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A cura di Antonio Marino

Luigi Aliquò-Lenzi, "ecco la trama dell’ansiosa vita del combattente tenace: lavorò e operò per la Terra nostra"

La storia di un uomo appassionato per "il giornale, che si ama, ripeteva sempre, come una creatura propria: fatta della propria fatica, del proprio amore, delle trepidazioni di ogni giorno", raccontata dal figlio Filippo Aliquò-Taverriti

Il Signor Camillo, l’amico lettore del venerdì, non si fa trovare in casa. Lo becchiamo, alquanto contrariato per l’elevata umida temperatura, al fresco d’un albero della villetta che, in quel di Gallina, sorge fra via Carlo Alberto e via Chiesa Madre.

Tra le mani ha l’oramai celebre taccuino dalla copertina morbida, carico d’appunti e sottolineature. Accanto, adagiato su una cartella sottobraccio dalla pelle consumata, v’è un libro, antico, assai antico… Tremendamente affascinati da quel libro, eseguiamo il settimanale tuffo fra le sillabe e i pensieri dell’Amico Camillo, cedendo così a lui il proscenio:

È stata la reggina tipografia Fata Morgana a stamparlo, nel settembre del 1945. È prezioso, è coraggioso, è stimolante: è intitolato "Luigi Aliquò-Lenzi". L’autore? Filippo Aliquò-Taverriti, il figlio!

"Altri – annota Filippo nella premessa – avrebbe potuto rievocare il "rievocatore" dei calabresi tutti, che trascorse oltre mezzo secolo curvo sui libri, ricercatore tenace appassionato fervido: illustrando studii e studiosi noti ed ignoti, lavorando disinteressatamente nel miraggio di una Calabria migliore, proiettando sull’avvenire le luci del passato. Ma – aggiunge l’autore – per assolvere un voto del mio cuore, e più ancora per l’intimità e la comunione, di idee e di propositi, che io ebbi con Lui, ho voluto riserbarmi l’onore e l’ònere di tracciare questo 'ricordo'”.

Ne viene fuori – a un anno esatto da quel 18 settembre 1944, allorquando improvvisamente Luigi Aliquò-Lenzi si addormentò nel Signore – l’istantanea, dai colori brillanti, di un uomo vissuto per e con l’altro. E cerchiamo di capire il perché. Filippo Aliquò-Taverriti, figliuolo autore, ne traccia il cammino, inaugurato con quel primo vagito udito, nella nostra Reggio, il 29 luglio 1875: generato da Filippo Aliquò-Luciani e da Filomena Lenzi, si distinse fin dalla gioventù per “ingegno pronto e vivace, temperamento ardente e generoso, amore senza misura per la sua Città e per la sua Regione”.

Non ancora diciannovenne pubblica “Schizzi”, un “volumetto nel quale, dando un saggio delle possibilità di scrittore, tratteggia le marachelle – grosse e… piccine – di ragazzo esuberante e irrequieto”. A vent’anni “si rivela conferenziere brillante”. Quindi, “lottatore leale e pugnace – che non sa rassegnarsi alle ingiustizie, né alle sopraffazioni – è già giornalista”. Qui, Filippo, dipinge il papà con chiara concretezza: “il giornalismo è per Lui apostolato: di supremo interesse pubblico, al disopra delle persone e dei personalismi; azione di controllo, di moralizzazione, di elevazione.

E – l’autore riporta ora le parole del padre – lo definisce: 'mezzo di propagazione culturale, valorizzazione ed ammonimento, illuminante ed educativo, pungolo ai torpidi, plauso ai volenterosi, premio e castigo, fattore di coscienze, polarizzatore di energie'”.

Ha inizio così la “nuova vita” di Luigi Aliquò-Lenzi, di un uomo appassionato per “il giornale, che si ama, ripeteva sempre, come una creatura propria: fatta della propria fatica, del proprio amore, delle trepidazioni di ogni giorno…” Dirige “La Gazzetta di Reggio”, rifiuta il passaggio al “Secolo” di Felice Cavallotti poiché, racconta Filippo Aliquò-Taverriti, “non vuole lasciare la sua Reggio, alla quale è attratto da vincoli di infinita tenerezza”.

