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Mercoledì, 24 Aprile 2024
La vertenza / San Gregorio

Alival: "Mandati a casa con un messaggio di whatsapp"

Tre lavoratori dello stabilimento di San Gregorio, impiegati da oltre vent'anni, raccontano la crisi e la lotta per non perdere il lavoro

Un semplice messaggio whatsapp da parte del collega che si occupa dei turni. "Oggi termina il rapporto di lavoro con questa azienda". Così, senza nessun preavviso ai sindacati, da una notifica di chat telefonica il 29 dicembre scorso i 79 lavoratori del caseificio Alival di San Gregorio hanno saputo che non sarebbero più rientrati nello stabilimento destinato alla chiusura ma che, secondo il piano di crisi, avrebbe dovuto comunque funzionare fino alla fatidica data del 31 marzo. Invece adesso sono a casa, ancora salva la corresponsione dello stipendio ma con un impatto psicologico durissimo su uomini e donne che già da mesi vivono con la minaccia di perdere il lavoro.

Francesco Sapone, Demetrio Foti e Antonio Fulco, rispettivamente Rsa di Uila Uil, Flai Cgil e Fai Cisl, fanno parte del nucleo storico di dipendenti del caseificio reggino: hanno iniziato giovanissimi e hanno costruito la loro vita insieme alla professionalità in un settore artigianale che li vede impegnati da oltre vent'anni. Non hanno accettato il trasferimento, una scelta sofferta che è frutto di ragionamenti su spese e situazioni familiari. 

Sapone, 45 anni, sposato e padre di due figli quasi adolescenti, è capomacchine nel reparto confezionamento semiduri. Entrato nello stabilimento nel 1996, ha vissuto l'epopea del caseificio, dall'indimenticato fondatore Pasquale Pratticò ai vari passaggi societari di Fattorie del Sole e Alival, fino a Nuova Castelli e la multinazionale francese Lactalis. "Avevo 21 anni, dopo il militare è stata la mia prima occupazione e ho sempre fatto questo, quello che so fare l'ho imparato qui, tutta la mia esperienza lavorativa è racchiusa in questo caseificio". 

Foti, 42 anni, in precedenza magazziniere e attualmente in produzione, ha una famiglia numerosa con moglie e tre figlie di 13, 16 e 10 anni. Nel caseificio lavorava già il padre e tra le foto d'infanzia ne ha una con l'abito della prima comunione scattata nel cortile dello stabilimento: "Per me quella è casa mia, il mestiere di mio padre fa parte della storia di Reggio ed è legato ai miei ricordi di bambino, io sono entrato da ragazzo, a 19 anni".

E' un dipendente veterano pure Fulco, 47 anni, addetto alle spedizioni. "Andavo a lavorare con il motorino, allora portavo i capelli lunghi. Era il '96 e quando c'era Pratticò eravamo carriarmati produttivi". Sposato e padre di un ragazzo quattordicenne, non ha potuto prendere in considerazione il trasferimento per motivi non solo economici ma legati alla famiglia.  

I dubbi sul percorso di crisi di un caseificio storico d'eccellenza

Il caseificio di San Gregorio è un fiore all'occhiello dell'industria artigianale, grazie al riconoscimento Stg (specialità territoriale garantita). I tre lavoratori e Rsa, che hanno attraversato l'epoca d'oro della produzione, nutrono molti dubbi sul percorso di crisi che condanna lo stabilimento alla chiusura. Prima della decisione di Lactalis hanno affrontato il lungo sacrificio del contratto di solidarietà, che oggi rivendicano come imposto dall'alto. "Lo abbiamo scoperto dalla bacheca dei turni - ricorda Francesco Sapone - ma non abbiamo mai firmato niente, è stato deciso tutto con accordo tra azienda e sindacato senza nessuna condivisione con i lavoratori".

La solidarietà di 36 mesi parte nel febbraio 2019, ma "per un anno non è stato necessario usufruirne - spiega Antonio Fulco - perché sono state trovate soluzioni efficaci allungando i tempi di produzione. Il lavoro non mancava ed eravamo fiduciosi che fosse solo un periodo critico dell'economia".

Nel 2020 però le cose cambiano e per i lavoratori quello che è accaduto in questi due anni presenta molte ombre. "L'amministratore dell'azienda Riccardo Bottura, che forse aveva capito quali erano le prospettive, se ne va, e nello stesso periodo il nostro direttore di stabilimento viene tenuto a casa, tra solidarietà e ferie. Anche dopo la fine di quel periodo è stato invitato a non tornare, pur stipendiato. Mi chiedo: perché non far lavorare qualcuno e pagarlo? Al suo posto sono arrivate altre persone e da lì in poi si è parlato di riduzione di lavoro".

La sede Alival

In quei mesi Alival perde importanti commesse, come le scamorze da latte Primia ed Eurospin e la mozzarella Coop. Produttività insufficiente, sentenziano dall'azienda. "Ma è stata creata da loro - aggiunge Fulco - perché a pieno regime da San Gregorio uscivano tre camion al giorno, lavoravamo su turni che coprivano 24 ore, in estate anche nei festivi. Quando io ho iniziato, nel '96, la mozzarella Coop era già in produzione e rappresentava un traino per lo stabilimento, i committenti sapevano dei rigorosi controlli di Coop, che garantivano la qualità del nostro prodotto. Abbiamo tutte le certificazioni in regola".

