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Mercoledì, 24 Aprile 2024

Un evento surreale

Isabella Marchiolo

Giornalista

Re Carlo III prende la corona in un clima fiabesco ma troppo fuori dal mondo

A Londra una cerimonia fastosa e unica, seguendo un protocollo che appare anacronistico a tutti tranne che agli inglesi

Londra è la città più fiabesca del mondo e per questo lo scrittore scozzese Barrie ambientò la storia di Peter Pan qui, e precisamente nei giardini di Kensington, dove di notte abitano esseri fatati ma non era tutto bello, anzi: i bambini perduti in realtà erano stati dimenticati dalle loro madri e lo stesso Peter avrebbe sofferto per sempre di quell'abbandono. Ma è soprattutto Alice nel paese delle Meraviglie di Lewis Carroll che a chi ha una conoscenza della cultura e letteratura anglosassone potrebbe venire in mente dopo la sfarzosa e solenne cerimonia di inconorazione di re Carlo III.

Un evento magnifico già solo a guardarlo dalla televisione, che oggi ha restituito solo una piccola parte dello straordinario colpo d'occhio della parata militare che si muoveva in perfetta sincronia, la folla con le bandierine britanniche, le formule di saluto, l'emozionante momento della posa della preziosissima corona sulla testa di Carlo e della regina Camilla e la carrozza d'oro che esiste e viene usata dai sovrani dal Settecento e, a proposito di fiabe, sembra davvero quella di Cenerentola. Alla sua Alice e le creature che incontrò sottoterra Carroll farebbe comporre una filastrocca per sbeffeggiare questo eccesso di riti, parole e gesti da ripetere a memoria, passi da non sbagliare misurati al millimetro.

Sfarzo, solennità e un protocollo anacronistico mantenuto nonostante il passare del tempo

L'unica cosa che il protocollo reale non può controllare è la solita, insopportabile, perenne pioggia inglese, che anche in questo caso è caduta dispettosa sulla gente in attesa davanti a Buckingham Palace. I re e le regine incontrati da Alice sono caotici, ansiosi o tirannici, sicuramente il romanzo fantastico con i suoi personaggi imperfetti e folli è più verosimile della realtà di questa mattina a Londra. Un'imponente messa in scena che forse ha intimidito anche il nuovo re. Carlo il mite, l'intellettuale, l'amante del bello e della cultura. Il principe promotore di battaglie ambientaliste e che anche in età tarda ha voluto sposare la donna amata da tutta una vita, una testa pensante prima che coronata, che adesso dovrà mantenere un profilo di neutralità assoluta, semplicemente il monarca che regna e non governa.

Oggi li abbiamo visti insieme, Carlo e Camilla, troppo vecchi per quegli abiti bianchi, i mantelli lunghissimi e ingombranti, le corone pesanti che li costringevano a una postura rigida. Se al loro posto ci fossero stati William e Kate (lei principessa impeccabile, nell'immagine erede ideale di Diana) l'effetto non sarebbe stato diverso. Pomposi e un po' ridicoli anche loro, seppur giovani e belli. Chiusi nella loro torre d'avorio, privilegiati e prigionieri, fedeli alla casa reale e ciechi alla distonia tra questi riti e la realtà e i problemi della gente comune.

Però i reali inglesi con i loro cerimoniali ci affascinano e sarebbe da snob negarlo. Ed è vero anche che vedendo celebrarsi questa surreale "coronation" - paludata, anacronostica e lussuosa, eccessivamente lussuosa - subito viene da chiedersi se, persino per un re, abbia ancora senso comportarsi come se si vivesse su un altro pianeta, all'indietro dentro la macchina del tempo o attraverso lo specchio di Alice. Un mondo protetto da tende (devono essere sempre chiuse, a tutte le ore, nelle residenze reali) fuori dal mondo vero. E il paradosso è che i reali inglesi - nel mondo vero appunto - sono campioni di debolezze, miserie umane, azioni lontane anni luce da quella carrozza dorata. Ad esempio, Harry che partecipa senza la moglie Megan e non appare al balcone dove si schiera la famiglia del re per agitare la mano verso il popolo (i sudditi, termine subalterno che dà il senso del dislivello tra chi guarda dall'alto e coloro che in basso ricevono la benevolenza reale). 

