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Scalino19

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A cura di Antonio Marino

Basterebbe un flauto: Paolo Fresu e Omar Sosa ammaliano il Cilea

"Food", il concerto voluto dall’associazione Naima, scuote le coscienze, ritempra gli animi e stimola la riflessione

S’apre il sipario. Un fumo, bianco, trasparente, addirittura gradevole, s’impadronisce del proscenio, poi della platea, sfiora pure i palchi. Un gioco di luci, miscela d’azzurro e di blu, esalta le figure smilze di Paolo Fresu e Omar Sosa.

Ha inizio “Food”, il concerto che trasporta la Reggio bella e gentile fra i vicoli di New Orleans. Lì, nello Stato della Louisiana, propriò lì, negli Stati Uniti d’America, dove quello stile, il Jazz, prese forma, tonalità, colore. Fresu e Sosa rapiscono, immediatamente, il pubblico che ha sposato la proposta dell’Associazione Culturale Naima: al ventisei d’aprile, nel bel mezzo di un goloso fine settimana lungo da vivere chissà dove, restare in città, comperare un biglietto e vivere un’esperienza artistica, umana, musicale, civile davvero intrigante, oseremmo dire unica nel genere suo.

In poco più di novanta minuti, senza sosta alcuna, Fresu e Sosa servono brani che coccolano, abbracciano, proiettano lo spettatore in una dimensione altra: lì, dove l’incedere esistenziale è lento, attento all’altro, tendente alla condivisione, sempre alla ricerca del bello, del buono, dell’utilità comune.

Fresu e Sosa abitano il palcoscenico del Cilea con serenità, muovendosi con movimenti pacati, ritmati, pensati, voluti. A un certo punto entra in scena la parola parlata! Fresu, dopo una mezz’ora dall’inizio del concerto, lascia che siano soltanto le dita di Sosa ad accarezzare uno strumento, il pianoforte.

Lui, Paolo da Berchidda, isola sarda, introduce una piccola narrazione: con fare concitato svela la genesi del progetto “Food”, di un disco nato per “diffondere il desiderio di equità, la voglia di solidarietà, per tender mani a quanti arrivano sulle nostre coste, in cerca di un sorriso e di un panino farcito con un po' di serenità”, sussurra Paolo Fresu.

E poiché “Omar e io siamo consapevoli che questa musica, che un concerto non potrà mai cambiare il mondo. Ecco perchè portiamo, con questo progetto dedicato alla cultura del cibo, nei teatri e fra le strade un accendino: vogliamo accendere in tutti il sogno rivoluzionario – chiosa Fresu - se ognuno di noi scendesse in piazza col proprio flauto, condividendo il suono suo, forse tutti quanti comprenderebbero ch’è giunto il tempo di cambiar stile, in ogni ambito di quella fantastica storia ch’è la vita, d’ognuno di noi. E alla mia storia appartiene la tua, e viceversa, anche se non ci conosciamo: da come agisco io dipende anche la tua felicità, e viceversa…”

“Food” è un progetto nato fra trattorie e sala d’incisione, fra melodie gastronomiche e virtuosismi strumentali: dopo poche iniziali battute s’ode una voce, lentamente recita un’antica preghiera, un rendimento di grazie che s’usava compiere non appena il cibo arrivava in tavola… Fresu e Sosa, però, di tanto in tanto, scelgono viuzze non previste dal navigatore! Eccoli, ad esempio, ammaliare il popolo del Cilea con “What Lies Ahead” di Peter Gabriel: un brano sensuale, quasi voluttuoso, che senza rompere quella lotta per l’eguaglianza e i bisogni di tutte le genti del mondo innescata dal progetto “Food”, conduce lo spettatore nel soggiorno dei suoi sentimenti, accarezzando col luccichìo dei propri occhi il volto dell’amor proprio…

Insomma, brano dopo brano, giunge il momento di far calare il sipario. Prima, però, Fresu e il cubano Sosa, fanno alzare il popolo in piedi: l’ultimo brano è coinvolgente, con un intreccio di note e giochi di luce da far tremare le caviglie! Sosa, a tema gastronomico, trasforma una scodella d’acciaio in…musica penetrante, pungolante, martellante.

Donne e Uomini abbandonano la poltroncina per lasciarsi trascinare da quegli stessi movimenti che Omar Sosa inscena sul palco: ondulati e travolgenti. Il popolo applaude, gradisce, fa per prendere borse o giubbotti per andar via. Ma non è mica finita lì: la tromba di Fresu accenna una, poi, due, poi tre note. Una donna, in quinta fila, lascia cadere la giacca a terra, alza al cielo le braccia e…”una mattina, mi son svegliata, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao…”

È un tripudio! È il dolce necessario al termine di un banchetto, a base di “cibi musicali”, che soltanto due artisti dal calibro di Fresu e Sosa potevano impastare… E sul palco, dalla scenografia essenziale, fatta con proiezioni stilizzate e azzeccate, fatta con forme che ora richiamano una forchetta ora un piatto ora un intreccio di sensibilità e bisogni, mentre le note del Canto della Resistenza invadevano la Città dello Stretto osservata da una magnifica luna piena, su quel palco apparivano anche Giuseppe Tuffo e Antonio Maida, rispettivamente presidente e coordinatore dell’associazione culturale Naima.

Erano stati loro a introdurre la serata: Tuffo, anagrammando il nome dell’associazione, sottolineava che “c’abbiamo, tutti quanti, messo l’anima, eccoci anagrammati!, nel portare a compimento quest’idea, innovativa: inaugurare il tempo primaverile con uno spettacolo che lasciasse nei partecipanti un desiderio di riscossa, di ricerca del bello”, Maida, invece, rammentava che “solo artisti mai banali, come Fresu e Sosa, potevano pensare un concerto politico e artistico, costruito per piantare, nei cuori e nelle menti, il seme di uno sviluppo solidale nel campo della nutrizione”.

La musica, intanto, è finita, il popolo sbuca sul corso Garibaldi. Mancano poche decine di minuti alla mezzanotte. Nascerà quindi il 27 d’aprile, decennale della canonizzazione di San Giovanni Paolo II, il Papa che, nel 1983, al Teatro alla Scala di Milano, affermava: “il mondo della cultura e dell’arte è chiamato a costruire l’uomo: a sostenere il cammino nella ricerca, spesso tormentata, del vero, del bene, del bello.

La cultura e l’arte sono unità, non dispersione; sono ricchezza, non depauperamento; sono ricerca appassionata, talora tragica, ma finalmente anche sintesi stupenda, nella quale i valori supremi dell’esistenza, anche nei suoi contrasti tra luce e tenebre, tra bene e male - chiaramente identificati e identificabili - vengono ordinati alla conoscenza profonda dell’uomo, al suo miglioramento, non al suo degrado”.

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