"Alcune commesse sono state perse nelle aste - continua Sapone - ed è molto facile che questo accada se si alza troppo il prezzo. La verità è che la produzione è stata dirottata altrove e la decisione di allontanare il direttore dello stabilimento ci fa pensare che fosse scomodo. Era subentrato a Pratticò, la cui scomparsa è stata una disgrazia in tutti i sensi, ed è una persona che vigila su quello che succede".

Dice ancora Foti: "Alcuni prodotti sono stati abbandonati perché ritenuti non convenienti, ma in realtà le commesse sono state spostate in altri stabilimenti, a volte con costi persino maggiori per motivi logistici. Come mai qui non conviene e lì sì?"

La recente serrata del caseificio amareggia i lavoratori, che ne considerano scorretta la modalità. "Quel messaggio whatsapp è una mancanza di rispetto - commenta Sapone - verso di noi e soprattutto verso i segretari sindacali che si stanno spendendo moltissimo per salvare il sito produttivo. La decisione era nell'aria ma certo non avrebbe dovuto essere comunicata così, tra l'altro non con una nota dell'azienda ma attraverso un altro lavoratore, la persona che solitamente gestisce i turni".  

Gli scenari della vertenza, entrata nella fase finale

La vertenza Alival è adesso immersa in un clima di attesa. Entro gennaio si svolgerà una nuova riunione del tavolo interistituzionale in prefettura, di cui è stata sollecitata una rapida convocazione. In queste stesse settimane sono in calendario l'aggiornamento del piano aziendale, entrato nella fase due, a Milano, e un ulteriore incontro al Mimit. Nonostante l'interesse che era stato manifestato da alcuni imprenditori calabresi, lo scenario dell'acquisizione del sito produttivo non dà più speranze. "Siamo consapevoli della difficoltà - dice Demetrio Foti - i costi sono troppo elevati e 80 persone non sono semplici da collocare. Solo una multinazionale avrebbe questo tipo di capacità, ma il primo requisito è che si produca. Alival funziona solo se c'è la produzione". 

L'interesse delle istituzioni lo considerano deludente, così come l'assenza della Regione all'ultima riunione presso il Ministero. "E' stata mandata solo una nota - dice Sapone - e non si è ritenuto neanche di inviare un delegato. Quello che chiediamo è un aiuto per creare un canale speciale per noi, ad esempio inserirci in una lista da cui essere chiamati nel caso di apertura di nuove attività". 

"Solo i nostri segretari sindacali stanno facendo il massimo - sottolinea Antonio Fulco - dagli altri abbiamo visto solo parole. Nel periodo elettorale i leader politici nazionali ci hanno ignorato, allo stabilimento non abbiamo mai visto un'auto blu".  

Le storie di chi ha rifiutato il trasferimento al Nord

Tra i 79 lavoratori di San Gregorio, dei quindici inizialmente interessati solo otto hanno infine accettato il riassorbimento negli altri stabilimenti della Lactalis e alla Galbani, destinazione hinterland lombardo. Tre hanno scelto l'opzione dell'esodo agevolato grazie a congiunture favorevoli, di quelle che talvolta capitano proprio quando non ci si spera: una di loro ha ricevuto una chiamata da una graduatoria in una scuola di Palmi, un altro lavorerà per una ditta edile del Nord come trivellatore, occupazione che era da sempre nelle sue idee. 

"Ci abbiamo pensato anche noi, ovviamente", dice Sapone. "Io sono l'unico a lavorare in famiglia e lo scenario dopo la chiusura di San Gregorio ci preoccupa. Ma mia moglie mi ha detto che la mia decisione sarebe stata quella di tutti. Per non dire no subito abbiamo fatto qualche calcolo: l'affitto di un appartamento per la nostra famiglia anche in periferia, oltre alle spese di trasloco, non sarebbero state sostenibili". L'azienda ha accantonato 19.000 di incentivi. Il sostegno proposto, 5000 euro lordi in quattro anni, in numeri si traduce in 190 euro mensili, a fronte di canoni di locazione che in Lombardia e Toscana arrivano a 1200 euro. 

Ma non esistono solo le valutazione economiche. Per molti lavoratori il lavoro è legato a un pezzo importante di vita. "Ho fatto molti sacrifici per comprare una casa", spiega Foti. "Le mie figlie sono radicate in questa città, una di loro fa campionati di danza. Spostarle sarebbe traumatico". E precisa: "I bambini capiscono tutto, anche se tentiamo di non far pesare la situazione. Anche i più piccoli percepiscono la tensione e fanno domande, chiedono perché papà non sta andando a lavorare".

Fulco è l'unico dei tre a non far parte di una famiglia monoreddito. La moglie Nadia, lavoratrice precaria, da pochi giorni ha avuto la bella notizia di un contratto a tempo indeterminato. "Quando le ho detto della chiusura tentavo di nascondere il mio sconforto ma lei se n'è accorta e mi ha incoraggiato, invitandomi a sperare nel futuro e in una soluzione positiva. Ma anche io ho letto nei suoi occhi che era preoccupata. Mio figlio lo ha scoperto ascoltando una mia telefonata e si è messo a piangere alla prospettiva di un cambiamento. Poi mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai, che dovunque sarei andato, loro mi avrebbero seguito".

Se lo chiamassero in un ente pubblico, "direi subito di sì", confida. Una risposta che lasciamo come chiosa, se sia giusto che una maestranza del territorio debba valutare di reinventarsi dietro uno sportello d'ufficio, perdendo un patrimonio ultraventennale di professionalità. 

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