Mercoledì, 17 Luglio 2024
Scalino19

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A cura di Antonio Marino

Il teatro di Mario La Cava: in cinque copioni il genio letterario dello scrittore reggino

Lo scrittore di Bovalino, dimostra, ancora una volta, la grande capacità sua di leggere l’ordinario, offrendo, anche nel testo teatrale, le tensioni tipiche dell’uomo d’ogni epoca

L’estate, si sa, è quel tempo privo di confini. Il caldo, il desiderio di lasciarsi avvolgere da aria fresca e ritenprante, la voglia di star con gli altri, condividendo mangiogna e passatempi, esortano l’uomo a non albergare troppo in casa, scegliendo il mondo, la piazza, la strada, la spiaggia, la pineta, come luogo di sosta, di aggregazione, di rasserenamento, di crescita culturale.

Così, il Signor Camillo, il nostro amico lettore del venerdì, sempre propenso a dedicar tempo e quattrini a spettacoli teatrali, o anche musicali, ha scelto, per quest’ultima settimana di giugno, un libro che un editore cosentino, Brenner, ha pubblicato nel 1988, a pochissimi giorni dalla morte dell’autore: “Opere Teatrali” custodisce i copioni nati dal genio letterario di Mario La Cava.

I titoli: “L’onorevole Bernabò”, “Hai avuto schiaffi sulla tua faccina”, “Un giorno dell’anno”, “La morte del Papa”, “Il procuratore dei matrimoni”. Sono delle piccole perle drammaturgiche, scolpite tra il 1942 e il ’59, forse mai rappresentate.

La Cava non gioca con artifizi né va alla ricerca di metodi per esasperare l’agire o il pensare dei suoi personaggi: lo scrittore di Bovalino, fine osservatore dell’umano quotidiano, compone una drammaturgia fedele, ma assai, alla vita. Mi permetto porlo sullo stesso piano di Eduardo De Filippo: entrambi leggono la sofferenza, il sacrificio, l’entusiasmo, la paura, il sogno che caratterizza l’incedere dell’uomo su questa Terra, trasformandolo in atti e scene capaci di dare al protagonista, in carne e ossa, un perfetto riflesso del suo modo di essere e di stare, all’ombra o sotto al Cielo.

In, ad esempio, “La morte del Papa”, La Cava conduce lo spettatore – dell’ipotetica rappresentazione! – in casa di donna Giuseppina: nella sua stanza semibuia è detentrice d’un televisore. Innanzi al tubo catodico stanno sedie, tante. Sono i giorni dell’ottobre del 1958, a Castel Gandolfo è morto Papa Pio XII, la televisione porta nelle case i riti di trasferimento del corpo di Eugenio Pacelli dai Colli Albani alla Città del Vaticano.

Non è ancora diffusa la proprietà d’un televisore: così il vicinato affolla la casa dell’amica, della commare, del parente che ne possiede uno. Ginetto, figliuolo di donna Giuseppina, è entusiasta del gran numero di ospiti: “che soddisfazione, che onore!” esclama, sottolineando poi che, il televisore, “noi l’abbiamo e gli altri no!” Mamma sua, invece, appare impaurita dall’eccessiva presenza umana in casa, temendo per la resistenza del pavimento: “ma non si sfonderà?”

A questo punto, La Cava, lascia che sia il chiacchiericcio a far da padrone: Margherita, Gilda, Donna Sara, Marietta, Pina e la folla d’intervenuti intrecciano interessi privati e attenzione ai riti che ruotano attorno la morte del Papa. Le sei scene che compongono l’atto unico, rapido ma intenso, non celano colpi di scena particolari.

Il drammaturgo La Cava lascia che quella situazione, comunissima in tante italiche abitazioni degli Anni ’50, diventi motivo di curiosità e di approfondimento per il lettore/spettatore: dalla tizia che si appisola, implorando il risveglio al momemto dell’arrivo del Papa morto a San Pietro, alle due donnine che riflettono sui personali gusti televisivi, La Cava mette nella testa e nel cuore del lettore/spettatore la…pulce che stuzzica l’uomo sul suo essere in relazione con gli altri, sul suo modo di vivere grandi e storici avvenimenti, sulla sua voglia di non scadere, con atteggiamenti superfciali, innanzi agli altri… Ne “L’onorevole Bernabò”, invece, Mario La Cava dipinge, con oculata e disarmante delicatezza, tanto Pietro Bernabò, l’onorevole, Erborina, sua seconda moglie, Ideale, figlia di primo letto, Pippetto studente e loro figlio, quanto Baiante, suo ex servo e informatore di fiducia, l’amante Cocchina, l’idealista liberale Daniele e l’astuto Pappolo.

I tre atti che fanno la commedia abbracciano quell’arco temporale che va dalla dittatura fascista fino all’ingresso sul suolo tricolore delle truppe inglesi. In quest’opera il lavoro drammaturgico di La Cava è sottile, meticoloso oserei dire: ciascun personaggio è costruito in maniera naturale. In ognuno dei personaggi si colgono i tratti salienti di coloro che della politica ne fanno missione e scopo, interesse e vanto, vetrina e bene comune: Bernabò è antifascista, attende la fine della dittatura, accoglie gl’inglesi in casa sua, ottiene la carica di sindaco, ne viene rimosso poiché scatta in lui una sorta, come dire, di follia.

La sola lettura del copione induce a…ricreare nell’intimo proprio il tono di voce di ognuno dei personaggi: Erborina e Ideale, soprattutto, appaiono come quelle donnine, mogli o figlie che siano, apprensive in maniera comica nei confronti del congiunto. Son quelle donnine che preservano ma rilanciano, pretendono cura e riposo e suggeriscono nuove azioni e progetti diversi.

Il Pippetto figlio è scapestrato, bada al divertimento e in politica ci casca e barcolla su orme mai calpestate dal papà, del quale vuole i quattrini, per il quale nutre poca stima amministrativa e strategica.

E poi ci son tutti gli altri, il cui arrivo provoca sempre quei sussulti utili per far scorrere una trama, soltanto apparentemente semplice: “L’onorevole Bernabò” è la storia d’un uomo che, sognandosi politico, alla stregua di Sir Winston Churchill, si ritrova rimbecillito – da un’agire fatto d’attese, di castelli costruiti in aria e di continue infondate rassicurazioni riservate al circondario – privo di pubblica carica e…solo, giacchè la piccola corte che gli stava appresso, compreso che non v’era più neppure una goccia in quella…vecchia...bottiglia…d’olio, s’è data alla fuga… E chissà – concludendo! – che prima o poi qualcuno non avverta il desiderio di portare in scena la drammaturgia di La Cava: è attuale, è fresca, stuzzica la nostra Terra e i suoi abitanti, è universale, è piacevole e formativa, è scritta in maniera talmente comprensiva e strutturata in modo così profondo ch’è un sacrilegio lasciarla a prendere polvere su qualche scaffale.

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