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Lunedì, 20 Maggio 2024
Scalino19

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A cura di Antonio Marino

"Le parole per dirlo" riapre il dibattito sull’amianto assassino e intanto nella nostra Reggio...

Il nuovo libro di Franco Di Mare, giornalista Rai, è un volumetto di sole centonove pagine: la giusta lunghezza per farti provare angoscia, paura, disgusto, indignazione e, soprattutto, speranza. Si, speranza!

Non ci è dato sapere se, in lui, provoca apprensione la quotidiana compagnia dell’eternit, il materiale che fa da copertura a tante delle palazzine che circondano la mansarda sua. Di certo, il Signor Camillo, dagli appunti che c’apprestiamo a gustare, si dimostra alquanto interessato agli effetti che l’amianto provoca. Tant’è che l’oramai famoso taccuino con la copertina morbida riusciamo a intercettarlo proprio sulla veranda che sporge su quelle isolette d’amianto, con accanto un libro e un ritaglio di giornale.

Ma…lasciamo che sia l’Amico Camillo a raccontarci…: L’uno maggio, sulle pagine della cronaca di Reggio del Quotidiano del Sud, Andrea Iacono firma una cronaca dal titolo agghiacciante: qui la repubblica dell’amianto. E citando le parole di “Massimo Alampi, delegato regionale Osservatorio nazionale amianto”, Iacono riporta a galla i
“lavori in corso (anche se al momento sono fermi) all’ex Fiera agrumaria di Pentimele” nonché l’urgenza, la necessità, l’improrogabilità di “lavori per la riqualificazione dove è conclamata la presenza di amianto”.

E io, leggendo la cronaca sul Quotidiano, ho tralasciato qualsiasi altra lettura, lasciandomi vincere da “Le parole per dirlo. La guerra fuori e dentro di noi”, libro, edito da SEM, che il giornalista Rai Franco Di Mare ha spedito in libreria il 30 d’aprile. È un volumetto di sole centonove pagine: la giusta lunghezza per farti provare angoscia, paura, disgusto, indignazione e, soprattutto, speranza. Si, speranza!

Franco Di Mare è in lotta con una malattia denominata mesotelioma: un tumore, che nella maggior parte dei casi colpisce la pleura, la cui principale causa scatenante è l’esposizione all’amianto…

In “Le parole per dirlo” Di Mare intreccia la sua vita, di giornalista inviato al fronte, e i giorni della malattia, la sua scoperta e l’odierna convivenza… È un libro da leggere e da regalare. A un certo punto, ad esempio, Di Mare scrive: “cosa diavolo potrà mai fare un povero Cristo che ha i suoi problemi davanti ai guai di uno sconosciuto incrociato al bar? Poco o niente, ovvio.

Eppure perfino quel poco sarebbe prezioso. Il conforto di un sorriso di solidarietà, anche velato, fugace, regalato al dirimpettaio nella metro in un deprimente lunedì mattina, è un appiglio salvifico lanciato a chi è finito oltre i confini del nulla. Non costa nulla – chiude Di Mare – ed è un magnifico invito a riemergere, a battersi e non lasciarsi andare”.

È un inno, delicato, ad accorgerci di chi ci sta accanto, conosciuto o sconosciuto; è un’ode alla condivisione, al desiderio di riscoprirci cirenei dell’altro; è un’esortazione a creare comunità, con la cura e con l’amore.

Ogni capitolo è fatto di due finestre: Sarajevo, Kabul, il ponte di Vrbanja, l’Hotel Holiday Inn ovvero l’albergo della stampa a Sarajevo, sono i nomi di battesimo dei luoghi – caratterizzanti la prima delle due finestre d’ogni capitolo – che videro vivificarsi i fatti, d’umanità seppure in tempo di guerra, narrati da un Di Mare commosso, stupito, fraterno… Appare pure un mercato e un tizio che, ogni dì, attuava, scrive Di Mare, “un rito. Gli serviva per sentirsi vivo e normale. Una spesa immaginaria, con soldi immaginari. Un mondo parallelo, la risposta della fantasia all’orrore planetario, una forma di resistenza civile”.

Quell’uomo, ogni mattino, andava al mercato, girava fra i banchi e la frutta e le verdure. Con gl’occhi sceglieva, selezionava, imbustava. Tornava poi a casa, dalla moglie, con le mani semplicemente riposte nelle tasche del pantalone. In guerra i soldi sono ancor più pochi che in tempo di pace: per sopravvivere, però, bisogna inventarsi una sorta di mondo parallelo, dove tutto scorre come se in cielo ci fossero solo nuvole e sole, e non aerei pronti
a sganciar bombe…

L’altra finestra, d’ogni capitolo, è spalancata sul Franco ammalato: “la mia – scrive a pagina 94 – non è una malattia attribuibile al destino baro, non si tratta di una di quelle pene che vengono comminate al povero ammalato dalle ubbie di un fato avverso e cinico. A me il mesotelioma non è mica arrivato per caso. Io me lo sono proprio andato a cercare. In modo inconsapevole, certo”.

È un Franco che sa d’essere stato in “molte delle immense incubatrici dove l’amianto aveva liberato miliardi e miliardi di particelle invisibili nell’aria formando una spaventosa cappa venefica su intere aree d’Europa”. È un Franco che non rinnega il passato d’inviato Rai lì dove la guerra creava morte disperazione povertà e solitudine. È un Franco orgoglioso d’essere “stato scelto fra gli altri, consapevole della responsabilità che quel mandato fiduciario comportava: diventare gli occhi e le orecchie di milioni di telespettatori”.

È un Franco reso edotto e spronato dai suoi medici, sulla tragicità della diagnosi e sull’essenziale riscossa. È un Franco Di Mare al quale non si può non voler bene. Sfogliare le pagine sue significa acquisire lo stile suo: vivere appieno ogni istante d’ogni ora d’ogni giorno d’ogni mese d’ogni anno a disposizione, lavorare con cuore e intelletto, agire sempre e come se l’altro fossi io, accogliere un colpo basso senza mai finire al tappeto ma solo sulle ginocchia, in modo da ricominciare subito la corsa. E poi, creare amicizie, limpide libere tenaci, così … se uno dei due s’attarda l’altro l’aspetta, per continuare insieme – proprio come don Camillo e Peppone – il lungo viaggio fino al traguardo della vita.

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