Viene da chiedersi pure se abbia ancora un senso l'esistenza delle monarchie con la loro origine basata su un principio che non ha nulla di naturale ed è stato confutato dalla filosofia e il diritto. Noi non siamo inglesi e, ammettiamolo, non possiamo capire. I british sono fatti così: magari sono pure proletari e imprecano contro il primo ministro, ma non toccategli la Corona e questo baraccone di sprechi, lussi inutili, cappelli enormi, fiocchi e gioielli che costano quanto la casa che non hanno ancora finito di pagare. E a proposito di case, per capire di cosa stiamo parlando basta ricordare la Little Doll's House esposta al castello di Windsor, un gingillo costruito nel 1924 per la regina Mary, moglie di Giorgio V, mettendo all'opera architetti e artigiani che per finirla impegnarono quattro anni. Con libri in miniatura che sono classici della letteratura le cui pagine sono realmente scritte, lampade funzionanti e bagni dove l'acqua scorre nei rubinetti e usando lo sciacquone del water. Bellissima, va precisato. 

Questi sono gli inglesi, pedanti e precisini, e la loro immutabile monarchia è la più gattopardesca di tutti i tempi. Chi mai oserebbe (o ne avrebbe l'ardimento e lo spirito) cambiarla? God save the King, ora e sempre. Tranne i pochi manifestanti antimonarchici che a Carlo III hanno fatto sapere che lo considerano "not my king", loro vogliono che tutto sia così e non avrebbero accettato nemmeno una particella in meno di quella sontuosa rappresentazione senza eguali. Che è Storia allo stato puro, da Carlo Magno a Carlo III, identica e miracolosamente intatta nel corso dei millenni.

Qualche analista ha provato a giustificare le spese imbarazzanti sostenute per l'incoronazione con i vantaggi per l'economia (una pezza che mettiamo spessissimo anche noi): cari sudditi, abbiamo investito i vostri soldi ma vi abbiamo portato turisti e alberghi sold out - come se Londra se avesse bisogno. Ma esistono pure i malati di Buckingham Palace, pazzi per tutto ciò che riguarda i Windsor. 

Un filo rosso dalla ribellione di Diana alla freschezza dei nipotini paggetti di Carlo e Camilla

Nel bel film "Spencer" di Pablo Lorrain, si vede un cartello appeso su una parete delle ariose cucine di Sandringham, dove c'è scritto “Parlate piano, possono sentirvi”, perché le orecchie reali non possono essere ferite da toni di voce troppo aggressivi. Nel film Diana è perseguitata dal fantasma di Anna Bolena (tradita e abbandonata dal marito come lei, giustiziata come teme le accadrà restando con Carlo), ma sarà quella tragica regina a salvarla. La principessa avrebbe voluto uccidersi, ma poi cambia rotta rispetto all'antenata reale e si ferma sull’orlo del precipizio, strappandosi via la collana di perle che aveva tentato di inghiottire soffocando, quella che il marito aveva regalato, identica, a lei e Camilla. Diana non voleva diventare regina e forse oggi avrebbe detto agli inglesi che l'adoravano smisuratamente che loro sono rimasti gli unici sulla terra a pensare che le cose possano restare immutabili, compresa la loro monarchia. 

Torniamo ad Alice, che ci insegnò come un mondo meraviglioso può trasformarsi in un inferno da cui scappare, un sogno oppressivo che non permette il risveglio. Però lei era una bambina e oggi il vero atto rivoluzionario non l'hanno compiuto i manifestanti arrestati ma un ragazzino. Al balcone di Buckingham Palace il principino Louis era visibilmente annoiato e si è messo a tamburellare sul tessuto rosso, mentre Kate - non una principessa, una mamma che tentava di mantenere il self control dell'occasione con un figlioletto pestifero - lo frenava con discrezione. Diana è un filo rosso dalla ribellione di donna libera alle monellerie di Louis, e sarebbe fiera di lui. Ma di re Carlo dobbiamo dire che ha voluto il piccolo George come paggio. Gli altri valletti erano i nipoti di Camilla e la loro presenza è stata il tocco di freschezza e sponteanità capace di smuovere l'ingessato cerominale: finita questo inevitabile obbligo istituzionale, riportiamoli alla vita vera del presente, immaginandoli così, due amorevoli nonni con la corona.

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