Venerdì, 23 Luglio 2021
Lo Stretto necessario

Opinioni

Lo Stretto necessario

A cura di Roberta Pino

Sono nata a Reggio Calabria ma, come dico sempre, appartengo all’Area dello Stretto. E già, le mie radici affondano tra una riva e l’altra di questo fazzoletto di mare che divide (o unisce) il continente dall’isola del mio cuore. Mamma reggina e papà del messinese, più precisamente di Milazzo, dove ho trascorso la mia infanzia felice. Ho un diploma di Ragioneria e una laurea in Economia e Commercio, anche questa conseguita a Messina. Ai miei tempi la facoltà di Economia non esisteva a Reggio e ricordo le mie traversate - non sempre piacevoli - con la motonave Edra, una volta al servizio delle Ferrovie dello Stato tra le due sponde. Il mio destino sembrava delinearsi quando, nel frattempo, vinco un concorso in un ente pubblico. Un avvenire già segnato, ma dentro di me c’era qualcosa di inespresso, una potenzialità a cui ho imparato a dare voce nel tempo: la mia passione per la scrittura che mi ha consentito di tuffarmi nel mondo del giornalismo. Riesco a prendere così, il famigerato tesserino di giornalista pubblicista con iscrizione all’ordine della Calabria. E da quindici anni ormai, cerco di conciliare , a volte in modo rocambolesco, il mio lavoro con la mia passione. Da tanto tempo ho abbracciato anche il mondo del volontariato, in particolare l'associazione Unitalsi, con cui, tra l'altro, si organizzano i pellegrinaggi a Lourdes. Amo leggere, viaggiare, il cinema, i gatti e i miei amici speciali. Amo soprattutto la mia terra e il mio mare.

Lo Stretto necessario

La tenerezza rivoluzionaria di Lawrence Ferlinghetti e la mission di Giada Diano

La memoria del poeta ed editore di San Francisco rivive nei progetti della scrittrice di Lazzaro, all’insegna di una raggiungibile utopia

Giada Diano con Lawrence Ferlinghetti (Foto Facebook di Roberto Bonzio)

“Condividere un pezzo importante della mia esistenza con Lawrence è stata una delle più grandi benedizioni della vita, un viaggio che mi ha trasformato, rendendomi una persona migliore”. Giada Diano saluta così il poeta americano Lawrence Ferlinghetti, scomparso il 22 febbraio scorso all’età di 101 anni.

Una storia di amicizia lunga vent’anni tra la brillante studiosa originaria di Lazzaro ed il poeta, tra le ultime voci della Beat generation, cominciata quasi come una incredibile sfida. “La lettura delle sue poesie, sul pacifismo assoluto, soprattutto dopo gli eventi dell’11 settembre, in cui gli intellettuali si erano schierati in maniera meno netta e lo shock in America era stato enorme, mi colpirono sin da subito. Lawrence diceva che in realtà stavano usando quella tragedia per scatenare una fase di paranoia nazionalista, per individuare un nuovo nemico su cui scatenare la rabbia sociale”. (in basso Lawrence Ferlinghetti -pagina Facebook)

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Giada Diano decide così di scrivergli una mail per chiedere aiuto per la stesura della sua tesi, malgrado il professore di americanistica la pensasse diversamente “la Beat generation e il loro pacifismo sono veramente fallimentari” le disse il docente, una frase che non la fermò, anzi la spinse ad andare avanti. Una mail dal tono spontaneo “mi piacerebbe scrivere di te, delle tue chiamate di amore e di pace, dammi una mano” gli scrive Giada.

Correva l’anno 2002, successivo agli eventi delle torri gemelle. A pochi giorni dall’invio, Giada riceve la risposta “Quando vuoi, vieni, io sono a San Francisco”. Tempi velocissimi per richiedere il passaporto e la studiosa reggina parte direzione America. E’ l’inizio di un viaggio avventuroso, per seguire il richiamo che aveva avvertito leggendo le sue poesie, “il richiamo di un mondo altro per me, di una possibilità diversa”.

Il mondo è un posto bellissimo in cui nascere”, è tra le poesie preferite da Giada Diano, “ero colpita profondamente dalla militanza incredibile della coscienza. Il suo pensiero era in linea con la mia rabbia adolescenziale, volevo cambiare il mondo. Il regalo più bello che mi ha fatto è la frase dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, L’utopia è come l’orizzonte, se tu ti avvicini di un passo quello si allontana di un passo. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare! Per me Lawrence è questo: eterno cammino verso l’utopia che si continua a spostare ma, per questo, anche a cento anni continui a camminare”.

