge cioè emozioni, passioni che scuotono il corpo (Recalcati docet), e la dottoressa Falduto rivolge un appello agli insegnanti “non lasciamo che i ragazzi si spengano! Dobbiamo puntare oggi ancora più di ieri, alle emozioni che passano attraverso l’apprendimento, anche e soprattutto da dietro lo schermo. Come? Attraverso la voce. La voce è un corpo fin dalla nascita, è presenza! La voce richiama, buca e oltrepassa lo schermo, la voce è capace di smuovere il corpo di ogni singolo studente.

Perseguire, quindi, una didattica realmente inclusiva che riconosca la particolarità della differenza, evitando
che dietro uno schermo ci si senta “tutti uguali”. Nessuno studente sarà lasciato solo se resiste la voce dell’insegnante”. Un invito rivolto anche ai genitori “la scuola per un adolescente è uno specchio sociale: rispettare lo spazio del figlio come se fosse a scuola, considerare le ore della DaD come lo spazio privato dell’inaccessibile, rispetto per l’indicibile del figlio”.

Ed infine una sollecitazione a beneficio dei più piccoli. “Se gli adolescenti hanno già interiorizzato la presenza dell'Altro anche in sua assenza, non è così per i più piccoli che hanno bisogno della presenza della maestra e della scuola. La scuola per i più piccoli è “l’oggetto transizionale” sostituisce simbolicamente e affettivamente la casa e così gli insegnanti e i genitori.

Tornati a casa - dice la psicologa rivolgendosi ai genitori - impegniamoci quanto più possibile nel mantenere regole e routine, bussole importantissime per la regolazione del tempo per il bambino”.

Lo Stretto necessario

Sono nata a Reggio Calabria ma, come dico sempre, appartengo all’Area dello Stretto. E già, le mie radici affondano tra una riva e l’altra di questo fazzoletto di mare che divide (o unisce) il continente dall’isola del mio cuore. Mamma reggina e papà del messinese, più precisamente di Milazzo, dove ho trascorso la mia infanzia felice. Ho un diploma di Ragioneria e una laurea in Economia e Commercio, anche questa conseguita a Messina. Ai miei tempi la facoltà di Economia non esisteva a Reggio e ricordo le mie traversate - non sempre piacevoli - con la motonave Edra, una volta al servizio delle Ferrovie dello Stato tra le due sponde. Il mio destino sembrava delinearsi quando, nel frattempo, vinco un concorso in un ente pubblico. Un avvenire già segnato, ma dentro di me c’era qualcosa di inespresso, una potenzialità a cui ho imparato a dare voce nel tempo: la mia passione per la scrittura che mi ha consentito di tuffarmi nel mondo del giornalismo. Riesco a prendere così, il famigerato tesserino di giornalista pubblicista con iscrizione all’ordine della Calabria. E da quindici anni ormai, cerco di conciliare , a volte in modo rocambolesco, il mio lavoro con la mia passione. Da tanto tempo ho abbracciato anche il mondo del volontariato, in particolare l'associazione Unitalsi, con cui, tra l'altro, si organizzano i pellegrinaggi a Lourdes. Amo leggere, viaggiare, il cinema, i gatti e i miei amici speciali. Amo soprattutto la mia terra e il mio mare.

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