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A cura di Antonio Marino

Cento anni dalla morte di De Nava: esempio d’impegno civico di cui andare fieri

Uno stile di vita, umano e politico, da far conoscere a chi siede, o aspira a farlo, su “poltrone elettive” nella nostra terra, di Reggio e di Calabria. Lo studio di Italo Falcomatà sull’illustre politico reggino

Nei “Quaderni del carcere” Antonio Gramsci sostiene che “lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”.

In “Giuseppe De Nava – Un conservatore riformista meridionale” Italo Falcomatà conferma Gramsci nella sua concezione dello studio: gli sarà costato tempo, ovviamente fatica, la composizione della monografia sul giurista e politico reggino, fatta con attento pellegrinaggio tra le fonti, con piglio narrativo coinvolgente, con contestualizzazione storica puntuale e d’ampio respiro.

Tant’è che Città del Sole – da sempre casa editrice attenta nel valorizzare parole e concetti destinati a raccontare, con originalità e scrupolo, un territorio e un popolo, nel novembre 2009 la ripubblica: Falcomatà, con Editori Meridionali Riuniti, l’aveva spedita in libreria nel 1977. Ed oggi, in questo nostro 2024, noi la riprendiamo tra le mani, la mente e il cuore.

E c’è un perché! A pagina 69 leggiamo: “il giorno dopo la comparsa sulla stampa locale di questo comunicato – De Nava accetta di far parte della Lista nazionale…d’epoca fascista – Giuseppe De Nava morì nella sua casa di Roma, all’una del mattino del 27 febbraio 1924”.

Sono trascorsi esattamente cento anni dalla nascita in Cielo di un Uomo che, scrive lo storico Giuseppe Caridi nella prefazione, “cercò sempre di rendere operativi, snellendone le procedure, i provvedimenti legislativi riguardanti Reggio e la Calabria, adottati spesso grazie al suo decisivo contributo”.

D’altronde, annota Falcomatà, “non si può fare a meno di pensare ai tanti discorsi e ai tanti sforzi che egli fece per migliorare le condizioni culturali della città e per combattere l’analfabetismo; cose, queste, senza cui, a suo giudizio, non sarebbe stata possibile alcuna resurrezione politica, sociale ed economica. Parlando a Bagnara nel 1913, a proposito di questa sua convinzione, aveva detto: "un ministro inglese pronunziava, qualche mese fa, queste parole che fanno meditare: la nostra situazione finanziaria è dovuta alla nostra supremazia industriale, e questa non si manterrà che svulippando l’istruzione del popolo".

Giuseppe De Nava nasce a Reggio Calabria nel settembre del 1858, “da un’antica famiglia di possidenti originaria di Spagna, venuta in Calabria prima del 1400”. Laureatosi in giurisprudenza, esercitata per un po' la professione d’avvocato, vinse, ricorda Falcomatà, “tra i primi un concorso in magistratura per Referendario al Consiglio di Stato e si trasferì definitivamente a Roma. Qui, per l’ufficio che esercitava e per essersi nel frattempo spostato sulle posizioni della Destra, entrò in contatto con gli uomini politici della maggioranza parlamentare come Sonnino, Gianturco, Monti-Guarnieri e Prinetti da cui, nel luglio del 1896, fu nominato capogabinetto al ministero dei Lavori
Pubblici”.

Insomma, pian piano, Giuseppe De Nava si tuffa nell’agone politico. E in occasione delle elezioni del 1897, anno della nascita della XX legislatura, si candidò alla Camera, scegliendo il Collegio di Bagnara: “forse i suoi amici – sottolinea Falcomatà – temendo che l’elezione, a Reggio, gli sarebbe stata validamente contrastata e in ultimo compromessa dall’uscente avvocato Biagio Camagna, gli hanno consigliato di non correre rischi e di ripiegare sul Collegio di Bagnara”.

