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A cura di Antonio Marino

"La vita s’impara": un libro utile anche a chi s’affanna nelle stanze dei partiti politici

L'opera di Corrado Augias, edita da Einaudi. Un invito a non perdere mai curiosità e voglia di lottare, un racconto di un’esistenza lunga (e ancora in corso!) e affascinante e complicata

È l’alba, o forse manca ancora un po', del sei di giugno, giovedì – cioè ieri; il Signor Camillo, l’amico lettore del venerdì, s’è dimenticato taccuino e ritaglio di giornale sul tavolo, in veranda. A noi la situazione è favorevole: un impegno ci porta fuori città e l’opportunità di sbirciare quei fogli e quei concetti, prima d’incamminarci sulla Reggio Calabria-Salerno (giacchè è da Reggio che partiamo…!!!), è per noi ghiotta assai…:

Chi, liberamente, dopo essere stato in libreria, comincia a sfogliare “La vita s’impara”, libro che Corrado Augias, con Einaudi, ha reso pubblico il 7 di maggio del 2024, avverte, quasi immediatamente, la sensazione di…trovarsi sul lungomare reggino, proprio lì dove stavano i tavolini del celebre bar di Luca D’Agostino. Lì, attorno ad uno di quei tavolini, innanzi ad una rigenerante granita al caffè, con in mano il “tuppo” appena sottratto alla fragrante brioche, il lettore si ritroverà faccia a faccia con Corrado Augias…!

Lo stile narrativo del quasi noventenne volto noto della TV e de La Repubblica è talmente semplice, drammaticamente coinvolgente, da sentire, di tanto in tanto, lungo il corso della lettura, la stessa voce di colui che, proprio su la Repubblica, l’editorialista Ezio Mauro descrive “ebreo per linea materna, cattolico per educazione, laico per scelta”. In ognuna delle 296 pagine, che danno corpo ad un titolo intrigante e allarmante (anche…per…vivere…bisogna…studiare?), Augias, conducendo il lettore tra le stanze di casa sua e i vicoli e i corridoi calpestati in ognuna delle stagioni dell’esistenza sua, esorta chiunque a non perder mai l’essenziale curiosità intellettuale e la necessaria, quanto mai vitale all’interno di un mondo fatto di continue relazioni, passione civile.

E se la vita è un apprendistato, una…parmigiana di esperienze, ricordi, desideri, speranze, scelte giuste e sbagliate, Augias rammenta al lettore che “conoscere sé stessi è un compito doveroso che può diventare spiacevole. Comunque, va fatto”.

E puntualizza: “impegno non semplice, perché conoscere sé stessi vuol dire riunire in una sola figura tre possibili sdoppiamenti: chi siamo, chi vorremmo essere e come ci vedono gli altri. La sintesi non è sempre possibile, molto dipende dalla volontà di voler davvero affondare lo sguardo nel timore di chissà quali brutte sorprese. Scriverne indubbiamente aiuta”.

E così, a partir dall’infanzia – “non so, annota Augias, se siano frequenti le adolescenze spensierate, perfino quella di Leopardi per un po’ di anni lo fu; certamente non lo è stata la mia” – attraversando guerre, ricostruzioni, traslochi, assunzioni, soggiorni parigini e residenze romane, progetti, innamoramenti, sacrifici, redazioni e riunioni, paure e viaggi, Augias si ritrova oramai prossimo al traguardo delle novanta primavere: e lo scruta in compagnia dei suoi numi tutelari: Tito Lucrezio Caro, Renan, Feuerbach, Freud e poi Spinoza, Manzoni, Beethoven, Nietzsche, Leopardi.

A un certo punto, poi, precisamente a cavallo tra la pagina 158 e la 159, Augias porta il lettore all’interno dell’italica politica del secolo scorso: “tra le esperienze fatte nel lungo apprendistato alla vita, c’è la constatazione della progressiva separazione tra cultura e politica. Alla fine degli anni Cinquanta chiesi l’iscrizione al Partito Socialista (Sezione Pontelungo, Roma); prima di darmi la tessera, il segretario della sezione e un paio di anziani (che non aprirono bocca) mi sottoposero a una specie di esame sulle origini del socialismo italiano e sul marxismo.

Fu una conversazione piuttosto goffa tra me che ostentavo le mie nozioni e il segretario che pareva imbarazzato nel farmi quelle domande. Un esame più che altro simbolico: vogliamo compagni che sappiano di che parliamo, aveva detto il segretario”.

E, Augias, chiosa: “nonostante la sua approssimazione, continuo a considerare quella prova una garanzia, pure se fragile, contro il pericolo del trasformismo, un tentativo di tenere il più possibile insieme politica e consapevolezza, politica e cultura, principi e interessi. Su quelle sedie un po' sgangherate, sotto il polveroso ritratto di Matteotti alla parete, si stabilivano regole di un agire di cui non c’è più traccia”.

Insomma, “La vita s’impara” è uno di quei libri da mettere nella borsa del mare: è leggero, stimola la mente, spinge le gambe a far visita ad una libreria. Tanti sono gli spunti che Augias pianta nell’animo del lettore. E poi c’è pure Micia, la gatta sua, e la bella distinzione tra vacanza e villeggiatura. E ci son pure pagine succulente su Gramsci e su Paolo di Tarso. E parlando delle amministrazioni comunali romane sottolinea: “quelle cattive hanno aggiunto malafede, malvolere, oscuri traffici; quelle buone si sono limitate all’impotenza”. Pertanto, ad Augias, lo mettiamo in borsa?!

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