Lo Stretto necessario

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L’umanità dolente del carcere che non rinuncia a rinascere

La visione “umana” del neo garante dei diritti dei detenuti, Giovanna Russo, sull'attuale realtà carceraria reggina

Foto archivio

Il carcere, si sa, rappresenta il paradosso per eccellenza: per garantire la massima protezione dei diritti di alcune persone, si attua la massima coercizione dei diritti nei confronti di altre. Protezione versus costrizione, una contraddizione in termini che sembra, al primo sguardo, non avere niente in comune. Eppure in questa apparente antinomia si cela una ricchissima umanità.

Russo Giovanna garante-3A svelare la realtà carceraria, spesso poco conosciuta, è il garante dei diritti dellepersone private della libertà personale del Comune di Reggio Calabria, l’avvocato Giovanna Russo. Da quattro mesi al servizio dei detenuti delle strutture penitenziarie di San Pietro e Arghillà, l’avvocato Russo ci offre uno sguardo originale, differente, in una sola parola “umano” degli istituti di pena in cui opera e del sistema penitenziario in generale.

E’ una visione particolare la sua, è l’ottica di una professionista, malgrado la giovane età, già impegnata da tempo a tutelare i diritti degli ultimi, è lo sguardo di una donna, per la prima volta in Calabria, chiamata a ricoprire un ruolo così significante, è la prospettiva di una persona che incarna in sé delicatezza, sensibilità insieme ad una radicata determinazione. Un incarico sopraggiunto nella pausa tra la fine del primo lockdown e quello attuale vissuto dalla Calabria, relegata a zona rossa, a più alto rischio, cioè, di diffusione del contagio.

La pandemia ha sconvolto la vita di tutti gli esseri umani a livello planetario, ha modificato le relazioni “imponendo” un distanziamento di sicurezza salvifico e responsabile. Una situazione ancora di più enfatizzata all’interno delle carceri.

“La pandemia ci ha portato a ripensare e riprogrammare la vita in tutti i suoi aspetti, ci ha obbligati a rivalutare il senso di prossimità -racconta Giovanna Russo - non a caso è arrivato questo incarico che mi ha dato la dimensione dell’altro, di chi è l’ultimo, di chi è lo scarto della società. Rispetto ai carcerati quello che più mi fa pensare è quanto riusciamo veramente ad essere loro vicini, anche se di vicinanza fisica non si può parlare. Non dimentichiamo, infatti, che c’è sempre una sbarra tra noi, c’è una cella che ci separa”.

Una distanza fisica che può essere colmata solo da un’attenzione dell’anima. “Mi domando spesso quanto sia possibile dare forza ai detenuti - prosegue il garante Russo - tutto è amplificato all’interno di quelle mura, loro si sentono soli e sperduti, non hanno più gli affetti, sono privati della libertà per un tempo più o meno lungo e, in quel luogo, si ha la percezione che l’individuo pensi di se stesso di essere ormai una nullità”.

Ecco l’aspetto umano del carcere, la visione privilegiata del neo garante Russo, che avanza prepotentemente. "L'individuo vive la dimensione carceraria con possibilità limitate di autodeterminarsi. È ridotta anche la libertà di leggere, di scrivere, di confrontarsi con altri a causa dell'emergenza sanitaria in corso". Una fotografia che lascia poco spazio all’immaginazione.

L’avvocato Russo ha invece uno sguardo lungimirante, quasi visionario, ha una visione di riforma penitenziaria che passa da un percorso di redenzione in vista del reinserimento sociale. “Io credo nella possibilità di un riscatto individuale rispetto all’errore. Nessuno è indenne o immune dalle colpe nei confronti di qualcun altro o verso la propria persona. Parliamo di persone che hanno commesso un reato, costrette a vivere in carcere, è vero, ma mi viene sempre in mente l’immagine forte di Giovanni Paolo II che ha perdonato il suo attentatore. Tutti hanno diritto di redimersi dal peccato, c’è la possibilità del perdono, che il più delle volte la legge concede, ma spesso questi soggetti non perdonano se stessi, sono tormentati sotto vari profili”.

