rotate-mobile
Venerdì, 21 Giugno 2024
Scalino19

Scalino19

A cura di Antonio Marino

La cultura della condivisione nel percorso di Giovanni tra frizioni e…purpetti!

Il Siparista ha ospitato Giovanni Iatì, l’uomo che dopo una vita trascorsa tra patenti e quiz tipici delle autoscuole decise che era giunto il momento di usar l’olio anche per friggere

Al civico 26 di via Francesco Cananzi, proprio sotto il teatro Odeon, proprio sopra l’Hotel Lido, ci aspetta Giovanni Iatì. Ci accomodiamo, l’uno accanto all’altro, in un’aula dell’autoscuola Iatì: “E' stato papà, insieme a mio nonno, a trasferirmi passione ed entusiasmo per questo mestiere. Mio papà Stefano era un uomo di poche parole, lasciava fare, m’accompagnava nel silenzio: non imponeva nulla, lasciava ampia libertà, offrendo però, con discrezione, indicazioni, suggerimenti, soluzioni, incoraggiamenti.

La vita dell’imprenditore – continua Giovanni – è fatta d’alterne vicende, di fatiche e di scommesse, di vittorie e di scivoloni, di tanta trepidazione: non puoi prenderti il lusso d’essere emotivo, di lasciar costantemente trasparire emozioni, sensazioni e dubbi. Non devi nascondere; neanche, però, devi condizionare chi ti sta accanto, collaboratore o familiare che sia”.

Il sorriso, buono, genuino, offre al Siparista, l’amico curiosone del martedì, l’opportunità per sussurrare una prima domandina: da piccolo, Giovanni, così…si…sognava? “Assolutamente si! – fa Giovanni – Pensa, alcuni anni li ho passati in un’agenzia immobiliare a Pieve Emanuele, quindi vent’anni a Milano, gestendo due autoscuole”.

Il sopracciglio del Siparista s’inarca, golosissimo di nuove novità, mentre Giovanni continua: “un pomeriggio, intorno alle ore 13, stavo qui, in autoscuola. Passa un giovane, si ferma, mi dice ch’è di Milano, in città per il concorso d’avvocato, chiede dove poter fare una fotocopia. Vista l’ora, suppongo sia già tutto chiuso: entra, lo esorto. Faccio le copie richieste. E lui: quant’è? Ma figurati, cosa vai a pensare.

Piuttosto, concludo io ridendo, trovami un’autoscuola a Milano…” Quel giovane era Max Ferrari, il fondatore, poi, della MC2 Saint Barth: “poco tempo dopo mi telefona. Aveva trovato un’autoscuola. E sai chi fu il mio primo dipendente? Peppe Martino, uno dei fratelli che in quel di Gallina portavano avanti la Pizzeria La Giara. Era a Milano, da poco sposato, in fase d’assestamento e sistemazione. C’incontrammo in Via Montenapoleone, in un bar. Prendemmo un tè…a Milano il tè costa caro, assai…ed iniziammo l’avventura.

Presi in affitto un appartamento proprio sopra l’autoscuola, consentendo a Peppe e a Giulia, sua moglie, di viver li, vicino al lavoro. L’autoscuola passò da 30 allievi annuali a circa 400. E – chiosa Giovanni – nonostante l’usanza milanese di dare all’autoscuola il nome della via sulla quale sorge, io chiamai la mia Autoscuola Iatì.

Fui un pioniere? Ma no, piuttosto ci tengo alla mia identità, alla storia che sta alle spalle dell’insegna…” Poi sopraggiunse il covid, e altri ragionamenti fecero riflettere Giovanni: “a Milano passai la palla ad altri, lasciai”. Nel frattempo, però, s’andava imponendo “Schiccio, la trattoria che, in quel di Santo Stefano d’Aspromonte, io e il mio socio Angelo Priolo gestiamo da sei anni”.

Un ghiotto profumino, come se ci fosse un piatto di polpette di carne appena fritte, ci…distrae: “mi era stato chiesto – narra Giovanni – di far da sponsor alla squadra di calcio del paese. Lì, a Santo Stefano! M’invitavano, poi, spesso, alle cene; non ci andavo, vuoi per un motivo, vuoi per un imprevisto. Una sera quasi mi obbligarono, elencandomi tutti coloro che avrebbero presenziato, spiegandomi che non potevo non esserci.

Ci andai, insieme ad Annarita, mia moglie: giunto al ristorante, Villa Rosa si chiamava, restai affascinato dal panorama: incredibile davvero… Qualche giorno dopo quella cena, precisamente il 19 di marzo, festa di San Giuseppe, mi coinvolsero in una piccola cenetta con la sola squadra, a casa dell’allenatore. Salìì da solo, portandomi appresso delle zeppole prese in pasticceria a Reggio.

