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Lo Stretto necessario

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A cura di Roberta Pino

Fabrizio Canale, l’One Man Band che regala emozioni musicali on the road

Il giovane talentuoso musicista e polistrumentista reggino, racconta il suo percorso musicale che lascia spazio alla creatività

Armonicista, bassista, contrabbassista e chitarrista, Fabrizio Canale abbraccia tutte queste declinazioni musicali ma One Man Band è quella che più di tutte lo caratterizza. Reggino d’origine, il trentatreenne musicista calca le scene sin da giovanissimo, quando, appena decenne, si accosta all’armonica, il primo strumento che ha imparato a suonare.

Ma non è un caso, Fabrizio è figlio di Domenico Canale, noto armonicista della nostra terra. “E’ stato un bel processo - e rivela - una volta stavo canticchiando una melodia blues di Muddy Waters e Domenico mi disse che si poteva fare con l’armonica. Lì sono rimasto folgorato ed ho capito che potevo creare con quello strumento delle emozioni, quasi una magia. Poi sono passato ad altro, ho imparato la chitarra, il basso da autodidatta e il contrabbasso al conservatorio.

La maggior parte dell’esperienza comunque l’ho fatta live, confrontandomi con altri artisti, imparando, sperimentando. Sono uno strenuo difensore dell’essere autodidatta, se si ha amore per qualcosa non c’è niente che fermi, è alla base di qualunque passione”.

One Man Band e le influenze musicali

One Man Band è la sua definizione preferita e spiega “l’idea è di esprimersi da solo, attraverso l’utilizzo di più strumenti. Nei miei spettacoli sono la voce e suono l’armonica, la chitarra slide e la valigia di cartone, simbolo dell’emigrante.

Poi ho applicato un pedale per farla diventare la mia batteria, con cui tengo il tempo. Tutto ciò costituisce la struttura portante della musica creando un impatto coeso, una musica piena che vuole stupire e indurre indipendenza. L’idea di un musicista che basta a se stesso, un’allegoria del mio percorso di viaggio e di esplorazione della vita”.

Cresciuto a suon di musica, Fabrizio, sin da piccolo, è stato instradato al blues, al rock di matrice americana e non solo, a un tipo di musica alternativa che inneggiava alla libertà, al divertimento, alla condivisione. “Una musica che sapeva di vita vera, onesta - sottolinea - della quale mi sono innamorato sin da subito. Ascoltavo i Blues Brothers e altri bluesman della storia ed ho cominciato a farmi una certa cultura musicale.

I bluesman degli anni venti sono i miei preferiti, come Charlie Patton e Son House. Mi piaceva l’idea che non avessero bisogno quasi di niente, solo chitarra e voce e il resto lo facesse l’esperienza, la storia e sapessero difendersi dalle intemperie della vita semplicemente essendo se stessi. Questa idea di mito, di indipendenza, di libertà mi ha folgorato sin da subito”.

Per Fabrizio sono artisti che regalano emozioni, “un modo per ridistribuire quella felicità generata dall’ascolto della loro musica. Anch’io voglio regalare, a chi mi ascolta, tutti quei sogni a mia volta ricevuti”. Fabrizio ama il blues, le storie che racconta anche se, spesso, nelle sue esecuzioni, cambia il testo affinché sia sempre un’esperienza il più possibile personale. Cresciuto in un contesto familiare dove si respira arte, è stato educato alla cultura. All’inizio della sua carriera artistica, suonava nella Bad Chili, la band di cui fa parte anche il padre Domenico.

“A diciassette anni mi sono offerto di sostituire il bassista del gruppo, ero un modo per mettermi in gioco con i grandi. Mi sono appassionato, poi ho voluto farcela da solo, creando i miei gruppi musicali ed ho iniziato a viaggiare”.

Nel frattempo si trasferisce a Torino per motivi sentimentali e Fabrizio se la cava da solo suonando l’armonica e la chitarra in strada. “Ho portato il mio spettacolo sulla strada come busker, un’altra grande esperienza da cui ho imparato molto. E’ stato l’inizio di un percorso andato sempre meglio, anche per la scelta dei brani da comporre, ho fatto tutto con amore e così sono arrivato fino a oggi. E adesso faccio il musicista a modo mio”.

