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Domenica, 14 Aprile 2024
Scalino19

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A cura di Antonio Marino

Nei "Diari" di Seminara la vera anima dello scrittore "avido di conoscenza"

E se Vecchioni esalta il dettaglio, il giornalista di Maropati, uomo tenace e scrittore curioso, dedica la sua esistenza, sacrificio dopo sacrificio, all’arte letteraria

Beh, seppur sommessamente, ci tocca ammetterlo: volevamo, almeno per un venerdì, sostituirci al Signor Camillo. Ci sarebbe piaciuto rubar la scena all’amico Camillo: avremmo voluto condividere le sensazioni e le reazioni suscitate in noi dalla lettura de “Tra il silenzio e il tuono”, 184 pagine scolpite a penna da Roberto Vecchioni, che Einaudi ha spedito in libreria lo scorso 27 di febbraio.

Desideravamo tanto condividere quell’idea di…ippodromo che in noi è nata scorrendo le lettere che compongono il particolarissimo epistolario messo in piedi dal professor Vecchioni. Ippodromo? Ebbene si: la lettura galoppa, il cuore galoppa, la mente galoppa! Leggi una pagina, passi alla successiva, poi continui: non ti stacchi dal libro se non arrivi alla pagina che ti consente d’individuare il perché, un docente nonché cantautore, scollinata la soglia delle ottanta primavere, si piazza alla scrivania per redigere un libro, l’ennesimo.

Colui che, a “Samarcanda”, all’ombra di “Luci a San Siro”, suggeriva…“Chiamami ancora amore”, dona all’italica narrativa il racconto della vita sua: non lo definiremmo un’autobiografia, ci sembra più consono considerarlo una sorta di confessione, di portone spalancato su tutto ciò ch’è sempre stato parte integrante del suo pensiero, civile filosofico umanistico, e sui fatti i sogni i drammi le delusioni le paure che hanno caratterizzato la sua vita privata professionale artistica.

Un libro che fa galoppare, che mette fretta, che fa giungere fino al calar del sipario, lasciando col fiato sospeso: quando ti scopri con quella furtiva lacrima, in caduta libera sulla guancia, perché Vecchioni non trascura di dar tenerezza e schiaffi mentre rimembra la morte del figlio, ecco venir fuori “le piccole cose, i fruscii, i brusii, gli scalpiccii”.

Ed è lì, allorquando c’accartocciamo su quel rigo, che sapientemente il professor Vecchioni colloca a un punto strategico del libro, che raccogliamo l’ingranaggio che fa trotterellare “Tra il silenzio e il tuono”: è il dettaglio, ovvero tutto ciò che trascuriamo, che dà sapore e colore alla giornata esistenziale. Un sorriso, un tramonto, una carezza, una parola buona al momento necessario, un caffè insieme, una telefonata, un fiore: apparenti bazzecole, essenziali regali!

E mentre torniamo a sfogliare le lettere di Vecchioni, sullo smartphone notiamo lampeggiare l’icona che segnala l’arrivo di una nuova mail: è Camillo! Notando l’assenza nostra, c’ha raggiunti percorrendo il sentiero tecnologico, regalandoci i suoi appunti su: I “Diari, 1936 – 1976” di Fortunato Seminara, pubblicati da Pellegrini nel 2009, sono preziosissima testimonianza diretta della vita di un uomo che non ha mai smesso di credere nella forza della scrittura, nell’urgenza dell’ascolto, nell’essenzialità del racconto, nel desiderio di riscattare una terra e un popolo attraverso la narrazione dei sacrifici, delle paure, della laboriosità, delle speranze di donne e uomini abbrustoliti dal sole del Sud, sfiancati dalle salite aspromontane, rinfrescati dalle acque ora dello Ionio ora del Tirreno.

Fortunato Seminara è metodico: annota, quasi quotidianamente, ciò che pensa, il suo lavoro, il suo privato. Attraverso le pagine dei diari veniamo a conoscenza della sua “grande e irrisarcibile solitudine” ma anche dei suoi viaggi in Italia e all’estero e dei suoi abituali spostamenti in Toscana, regione delle sue prime esperienze sentimentali e culturali, luogo delle ultime passioni d’amore, terra dove vive la famiglia del figlio Oliverio e nella quale si registrano i suoi ricoveri ospedalieri.

Ma sappiamo soprattutto delle sue amicizie, delle sue frequentazioni con il mondo culturale calabrese, delle sue apprensioni per la malattia della nuora, dei suoi sentimenti più intimi, del suo innamoramento “maturo” per la giovane Caterina, della stima o della disistima per scrittori e poeti suoi contemporanei.

E, cosa più importante, attraverso questa pubblicazione, conosciamo il vero mondo interiore dello scrittore da tutti considerato introverso e scontroso. Seminara è consapevole dell’immagine che di lui hanno soprattutto i suoi concittadini e sotto la data del 12 gennaio 1961 annota: “agli altri sembro aspro e selvatico perché non immaginano ciò che ho dentro”.

Fatto sta che i dieci quaderni di scuola, conservati alla “Fondazione Seminara” di Maropati, non coprono l’intero arco temporale, che dal ’36 termina nel ’76: qualunque possa essere stata la sorte dei diari mancanti è certo, però, che proprio grazie ai dieci quadernoni è possibile scrutare l’animo vero di un Fortunato Seminara che esterna tutta la sua rabbia contro gli autori dell’incendio della casa di Pescàno, nella notte di Natale 1975, o che, in un momento di estrema sincerità, scrive: “la mancanza di fama e di chiasso intorno al mio nome e alla mia persona mi ha permesso di vivere tranquillo e di lavorare con assidua scrupolosità. Non sono stato traviato dai premi, né impigrito
dal guadagno, né incitrullito dalle donne. Ciò che ho fatto, forse poco, posso dire di averlo fatto con impegno e meglio che potessi”.

Insomma, a quarant’anni dalla morte sua, accaduta a Grosseto il primo maggio 1984, è impensabile che un reggino, un calabrese, non abbia in casa copia dei “Diari” di Fortunato Seminara. Sfogliamoli, teniamoli a portata di mano: scopriremo che il segreto del successo – che non è detto che debba essere immediato - sta nel credere in se stessi, nelle proprie forze, nelle proprie idee, sta nella libertà e nell’autonomia, sta nell’offrire esclusivamente il frutto del proprio talento, sta nel non praticare l’arte del compromesso o dello scambio.

E se Seminara si considerava “avido di conoscenza, ho bisogno di osservare tutto ciò che mi circonda (persone e cose) di penetrare i segreti della vita altrui, vedere sempre cose nuove e saziare la mia curiosità”, a noi non resta che riascoltare quei versi che un dì Roberto Vecchioni musicò: “e la vita è così forte/ che attraversa i muri per farsi vedere/ la vita è così vera/ che sembra impossibile doverla lasciare/ la vita è così grande/ che quando sarai sul punto di morire,/ pianterai un ulivo,/ convinto ancora di vederlo fiorire…”

E chissà che uno di questi giorni non mi venga voglia di far visita all’Hotel Lido, albergo abitualmente frequentato da Seminara nei suoi tanti soggiorni nella nostra Reggio: potrebbero ancor oggi esserci tracce di quei soggiorni.

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