Secondo la visione del garante Russo, il primo passo verso un efficace reinserimento sociale è la famiglia, anche “se ci sono nuclei familiari che non accettano più chi ha commesso il reato, pur trattandosi di congiunto, lo emarginano e loro perdono il riferimento”. Lavorare sul reinserimento concreto, sotto l’aspetto professionale e umano, dalla formazione interna in carcere alla società civile, questo è il suo obiettivo. “La frase ricorrente ai colloqui è “io so di avere sbagliato”. I detenuti sono persone che vogliono ricostruirsi concretamente”.

Il progetto visionario del garante Russo va oltre il concetto utopistico di Thomas More (da lei stessa citato), coinvolge l’intera società, dalla magistratura alle istituzioni, dalle associazioni di categoria alla chiesa, passando per il mondo dell’istruzione e della sanità. Attori coinvolti per “strutturare un fuori che diventi accogliente”, sulle orme tracciate dal sostituto procuratore Stefano Musolino che, come ricorda l’avvocato Russo, durante un incontro svoltosi nel cortile degli Ottimati, ha spinto molto sulla necessità di non emarginare il soggetto una volta uscito dal carcere, “quando si toglie il saluto, lo sguardo ad una persona, lo si priva del minimo indispensabile a livello umano”.

Dare un senso al loro tempo una volta che i detenuti abbiano scontato la pena. Questa è la strada da percorrere secondo l’avvocato Russo per una concreta riabilitazione sociale. Un senso chiamato lavoro. E già il lavoro. Ma lo strumento interdittivo potrebbe ingenerare indebite compressioni della libertà d’impresa e dei diritti dei singoli, se non accompagnato da istruttorie approfondite. Occorre discernere, secondo il legale, le posizioni individuali da dinamiche a volte complesse.

“E’ un gap che va colmato sulla base di una intesa istituzionale concreta, serve il dialogo serio tra istituzioni che abbiano fiducia reciproca nell’operato, serve la fede. Il problema è l’individualismo istituzionale - afferma- se un'azienda assume una persona che ha espiato le proprie colpe, quell’azienda non può ricevere una interdittiva a meno che il soggetto non perseveri nel delinquere”.

Un confine sottile tra legalità e giustizia e il pensiero di Giovanna Russo va a Falcone e Borsellino. “Si dice sempre che la mafia li ha uccisi, è vero, il braccio operativo è stato la mafia, ma chi ha pensato l’evento? Sono gli uomini che fanno lo Stato, le istituzioni, la classe dirigente. Ci sarà sempre il bene contro il male. Il problema - sottolinea - è ristabilire gli equilibri, che non ci sia un confine labile tra legalità e giustizia, che vadano di pari passo”. Uno sguardo adesso alla struttura carceraria interna, è possibile umanizzare l’istituzione carceraria?

“Ho incontrato molta umanità all’interno del carcere, tramite i colloqui con i detenuti. Quello che più mi ha colpita è l’umanità dell’amministrazione e della polizia penitenziaria. C’è una oggettiva difficoltà di dover intervenire su alcuni detenuti che, trovandosi ristretti, attuano dei comportamenti amplificati da condizioni psicologiche non equilibrate”.

Una situazione particolare riguarda l’unità di osservazione psichiatrica del carcere reggino. “Una struttura non adeguata ad oggi benché siano stati fatti lavori di ristrutturazione -racconta il garante Russo - inoltre l’Asp dovrebbe prevedere più esperti psichiatri e psicologi a sostegno dell’amministrazione penitenziaria”.

Malgrado la giovane età e la brevità del tempo trascorso dalla sua nomina, l’avvocato Giovanna Russo ha già una prospettiva chiara e sagace del suo operato, anche se preferisce stare con i piedi per terra, dosando con equilibrio ragione e sentimento.

“Mi sono sentita piccola di fronte a questo incarico- confessa - ma ho una visione concreta, uno sguardo oggettivo. Il mio motto è ”tanto amore, tante regole”, una umanità che si muove nelle regole. Sono felice di essere la prima donna calabrese a ricoprire questo ruolo - conclude - credo nella forza dell’operato femminile quando è leale e poi i calabresi hanno una marcia in più, riescono a contaminare e a diffondere il bene ovunque”.

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