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Lunedì, 20 Maggio 2024
Scalino19

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A cura di Antonio Marino

"L’arca": il monito di Seminara per il reggino di ieri, di oggi, di sempre

Un libro, capolavoro, che ha impegnato lo scrittore di Maropati, per diversi lunghi anni. Fra stesure e rifiuti di pubblicazioni. L’Editore Pellegrini lo porterà in libreria solo nel 1997. È il racconto delle vicende dei Petullà

S’è fatto rincorrere, stavolta, il Signor Camillo! Siamo riusciti a sbirciare dentro al taccuino suo soltanto a poche ore dallo scoccare della mezzanotte e, pertanto, dal venir fuori di questo nostro nuovo venerdì, giorno consacrato alla lettura delle librarie considerazioni dell’Amico Camillo.

Era a zonzo sul corso Garibaldi, in cerca, lo abbiamo udito bofonchiare, di traverse e caseggiati appartenuti ora alla Mantegna, ora al Commendator Canali. Incuriositi, ma assai, ci siamo lasciati vincere dalla lettura degli appunti suoi, appollaiandoci all’interno del suo zaino, dalla pelle un po' consumata…

Venerdì 5 d’aprile, a pagina 9, il Quotidiano del Sud intervista Vito Teti, l’antropologo che nell’aprile 2022, con Einaudi, spedì in libreria “La Restanza”, volumetto dove “restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente”.

E, intervistato la settimana scorsa da Giuseppe Smorto, Teti, a proposito di quegli “errori fatali”, commessi o pronti ad esser perpetuati, indica: “la desertificazione del Sud causata dall’emigrazione, l’aver considerato la montagna un luogo di miseria e di arretratezza e l’industria l’unica forma di futuro”.

Tali parole m’hanno spinto, quasi senza accorgermene, nei pressi di quell’ala di libreria dedicata alla Letteratura Meridionale: tra le mani mi son ritrovato “L’arca”, un autentico, lungimirante, capolavoro che impegnerà Fortunato Seminara, lo scrittore di Maropati, per diversi lunghi anni. Forse per una quarantina. Fra stesure e rifiuti di pubblicazioni.

L’Editore Pellegrini lo porterà in libreria solo nel 1997, a tredici anni dalla morte del Seminara… È il racconto delle vicende dei Petullà, “oliandoli inzafardati di morchia”, che, scrive il critico letterario Antonio Piromalli nell’introduzione, “trasportatori di olio e di altre merci con barrocci vengono fuori dalla "poveraglia" di un paese della Piana di Gioia Tauro. I traffici connessi con la prima guerra mondiale, l’incetta dell’olio e di altre derrate, le speculazioni, l’impianto di un saponificio e di un pastificio hanno ingrassato i Petullà che hanno acquistato terre e vizi”.

Quel che Seminara scolpisce, con precisione maniacale, è il ritrattto di un uomo, il capostipite, Domenico Antonio Petullà, spregiudicato negli affari, ridicolo nella ricerca di una spacciata goffa e, a tratti, volgare sensualità col gentil sesso, incapace di costruire rapporti umani privi d’interesse, prono al potere di qualsivoglia natura, fuggiasco o crudo innanzi i problemi della famiglia.

Ricco in maniera straordinaria, Domenico Antonio Petullà compera frantoio, autocarri per il trasporto delle olive, poderi, una villa immensa, una nuova automobile, benedetta dal parroco, per potersi quasi quotidianamente recare in città, a Reggio Calabria. Il guaio è che Dap, come si fa chiamare, come gli s’appellano le donnine che vorrebbe conquistare con modi e parole degne da bettola, non ha il cosiddetto senso del limite: più ha, più vuole.

S’immischia, appresso alle considerazioni del Ragionier Foti, ne “l’Arca, una società anonima per la costruzione di una raffineria d’olio”, a Gioia Tauro.

Ricco, ricchissimo, si rese conto che la pancia, che lo precedeva, doveva trovare abili massaggiatrici: finì imbrigliato nella rete di donne come Lina, offertagli da donna Mantegna, e Franca, figlia del Commendator Canali, che all’Amore, quello puro bello avvincente, preferivano danaro regali e, eventualmente, un passaggio in camera da letto. Mentre Genoeffa, la moglie, la madre di Angelo Antonio, Giuseppe Antonio e Francesco Antonio, lasciava che le guance imbarcassero quintali di lacrime e paure.

Scese in politica, allorquando i debiti cominciavano a far capolino nel portamonete, divenendo sindaco di Gioia, consigliere provinciale, ago della bilancia nella elezione di deputati e senatori. E resosi conto d’essere immortale e invincibile, continuò la sua marcia, nel lusso e nello spreco, alla ricerca di sesso e d’affetto, d’amicizie e di truffatori.

E quando banche e creditori erano sul punto di sfilargli anche le mutandine, corse alla stazione ferroviaria, cercando, invano, di bloccare la marea di donne e uomini d’ogni età in procinto di scappare al Nord, proponendo loro progetti e prospettive inesistenti anche in testa sua: ed ecco tornare le parole dell’antropologo Teti…”se i giovani se ne vanno è perché non vogliono essere ricattati sul lavoro”…

Petullà, cosi come i suoi due figli più grandi, comanda, ordina, sfrutta i dipendenti. E quando un incidente crea seri problemi ad un giovanotto, risolve il caso offrendo lavoro all’intera famiglia: sfruttando tutti. Per carità, assicurando pane e companatico. Ma dimentico di una prospettiva, di una crescita, di una possibilità di miglioramento: servo sei e servo resti.

E se al figliuolo più piccolo chiede, impone, di studiare, per “salvarsi almeno lui”, è il maggiore a…svelare il…fallimento al papà. Sarà Francesco Antonio a far tornare Domenico Antonio coi piedi per terra. E la conclusione della corsa imprenditoriale del padre sarà la…degna conclusione di un uomo che, alla stregua di altri che – apparentemente per il bene dell’italico popolo sono…scesi in campo…politico!, della sua vita non ha saputo far nulla.

L’ha vissuta, ma non l’ha fatta fruttare. Forse è rassicurante avere tanti quattrini in saccoccia: ma nulla è più essenziale della carezza di chi ti vuol bene, nulla è più fragrante di un pezzo di pane impastato col sudore della propria fronte, nulla è più consolatorio di un “no” detto da un buon amico piuttosto che di tanti “si” sguaiatamente sussurrati da individui interessati, e basta!

Va letta “L’arca” e va fatta leggere a quanti, in questa nostra terra calabra, sognano il riscatto…sulle altrui fatiche, però.

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