Un sognatore ben radicato nella realtà, Lawrence Ferlinghetti agli occhi di Giada Diano, “non si è mai trattato di un modo di essere ingenuo o naif, credo che abbia fatto un capolavoro della sua vita soprattutto nella misura in cui ha cambiato la vita di tantissime persone, attraverso la poesia, la casa editrice, le battaglie per i diritti civili”.

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Ferlinghetti ha reso facilmente fruibile la letteratura a tutti, “City Lights era uno spazio accessibile dalle dieci di mattina a mezzanotte - ricorda Giada- persone che cercavano di istruirsi in quel luogo e la letteratura e la poesia hanno proprio questa funzione: la possibilità di immaginare che la vita possa essere diversa da quella raccontata”.
Sin dal primo incontro tra Giada e Lawrence, nel 2002, è scattata una sintonia bellissima, la sensazione di conoscersi già, “sono stata invasa da una luce di un’anima pura e incredibile, avevo voglia di stargli vicino. Il poeta e il pittore sono andati via e si è fatta avanti la voglia di saperne sempre di più di Lawrence, di passarci del tempo insieme”.

Giada si sofferma, poi, sulle origini del poeta della Beat generation. Una vita travagliata sin dalla nascita. Padre bresciano emigrato a New York. Qui sbarca a Ellis Island dove cambia il cognome da Ferlinghetti a Ferling e muore quattro mesi prima della sua nascita per un infarto. La madre viene internata in un ospedale psichiatrico.

Ferlinghetti little boy-2Affidato ad una zia che lo porta in Francia, a Strasburgo, per i primi tre anni. Poi torna a New York dove viene messo in orfanotrofio. Una storia di continui abbandoni caratterizzano la sua esistenza “una condanna per lui, una solitudine estrema che ha esorcizzato solo nell’ultimo romanzo “Little boy” il ragazzino orfano, che riesce a trovare il suo posto nel mondo anche attraverso la scrittura. “Quando tutto questo mucchio di parole, sofferenze, cambiamenti, epifanie esplodono, lui inizia a scrivere. Le sue origini, quasi come un romanzo, lo portano a scoprire la scrittura”.

La guerra è un altro evento che segna la sua vita. “Si arruola perchè gli sembra la cosa giusta da fare, per orgoglio patriottico - racconta Giada -partecipa allo sbarco in Normandia e sente parlare della bomba atomica. Quando la nave attracca in Giappone, ruba una jeep abbandonata e arriva a Nagasaki, dove assiste all’orrore più totale, sei settimane dopo lo sgancio della bomba. In quel momento vive uno shock umano e culturale enorme e decide di cambiare vita”.

E’ il periodo della rinascita per Ferlinghetti, che risorge come pacifista, pubblica le sue prime poesie e si riprende il cognome. “Io rinasco in un altro mondo, mi approprio della mia storia e decido chi voglio essere” disse.
Lawrence e Giada, generazioni, origini e lingue differenti, un rapporto che sfugge a qualsiasi etichetta “mi sono sentita figlia, madre quando mi sono presa cura di lui e delle sue fragilità, tra noi c’è stata una forma di puro amore reciproco. Per me è famiglia”, chiosa Giada Diano.

Da questo rapporto fecondo, molteplici sono state le occasioni di incontro, tra i viaggi di Giada a San Francisco e le permanenze di Lawrence a Lazzaro. “Lazzaro gli piaceva tantissimo - ricorda la scrittrice -in questa veranda scriveva guardando il mare. Diceva che era il posto giusto per un lupo di mare come lui. Il richiamo del mare, l’anonimato, il cibo, gli odori erano un balsamo di vita”.

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E tanti sono stati i progetti condivisi. “Ho curato i diari di viaggio, li ho trascritti e poi pubblicati per una casa editrice di New York. Li ho tradotti, poi, per il Saggiatore in Italia”. Scrivendo sulla strada. Diari di viaggio e di letteratura è, il titolo del progetto che ha impegnato la scrittrice reggina.

Curare le mostre, digitalizzare il suo archivio pittorico, tradurre per la casa editrice City Lights, Giada Diano ha lavorato a fianco di Lawrence come assistente editoriale a tutto tondo. Il poeta americano è scomparso all’età di centouno primavere a seguito di un declino veloce, che lo ha visto fragile soprattutto negli ultimi due anni.
“E’ stato lucido e attaccato alla vita fino alla fine - racconta - con lo sguardo sempre proiettato in avanti. Era quasi completamente cieco ed io gli leggevo le poesie e si faceva compagnia con i ricordi”.