Venne eletto, ma, “l’elezione venne impugnata alla Camera dalla Commissione preposta perché egli, secondo le norme vigenti, in quanto alto funzionario dello Stato in servizio, era ineleggibile”. Non s’era dimesso, accettando la candidatura politica, dalla carica di Referendario al Consiglio di Stato! Così, il 4 di luglio del 1897 si tennero le suppletive nel Collegio di Bagnara: De Nava, dimessosi dall’incarico pubblico, si ripresentò e rivinse!

“Dotato di fine intuito politico, De Nava – evidenzia Italo Falcomatà – capì che la trasformazione economica e sociale, che aveva investito l’Italia negli ultimi cinque anni del secolo, esigeva una politica nuova e più aperta alla comprensione dei bisogni non solo economici delle masse popolari”: aveva così inizio il cammino politico di De Nava, parlamentare, sottosegratario, ministro, fino alla morte, in tempo di guerra e in tempo di pace, in democrazia e in epoca fascista.

Tant’è che l’indimenticato docente e politico Gaetano Cingari, nell’introduzione al testo di Falcomatà, scrive che “De Nava, leader della democrazia liberale, ebbe un ruolo non secondario nei mesi del crollo del regime liberale e dell’avvento di quello fascista: come ministro del tesoro nel governo Bonomi e come designato dal Re, dopo il fallimento dei tentativi di Orlando e Bonomi, di formare il nuovo governo”.

Chiamato sempre a dirigere “dicasteri dove c’era maggiore bisogno di efficienza, di ordine Commercio, industria e lavoro che “istituì l’assicurazione obbligatoria per i lavoratori dei campi, salariati e non” o che – è sempre Italo Falcomatà a ragguagliarci – tenendo “in grande considerazione l’ordine del giorno con cui l’onorevole Turati aveva illustrato le difficoltà economiche in cui si trovavano gli impiegati delle aziende private danneggiate dalla guerra a causa del grande aumento che aveva subito il costo della vita”, emanò, nel settembre 1917, un “decreto legge con cui assegnava loro un’indennità di danaro mensile a carico dello Stato”.Morirà nel 1924, “colpito da un male incurabile, una neoplasia all’addome”.

L’anno prima, in maggio, il dieci, aveva fatto testamento: Italo Falcomatà, riportandone il testo, pubblicato su “Il Corriere di Calabria”, sottolinea che De Nava “lasciò in dono "alla mia diletta città di Reggio" la sua casa, perché venisse trasformata in biblioteca, e insieme ad essa una somma di danaro con cui pagare il custode e la cura del giardino”.

Ma, quel che più colpisce, nel racconto che Falcomatà fa dei giorni successivi alla morte di De Nava, sta racchiuso in un paragrafo: “tutti hanno voluto mettere in evidenza non le benemerenze del politico, ma l’onestà dell’uomo, "di chi, morendo povero, dopo essere asceso ai più alti fastigi della politica, lascia soltanto un grande patrimonio di virtù civiche"”.

Non a caso l’onorevole Fera parla di "assoluta" povertà: “dovuta – chiosa Falcomatà – non alla vita dispendiosa ed epicurea dello scapolo, ma ad una concezione austera della politica, propria del liberalismo di fine Ottocento”.

E anche quel furbacchione di Mussolini, nel frattempo preso dalla necessità di “dare una immagine severa e morale del fascismo”, “sfruttò”, commemorandolo alla Camera, il suo stile, umano e politico: “De Nava è morto in condizioni così modeste che illuminano di gran luce la nobiltà della sua vita”.

Insomma, non sarebbe male se in casa d’ogni reggino si cominciasse a parlicchiare del De Nava: di certo, nella tornata elettorale successiva all’aver fatto proprio il modo d’intendere l’impegno civico del De Nava, tanti nomi e tante facce ai quali il popolo di San Giorgio ha dato credito – ieri, ieri l’altro e l’altro ieri ancora – non troverebbero più sedia sotto al…pantalone!!!

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