L’autenticità del suo essere musicista

Fabrizio crede in alcuni ideali, compie una selezione musicale, non propone brani famosi, non è attivo sui social, non ama i talent show e gli piace rimanere sulla strada a contatto con le persone. “E’ sempre una prova che mi fa tornare ragazzino, un’esperienza che consiglio a tutti, musicisti arrivati e quelli in erba” sottolinea.

Musica classica, rock, un certo jazz, folk e country sono i generi che ascolta, “mi piace la musica bella” chiosa. Nel passato, Fabrizio ha partecipato ai seminari di Umbria Jazz con i maestri americani della scuola Berklee di Boston, esperienze che hanno arricchito il suo bagaglio musicale. Lo studio e il confronto con le persone sono il leit motiv della sua carriera artistica che lo hanno portato anche fuori dai confini nazionali. Ha vissuto, infatti, in Australia e in Nuova Zelanda, ma la valigia di cartone, simbolo di migranza, è diventata, a un certo punto, simbolo del ritorno.

“Sono tornato in Italia e con mio padre abbiamo formato un duo, riuscendo a viaggiare di più, provando nuove dimensioni e nuovi generi, scambiandoci gli strumenti - racconta - e a Reggio sono rientrato quest'anno, dopo Bologna”.

Fabrizio rompe lo schema classico narrativo che vuole il giovane del Sud necessariamente fuori per fare fortuna.
“Dopo essermi messo in gioco e con consapevolezza, è stato più forte il bisogno della mia terra, da valorizzare. Qui si vive a misura d’uomo, ho trovato più spazio e più affetto, che non è poco”.

L’oil box/landa e il laboratorio di strumenti da materiale di recupero

Spazio anche alla creatività grazie alla sua oil box/landa, come l’ha definita lui stesso, una chitarra pensata e realizzata da Fabrizio con materiale da recupero.

Con una latta di olio di Sinopoli, un legno intagliato con le meccaniche, pezzi di recupero per fare il ponte, il capotasto, un sistema elettronico all’interno della latta che permette l’amplificazione, tre corde e voilà, ecco la oil box/landa di Fabrizio Canale. Una forma di creatività che strizza l’occhio alla tradizione che richiama le cigar box guitar, realizzate in America con scatole di sigari che fungevano da cassa armonica.

“Sul nostro territorio, come tratto distintivo, al posto delle cigar box, ho usato le latte di olio”. Ogni chitarra è diversa dalle altre, e qui viene fuori l’artigianalità e la filosofia di Fabrizio ereditata dal nonno umbro.

“Nulla vieta di creare uno strumento con qualsiasi cosa e la melodia è molto interessante e personale. Ha a che fare con la teoria dei limiti, secondo cui, la difficoltà, in questo caso il fatto che ci siano tre corde e non i tasti, è uno sprone per l’essere umano a pensare al di fuori di quei limiti. L’unico limite è dato da se stessi”.

Ed ecco che la creatività di Fabrizio si spinge oltre. “Ho intenzione di creare un laboratorio di strumenti realizzati con materiale da recupero e ancora laboratori musicali, seminari anche per bambini”.

E noi tutti saremmo grati a Fabrizio se ciò avvenisse, sarebbe un regalo per la città, che si arricchirebbe di un musicista dall’anima sensibile, onesta, la cui espressione musicale è cresciuta con il suo personale percorso umano. Nel prossimo futuro c’è anche l’idea di pubblicare una raccolta di bootleg, una selezione dei concerti che ha registrato negli anni e, nel frattempo, sta lavorando a un altro disco di brani scritti da lui, blues con spunti provenienti da altri punti di vista.

“E’ normale che il blues si troverà sempre nelle mie espressioni, ma anche altrove - precisa - per me il purismo è solo dal punto di vista spirituale-filosofico, cose in cui credo, ma la musica è nata per essere cangiante, per trasformarsi, come il percorso umano d’altronde”.

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