Nel 1908, al convegno dei giornalisti della Calabra, è artefice, con Italo Vollaro, della costituzione della Associazione della Stampa Regionale Calabrese. In tale occasione, tracciando la funzione della stampa, “chiede che la cronaca nera non continui a diffamare tutta la regione, facendola apparire popolata di ladri e di briganti; invoca il diritto ed il dovere della critica serena e severa; vuole il rispetto del giornalista e la moralizzazione della professione; indica propositi e programmi rimasti, purtroppo, tali; incita alla rievocazione delle memorie ed alla discussione dei più vitali problemi”.

E ancora: “facciamo che la Calabria sorga ad invidiate altezze morali e sia imposta a l’Italia la considerazione in cui va tenuta, perché il popolo non si abbia dirigenti che lo comprino, o con la violenza lo vincano, o alle sue libertà attentino, o lo sviino dal retto cammino, o nelle sue ragioni l’opprimano e le tavole delle leggi infrangano”. E infine: “lavoriamo perché tutto ciò che è monopolio del governo non sia monopolio dei nostri diritti.

La viabilità, soprattutto, che ci avvicini col fatto come siamo col cuore; la libertà e l’aiuto, come ad ogni altra regione, nella coltura delle nostre terre ubertose ridotte a sterili lande, nell’industria dei nostri pregiati prodotti, nel commercio che è fonte di benessere. Nell’agricoltura, nell’industria, nel commercio: senza speculatori, vampiri ed oppressori”.

È redattore del “Corriere di Calabria”, dirige la “Rivista Storica Calabrese”, è corrispondente de “Il Tempo” di Roma e de “Il Mezzogiorno” di Napoli. Luigi Aliquò-Lenzi vive “intensamente la vita dura e attraente del quotidiano, con tutte le soddisfazioni e con tutte le sorprese, con tutti i disinganni, con tutte le responsabilità, con tutti i pericoli.

Gioia e patimento. Il quotidiano è un fascino, che bisogna avere goduto, che bisogna avere sofferto: per sapere quanto sia potente e quanto sia assoluto”. Ai fascisti, che non lo tollerano, che mal sopportano la sua libertà, risponde: “se fossimo dei conigli non faremmo i giornalisti…”

Insomma, lui, Luigi Aliquò-Lenzi, il giornalista che mai ha “piegato il dorso a ricchi od a potenti!”, qualche giorno prima di morire, scrisse: “qui c’è – indiscussa e indiscutibile – una solenne verità: ho cinquant’anni di fatiche e sono, quale sempre fui: povero, poverissimo!” E aggiunge l’autore, nonché figlio, Filippo Aliquò-Taverriti: “francescano del giornalismo, ha donato alla Calabria ogni palpito d’amore infinito, senza misura e senza mai nulla chiedere: né compensi, né prebende, né onori. Con dovizia di mecenate, con abnegazione di apostolo”.

Prima di concludere, però, è opportuno un passo indietro. Torniamo al 1914, al mese di luglio: Luigi Aliquò-Lenzi, “assunto alla direzione”, inizia “immediatamente l’opera immane di salvataggio e di riordinamento” del “patrimonio librario” della Biblioteca comunale, rimasta, in seguito al terremoto del 1908, in “deplorevole abbandono sotto le macerie della Chiesa di San Gregorio Magno, che l’ospitava”. Vive, così, una ulteriore nuova vita, che lo porterà, nel 1932, ad istituire “la Cattedra di Storia Letteraria Calabrese, attraverso la quale compie opera preziosa, con conferenze di notevole importanza. Si alternano nel magnifico salone della “De Nava” le personalità più illustri, che evocano e ravvivano in fastigio le figure dei maggiori di Terra nostra”.

Ora, “Luigi Aliquò-Lenzi”, il libro che abbiamo tra le mani, la biografia scritta da Filippo Aliquò-Taverriti, l’opera che magnificamente racconta il “giornalista, direttore della Biblioteca Civica reggina, scrittore, conferenziere”, custodisce tante altre succulente risorse, che per evidenti ragioni non trattiamo: non possiamo costringere l’eventuale lettore di codesti appunti a sostar troppo, di certo preso dall’affascinante personalità che fu l’Aliquò-Lenzi.

Chiudiamo, pertanto, rammentando che i fascisti in più occasioni bloccarono l’agire del giornalista Luigi: egli, però, ricominciò subito. A denunciare. A proporre. A difendere. A chiarire. Mise magari a repentaglio la vita propria? Certo che si! Prese sottogamba il pericolo? Certo che no! Fu missionario della parola, fu innamorato leale di una Terra e di un Popolo ai quali, ancor oggi, se lo vogliono, tanto, attraverso i suoi scritti, può donare…

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