Cronaca

Domenico Agresta: il collaboratore di giustizia che ha preferito la scuola alla 'ndrangheta

Con le sue dichiarazioni ha svelato gli organigrammi della "locale" di Volpiano in cui “nessuno poteva fare le cose da solo e doveva rendere conto agli Agresta, altrimenti se ne sarebbe dovuto andare”

Il Procuratore di Torino durante la conferenza stampa

Polizia Vallone-2Domenico Agresta, 33 anni, è il collaboratore di giustizia che, con le sue dichiarazioni, ha permesso agli investigatori della Dia, guidati da Maurizio Vallone (nella foto), di fare luce sull’organizzazione, sugli affari e sui colletti bianchi della “locale” di Volpiano. Lui che era arrivato alla dote di “padrino”, nipote di colui che è ritenuto il “capostipite” della “locale” piemontese, ha maturato in carcere la convinzione che la ‘ndrangheta, con le sue regole, non faceva al caso suo e - come scrivono gli inquirenti nelle carte dell’inchiesta “Platinum-Dia” - ha avviato una “inaspettata” collaborazione con la giustizia a soli 28 anni.

Ai codici mafiosi, Domenico Agresta ha preferito studiare sui liberi di scuola e, durante la sua permanenza carceraria disposta per essere stato riconosciuto autore di un “feroce omicidio” nel 2008, conseguire il diploma.

Nel carcere di Saluzzo, come sottolineano i magistrati della Dda di Torino, Domenico Agresta “del tutto inaspettatamente, ha deciso di cooperare con la giustizia mentre si trovava recluso in espiazione pena presso il carcere di Saluzzo, ove ha potuto frequentare la scuola e iniziare un percorso di studi, così da maturare una nuova sensibilità e sviluppare una comprensione del disvalore delle condotte in precedenza tenute”.

Assunto quest’ultimo confermato dalla viva voce di Domenico Agresta il 7 ottobre del 2016, nel giorno del suo primo interrogatorio davanti ai sostituto procuratori torinesi. “la conoscenza mi ha fatto maturare delle consapevolezze, ho acquisito degli strumenti tali da comunque fare delle scelte. non credere più nella violenza .,. la scuola mi ha dato la conoscenza".

Quella di Domenico Agresta non è stata una scelta facile, il giovane era consapevole che la sua collaborazione avrebbe coinvolto i propri familiari, che avrebbe significato per lui un pericolo costante per la propria vita, ma la scelta era ormai elaborata.

“Sono preoccupato - dice Domenico Agresta mentre viene registrato - per la mia sicurezza. I fatti che riferirò riguardano e coinvolgono. i miei familiari. Sono stato affiliato alla ‘ndrangheta e la maggior parte delle cose che ho da dire riguardano miei familiari”.

Il travaglio intimo, personale del giovane nipote di Domenico “Micu” Agresta, che per gli investigatori nel 1977 dopo il suo trasferimento a Volpiano dal carcere dell’Asinara diede vita alla “locale”, è stato importante. Durante la sua detenzione a Saluzzo continuava a ricevere doti di ‘ndrangheta, sino a raggiungere quella di “padrino”, ma la sua insofferenza verso quella vita era già stata maturata e continuava a crescere. “Mentre facevo questo percorso - dice ai magistrati della Dda torinese - continuavo in carcere a ricevere doti di ‘ndrangheta. Questa condizione ha iniziato a pesarmi, la vivevo come una maschera; non potevo più continuare a stare in questa situazione. Non sono una persona omertosa in grado di rispettare le regole della ‘ndrangheta. Non sono fatto così. Una volta ad una domanda di una psicologa in carcere risposi che ero affiliato alla ‘ndrangheta; dico ciò per far capire che non sono in grado di rispettare queste regole. Alcune persone sono state affiliate alla ‘ndrangheta per le loro capacità: io sono stato affiliato alla ‘ndrangheta da ragazzino, non per le mie capacità a delinquere, ma per la mia provenienza familiare”. “Sono riuscito - ha detto Domenico Agresta - ad essere più critico sul mio passato, su quello che ho fatto, su quello che è la mia famiglia, ho ritenuto che è tutto sbagliato quello in cui, tutto ciò che mi ha fatto credere la mia famiglia, ho ritenuto di essere un 'altra persona. di credere in altre cose ... è stato un mutamento di valori”.

Un vero e proprio “mutamento di valori” che lo ha portato ad interrompere i propri rapporti con la famiglia e a spiegare allo Stato quali fossero i loro affari, come riuscissero a far crescere i propri introiti, chi li sostenesse in questa attività criminale.

Un cambiamento radicale che ha aperto spazi investigativi importanti per gli uomini di Maurizio Vallone e per i sostituti del procuratore Anna Maria Loreto che, all’alba di ieri, sono stati compendiati nell’ordinanza “Platinum-Dia” che ha disvelato l’opprimente presenza della cosca Agresta su Volpiano. Una città, lontana dalla Calabria più di mille chilometri, in cui “nessuno poteva fare le cose da solo e doveva rendere conto, altrimenti se ne sarebbe dovuto andare”.

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