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Lunedì, 6 Febbraio 2023
Progetto Arcigay

Prevenzione di Hiv e infezioni sessuali, in città ancora stigma da sradicare

Reggio è stata tra i 31 comuni italiani scelti come campione del progetto di mappatura dei servizi sanitari dell'Arcigay nazionale

Risale agli anni Ottanta la scoperta del virus Hiv e l'Aids, una malattia che divenne subito piaga sociale per il suo (falso) binomio con la sessualità promiscua e per la percezione di una condanna a morte. Quasi mezzo secolo dopo, lo stigma non si è ancora estinto: a Reggio i test di controllo non rientrano nella routine di prevenzione e i dati dei contagi calabresi risultano falsati dalla tendenza di effettuare gli esami fuori città e regione (ad esempio nella vicina Messina) per vergogna e soprattutto timore che la privacy obbligatoria per legge non sia rispettata. 

Questa e altre criticità sono emerse dalla mappatura della prevenzione di Hiv e infezioni sessualmente trasmissibili effettuata da Arcigay nazionale in tutta Italia prendendo a campione 31 comuni capoluogo, tra cui Reggio. Gli esiti del monitoraggio, che rientra nell'iniziativa Health Peers, sono stati presentati a Bologna lo scorso 1 dicembre, giornata nazionale della lotta all'Aids, e a Reggio ieri durante un incontro presso il Centro contro le discriminazione Lgbtqia+, progetto del comitato Arcigay Due Mari reggino sostenuto dalla presidenza del consiglio. Presenti alla tavola rotonda, oltre alla presidente del comitato Michela Calabrò e la consigliera Francesca Panuccio, i medici dell'Asp reggina Sandro Giuffrida (direttore del dipartimento di prevenzione), Maria Teresa Fiorillo (referente del laboratorio di analisi del polo sanitario Nord), Giuseppe Zuccarelli e Carmelo Mangano.

Il test per l'Hiv si fa solo con sintomi e spostandosi a Messina

L'attività di mapping si è svolta tra aprile e ottobre 2022 ed è stata portata avanti dai comitati locali per testare lo stato dei servizi di prevenzione e cura della salute sessuale e intervenire con i referenti istituzionali per sollecitarne l'attivazione se mancanti o il potenziamento e la risoluzione di eventuali problemi rilevati. "Il risultato più importante - dice Michela Calabrò - è stato l'opportunità che questo progetto ci ha dato di stringere relazioni con i professionisti del territorio, confrontarci con loro e creare sinergie. L'incontro di ieri ha fatto da apripista per future collaborazioni con il comune obiettivo della prevenzione e sensibilizzazione".

Due aspetti cardine, perché un marchio di disapprovazione e rifiuto sociale attorno all'Hiv e alle malattie sessuali è tuttora presente. "C'è molto sommerso - continua Calabrò - nonostante oggi, grazie al progresso della medicina, una diagnosi di Hiv non significhi più morte, abbiamo registrato una persistente paura di fare il test, che è in realtà paura di subire pregiudizi. A Reggio non si mai acquisita l'abitudine a fare questo tipo di controllo come si fanno le analisi del sangue, e si arriva a una diagnosi solo quando si hanno sintomi tali da imporre di sottoporsi al test. E spesso si fa a Messina, perché in città non si vuole essere riconosciuti"

Criticità sul consenso informato e analisi Ist ancora a pagamento

A Reggio gli ambulatori per l'Hiv sono quattro, un numero alto rispetto agli altri comuni che hanno partecipato al monitoraggio, compresi quelli del Nord (solo Milano e Roma ne hanno di più). Non ci sono però attività di counseling per i delicati momenti precedente e successivo al test, e gli screening sono gratuiti solo per l'Hiv ma non per le altre infezioni sessualmente trasmissibili, come accade anche in altre 10 città sulle 31 coinvolte. A Reggio non c'è un servizio di profilassi pre esposizione né di trattamento dei casi problematici doi Chem Sex (che sono però rari a livello nazionale), ma è presente il supporto psicologico, a cui si aggiunge l'attività informativa e di promozione del benessere sessuale portata avanti dal Centro contro le discriminazioni - uno dei due calabresi insieme a quello cosentino.  

Durante la mappatura, una segnalazione è arrivata dal Gom a proposito del modulo per il consenso informato, che la legge 135 del 1990 prevede sia visionato da chi esegue il test Hiv: nell'ospedale reggino sembra non fosse sempre usato e un utente ha espresso il dubbio della forma non anonima. "Dopo un'interlocuzione mirata, è stata ripristinata la correttezza della procedura - spiega Michela Calabrò - ma bisogna dire che l'ospedale non è un ambiente che facilita l'esperienza del test. Per questo sarebbe meglio avere a disposizione ambulatori appositi". Un'altra disposizione di legge stabilisce che il test sia effettuato nel rispetto delle garanzie di riservatezza dei dati sanitari. A Reggio l'esame oggi può essere eseguito solo al Gom e in via Willermin.

"Il dialogo che abbiamo instaurato i professionisti della sanità pubblica - continua la presidente del comitato Due Mari - sarà importante per la divulgazione di questi temi. Pensiamo di organizzare un open day, e di entrare di più nelle scuole, dove c'è ancora resistenza a parlare di sessualità. Non riguarda soltanto iniziative proposte da Arcigay, ma non sono mai previsti incontri con i medici e gli operatori del settore, il benessere sessuale non è considerato una priorità educativa e vogliamo cambiare questa visione". 

La maggiore disinformazione riguarda le zone periferiche di Reggio: "In città le iniziative non mancano, lontano dal centro si parla poco dell'argomento e questo è il modo migliore per perpetuare il pregiudizio". 

Che non riguarda solo l'Hiv e purtroppo è un malcostume diffuso anche nelle strutture sanitarie, dove il personale non è formato per creare un clima accogliente o ha atteggiamenti giudicanti della vita privata dell'utente. "Ricordo che all'inizio della mia attività di sensibilizzazione contro il bullismo, una ragazza mi disse che non andava dal ginecologo perché temeva che in paese la gente pensasse che era incinta. Credo che oggi, avendo la fortuna di cure e conoscenze su queste malattie, si debba poter vivere la propria sessualità in modo sicuro senza ingerenze altrui, che assolutamente non devono arrivare da chi lavora nella sanità, un campo in cui occorre operare una sospensione del giudizio e rispettare il principio del diritto alla salute previsto dalla Costituzione. La persona passibile di giudizio - conclude Michela Calabrò - non è chi si autodermina liberamente nella propria intimità ma semmai chi invade la privacy di un utente che si sta rivolgendo a un servizio". 

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