Lungo il tragitto, fatta una curva, m’imbatto sul cancello sbarrato di Villa Rosa; gl’occhi restano appiccicati al cartello appeso: vendesi… È fatta, dissi in cuor mio: leggendo quel cartello compresi quale tipo di follia dovevo compiere. E, insieme ad Angelo, nonché inizialmente insieme pure all’allenatore della squadra di calcio, rilevammo il locale e … alzammo il sipario sulla Trattoria Schiccio!”

Giunti a questo punto, però, la domanda è d’obbligo. E Annarita? “L’ho conosciuta in Biblioteca Comunale. Era, lei, collega di una ragazza che mi aveva invitato ad un evento. Usavo il profumo Versace e, concluso l’evento, saliti tutti e tre in macchina, la mia, per andare al bar a prendere qualcosa, sentìì questa Annarita chiedere: che profumo è? Ti piace, risposi subito io. E lei: ho soltanto chiesto che profumo è! Cominciò così la nostra storia, una storia d’amore che ha portato in dono tre perle: Stefano, Gianluca, Manuela”.

Giovanni, pur non abbandonando il sorriso fraterno, si fa serio: “sai, Gianluca non cè più. A due anni, dalla sera alla mattina, Dio l’ha voluto con se in Cielo… Era, quella, un’epoca ricca: economicamente stavamo bene, potevamo pur permetterci qualcosina di straordinario. Forse ci stavamo lasciando prendere la mano dall’avere, dal possedere: il Padreterno decise di tirarmi dalle orecchie.

Fu, è, dolore indescrivibile. Fu il momento in cui avvertìì forte l’urgenza di lasciarmi vincere dalla rivoluzione della fede: scoprìì, abbandonandomi a Dio, valori reali e senso vero della vita. Compresi che ogni figlio è un dono, non un possedimento, ma un regalo che Dio dà in custodia all’uomo. E mentre ancora le lacrime rigavano le nostre guance, arrivò Manuela, la piccola nostra…

Imparai a non dare più nulla per scontato: l’acqua calda che al mattino usiamo per far la doccia non è dovuta, il pane che a sera mettiamo sulla tavola non è dovuto. Alle loro spalle ci stanno i sacrifici, le rinunce, le intuizioni, di una famiglia, di mamme, papà, figli che ogni santo giorno s’alzano dal letto per andare a guadagnarsi quel pezzo di pane, con onestà, entusiasmo e libertà”.

Si sistema sulla poltroncina, Giovanni, assumendo una posizione nuova, oseremmo dire solenne: “qualsiasi cosa facciamo lungo le giornate della nostra vita, va creata e realizzata nell’ottica esclusiva della condivisione. In trattoria, alla domenica, all’una, serviamo, proprio come accadeva nelle case delle nostre mamme e delle nostre nonne, serviamo le polpette di carne, calde calde, appena fritte: spesso sono io a portarle a quanti, amici e conoscienti, salgono da noi a mangiare.

Non è il titolare che porta un vassoio al cliente: è un amico che smezza una polpetta con l’amico… ovviamente poi ognuno ne mangia quante ne vuole, mica solo mezza!” E chiosa: “sono coordinatore regionale delle autoscuole: esorto sempre i colleghi ad agire secondo i criteri della condivisione. Nel lavoro e fuori dal lovoro. Anche perché, diciamocelo: la divisione porta soltanto grattacapi e amarezze e delusioni”.

Nonostante sia quasi tramontanto il sole, l’agenda di Giovanni prevede ancora tanto da fare. A malincuore, ringraziandolo, lo salutiamo. E uscendo, dall’aula nella quale tanti apprendono l’arte della…guida di un’automobile piuttosto che di un’imbarcazione, ci lasciamo con un’ultima sua raccomandazione: “donare, a prescindere. Sai, una volta in una controversia, un tizio mi ha suggerito di rivolgermi ad un avvocato.

Quando stava per darmi nomi, l’ho fermato: tranquillo, ho già il mio, il Paràclito… Forse quel tizio intese questa parola alla stregua di un cognome. Io, però, mi riferivo proprio allo Spirito Santo, a Dio… È la certezza che c’è Lui, Dio, a guidarmi, sorreggermi, indirizzarmi, a darmi serenità e forza. E se Lui ha dato la vita per noi, perché noi non dovremmo essere capaci di condividere ciò che abbiamo?” Buona vita Giovanni…e grazie!

Si parla di

La cultura della condivisione nel percorso di Giovanni tra frizioni e…purpetti!

ReggioToday è in caricamento