Giovedì, 18 Luglio 2024
Scalino19

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A cura di Antonio Marino

Una fetta di luna: il cosentino Dante Maffia narra la vita e la galera di Tommaso Campanella

Un inno alla libertà, affinchè mai nessuno resti imbrigliato nella ragnatela di chi ai mari in tempesta preferisce i laghetti stagnanti

Approfittando di un notturno, fresco e rinfrancante, sussurro di un venticello nascostosi, per fin troppo tempo, chissà dove, il Signor Camillo, il nostro amico lettore del venerdì, trascorre il tempo della luna appollaiato sul divano, solleticato pure da un libro, ricevuto in dono qualche tempo fa. Ecco le sue considerazioni, vergate con verde inchiostro.

Il diciassette di gennaio del 1946 la calabra Roseto Capo Spulico accoglieva il primo vagito d’una creatura, Dante Maffia chiamata, che avrebbe trasformato l’esistenza propria in uno sterminato foglio bianco, sul quale annotare poetici versi e narrativi paragrafi. Oggi Maffia vive a Roma: all’interno dello zaino suo oramai non entrano più le tante, ma assai, sue pubblicazioni. Specialmente poetiche.

Apprezzate da uomini dal calibro di Aldo Palazzeschi e Leonida Rèpaci. Nel 1996, però, offre una prova d’alta narrativa: pubblica, con la casa editrice Spirali e con la prefazione di Norberto Bobbio, “Il romanzo di Tommaso Campanella”. Un volume che nel 2006, con la prefazione di Corrado Calabrò, viene ripubblicato da Rubbettino, e, infine, nel novembre 2020 dalla reggina Città del Sole Edizioni.

Il libro che ho in mano è nell’elegante veste per lui scelta da Franco Arcidiaco, l’editore reggino sempre attento a non lasciar scivolare nell’oblìo scritti che, come affilate lame, squarciano la comoda nebbia che l’uomo abitudinario e remissivo lascia alzare attorno a se. Sono, insomma, scritti che spronano alla riflessione, urlano ad avere uno sguardo nuovo, suscitano emozioni, provocano vitali mal di testa ed essenziali fitte allo stomaco: son “farmaci” che riportano il lettore sulla via buona e giusta di una vita fatta con originalità, con capacità critica, con difesa della libertà umana intellettuale professionale, con amore per la povertà se la ricchezza implica dipendenza, con costante ricerca di una verità scomoda ma reale, con sacrifici immani e senza mai rinnegare o rimpiangere nulla.

E in questa sorta di piccolo manifesto rientra pienamente “Il romanzo di Tommaso Campanella”. Dante Maffia, al tornio letterario, modella un libro ch’è d’una attualità disarmante. Nel 2023, in un’intervista, Maffia afferma: “non mi sono aspettato mai niente dai miei libri. Perché li scrivo e li pubblico? Per molte ragioni, ma soprattutto perché dentro pongo messaggi che avranno senso in futuro”.

E nel romanzo, nel 1996, allorquando per la prima volta venne messo al mondo, scriveva: “cambiare significa mettersi in gioco. Se a te, Capitano, dicono di cambiare rotta per arrivare a Marsiglia, lo fai a cuor leggero e senza timore? Senza preoccuparti dei tuoi marinai e del tuo carico? Credo sia la stessa cosa per la Chiesa: finchè nulla si oppone alla sostanza di Dio, niente diventerà insidia da combattere, ma quando qualcuno afferma che Dio non teme di guardare dentro ciò che ha creato, dentro il mondo fisico, allora si alzano le voci e si grida allo scandalo e all’eresia, come se si temesse di ferire il costato di Dio nascosto nella natura”.

Maffia dipinge la vita, il pensiero, la galera, i processi, le disonestà subite, le amicizie, di Tommaso Campanella: lo fa portando il lettore al di qua e al di la del cuore del frate domenicano nato a Stilo. Il lettore avverte il palpito del cuore del filosofo e, al contempo, scruta il disfacimento del suo corpo, lasciato a marcire nelle galere e nei conventi, ed anche tutto ciò che attorno ruota: sotterfugi, tatticismi, diplomazie a convenienza, stenti del popolo calabrese.

Tant’è che Paola Petrignani, su L’Osservatore Romano del sette di settembre del 2022, recensendo il libro sottolinea che “per loro quel che dice è eresia, è come se bestemmiasse. L'asse, con Tommaso, si sposta: nessuna conoscenza è solo una per lui e con lui, né tanto meno è unica e univoca: mai il sapere sarà, fino alla fine, certezza assoluta. Tutto sarà messo in discussione. Di nuovo, è una dimensione, quella di Tommaso, troppo estrema e dinamica, incomprensibile per chi gli sta attorno. Troppi i nemici, e nemici sin da subito, ma alcuni riconosceranno il suo valore salvandolo dalla vergogna (primo fra tutto il cardinale Richelieu)”.

Insomma, a parer mio, Dante Maffia offre oggi, luglio 2024, un libro ch’è parte integrante di quel gran caos – apparente, tangibile… - che regna fra le due Città, di Dio e dell’Uomo. Al tempo in cui in tanti, pur occupando poltrone, su temporale o spirituale nomina, prima annunciano e poi rinunciano, prima chiamano e poi dimenticano, è opportuno far propria la…lucidità – narrativa, filosofica, teologica, scientifica – che Dante Maffia usa nel redigere un romanzo ch’è biografico e, oso dire convintamente, autobiografico: soltanto un animo nobile come quello di Maffia poteva cogliere, senza esserci stato, il dramma di un uomo lasciato a mangiare accanto ai suoi escrementi.

E oggi, soprattutto oggi, è assolutamente opportuno leggere il Campanella di Maffia: ogni uomo deve, con ogni lecito e oggettivo mezzo, evitare di finire come Campanella, con a disposizione soltanto una fetta di luna. Lo tennero rinchiuso per ventisette anni, gli scelsero una cella con microscopica finestrina, non gli consentirono – illusi! – di gettare il cuore oltre l’ostacolo. 

Ma, si sa, il Padreterno non sogna e non crea nulla per puro caso. Il piccolo Giandomenico Campanella, figlio di Geronimo e figliastro di Catarinella, che “a poco più di tredici anni”, “verso il tramonto d’una giornata del 1582”, fu destinato al convento domenicano di Placanica, che “discute di filosofia e poesia come un vecchio erudito”, che sceglie di chiamarsi Tommaso perché “nei suoi approcci con la Summa Theologica Dio gli è apparso non come un’astrazione o un teorema, ma come un essere concreto e vivo: una garanzia per la sua natura diffidente e, insieme, passionale”, soltanto “all’inizio del 1629, finito di scontare tutte le pene inflitte dal Regno spagnolo e dalla Chiesa, fu completamente libero da qualsiasi pendenza giudiziaria”.

Una parabola d’affascinante resistenza: non si lasciò vincere dalla comodità della morte, visse per poter lasciare, all’Uomo del suo futuro, i cardini, i pilastri, della Città del Sole. Utopica? O forse realizzabile.

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