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Un’eredità preziosa è quella che Giada porta con sé, concedersi una innocenza di sguardo, ad esempio, che permette di continuare a meravigliarsi della vita. “Lui mi diceva sempre, più la cosa è concreta, più è poetica, bisogna partire dal più concreto per arrivare alla poesia, e lo trovi solo se giri lo sguardo, se guardi la vita che accade attorno ad uno schermo. Lì trovi la meraviglia. Ricordo, poi, la sua incredibile tenerezza velata di ironia, la gioia di vivere, il piacere delle piccole cose ma anche una sorta di responsabilità nel non accettare alcun tipo di compromesso, pensare che facciamo parte di una umanità e quindi ognuno di noi è responsabile nei confronti di tutto il genere umano”.

Giada Diano ha scritto la sua prima biografia autorizzata Io sono come Omero, ha curato la più grande retrospettiva che ripercorre la sua intera carriera di pittore dagli anni ‘50 al 2000 e la mostra Sulla rotta di Ulisse, una serie pittorica di ventuno pezzi. Ha realizzato, poi, un documentario insieme alla storica dell’arte Elisa Polimeni, (nella foto in basso), e al direttore della fotografia Antonio Scappatura, Lawrence, a lifetime in poetry.

“Per un mese e mezzo, abbiamo girato a San Francisco con una sceneggiatura che cambiava improvvisamente. Il punto di forza è l’intimità, lui che era restio a farsi fotografare e inquadrare, si è divertito molto”. Un dono per il secolo di vita, celebrato con una tre giorni dedicata a lui.

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“In Italia l’abbiamo presentato in anteprima al Festival Umbria Libri a Perugia, prima della pandemia. Altra occasione, in apertura del concerto evento di Omar Pedrini. Vorrei che girasse, che le persone lo vedessero, questa storia piena di luce, il modo in cui lui la racconta”.

E poi c’è la serie Ulisse calabrese. “Quando è venuto in Calabria siamo andati a Scilla e mi disse “è di questo spazio che parla Omero nel XII canto dell’Odissea?” Siamo tornati a Lazzaro con la voglia di rileggere il poema greco. Comincia a leggere i versi, ad un certopunto impazzisce, portami dell’inchiostro, mi dice.

Tiriamo fuori una boccetta di china che mio padre aveva conservato da tempo, e realizza dodici schizzi, china e pennello, che raccontano tutti gli elementi del XII canto, il vento, Circe, Scilla, Ulisse legato all’albero, i marinai, i personaggi come li immaginava lui”.

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E’ l’“Ulisse calabrese” in cui l’eroe descritto è attratto dalla bellezza delle lattaie calabresi, dai nobili profili greci, se ne frega di Penelope e si diverte mentre lei lo aspetta. Ferlinghetti descrive un Ulisse godereccio guidato al 100% dall’istinto erotico. Poi, dopo dieci anni, ritorna da Penelope e “fu coitus illuminatus tutta la notte”. “Gli schizzi li aveva lasciati qui a Lazzaro - prosegue Giada - dopo un mese mi ha chiesto di inviargli delle foto da cui ha tratto sei opere pittoriche. In un’altra tela ha dipinto la poesia che ha scritto e così si è completata la serie dell’Ulisse calabrese”.

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Un ultimo progetto condiviso è rimasto ancora incompiuto. “L’idea era di mettere insieme tutte le opere pittoriche che mi ha lasciato per costituire una sorta di galleria d'arte contemporanea con una permanente dedicata a lui, da arricchire con donazioni di Jack Hirschman e del gruppetto di poeti di San Francisco, con spazi per altri artisti emergenti”.

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Contaminazioni d’arte, spazi in cui gli artisti possano fare mostre, lanciare iniziative nuove, rendere fruibile questo patrimonio e fare un regalo al paesaggio della città dello Stretto. E’ il progetto delineato da Giada Diano “qui tutto avrebbe un senso. Bisogna investire in cultura soprattutto in questo momento di solitudine estrema delle persone, creare uno spazio dove almeno ci si possa curare con la bellezza”. Ed a proposito della sua scomparsa afferma “è difficile accettare la sua perdita.

L’unica rassegnazione è che ha compiuto il suo tempo. Un pezzo di cuore, un vuoto che non potrò riempire con altro”. La sua mission è chiara: portare avanti l’eredità di pensiero del poeta di San Francisco, un’occasione che il nostro territorio non può perdere. Riconoscere l’arte, con uno sguardo aperto a 360°, “avrei voluto fare tanti festival di poesia a Reggio Calabria, ne abbiamo fatti solo due” conclude Giada, disposta a camminare per raggiungere l’orizzonte.

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