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Sabato, 13 Aprile 2024
Il personaggio

Minnella: "Gianni Versace è un maestro da studiare"

L'artista che opera tra l'Italia e Cuba, amico storico del grande stilista e i fratelli Santo e Donatella, apparirà nel docufilm di Calopresti e racconta il loro legame umano e artistico

“Eravamo dei giovani felici, nonostante tutto. Sapevamo che non saremmo rimasti a Reggio, ma abbiamo trascorso anni spensierati, io, Gianni, Santo, Donatella e gli altri ragazzi della nostra generazione”. A parlare così, sull’onda della nostalgia, è l’artista Beniamino Minnella, che vedremo nel film di Mimmo Calopresti dedicato al grande stilista e la sua famiglia. Il pittore reggino già ambasciatore del Made in Italy a Cuba, sarà infatti tra le voci che comporranno la parte documentaristica, tra testimonianze e materiali di archivio sui Versace.

Minnella, che ha un corposo curriculum di esposizioni e premi internazionali, ha partecipato a collettive, tra gli altri, insieme a Guttuso, Cascella, Pomodoro, Tadini e Moncada. La sua arte è profondamente legata alle origini mediterranee e il paesaggio, che diventa collante di un viaggio armonico e universale nell’umanità, aperto alle suggestioni di altre culture, come quelle caraibica e indiana. Nel 2005 è stato autore della personale “Ritorno a Itaca” nel museo archeologico di Reggio, patrocinata dal ministero per i beni culturali e l’Unione europea, nel 2010 ha esposto alla Camera dei deputati e nel 2011, sostenuto da Santo Versace che era allora parlamentare, ha partecipato al festival del Caribe a Santiago di Cuba con un evento artistico al quale è stata invitata anche Aleida Guevara, figlia del Che.

Dalle feste danzanti all'Oasi al grande sogno di Milano

A Reggio Minnella ha uno studio d’arte in cui opera stabilmente per alcuni mesi all’anno e adesso è in partenza per un nuovo soggiorno cubano, paese dove ha creato un ponte culturale con l’Italia e il Mediterraneo. Il film sui Versace lo ha riportato indietro nel tempo alla sua amicizia con Gianni, Santo e Donatella. Parlando con l’artista, rivediamo quegli adolescenti con la testa piena di sogni, che sciamavano in gruppo da una festa all’altra, nelle serate alla ricerca di balli, glamour e amori giovanili.

“Tra coetanei ci conoscevamo un po’ tutti – ricorda Minnella – ragazzi di 16-17 anni che si incontravano nei locali più frequentati, da Gallico e a Scilla, al Kalura dove era passato Fred Bongusto. Soprattutto si andava all’Oasi per avvistare qualche personaggio del mondo dello spettacolo, mentre il lido lo lasciammo subito perché iniziava ad essere un ambiente abbandonato”. In città i Versace si notavano, ma la Reggio di fine anni Sessanta non era luogo da coming out. “Donatella – continua l’artista – era fidanzata con un dj e girava molto, dell’omosessualità di Gianni lo sapevano tutti ma c’erano comitive che non accettavano la sua natura, lì non poteva essere se stesso. Lui si comportava liberamente soltanto nei gruppi più aperti. Reggio non era il posto adatto a chi si differenziava, in ogni campo. Per questo poi, chi aveva aspirazioni artistiche andò via”.

Quel legame umano e artistico tra i Versace e Minnella, iniziato nella loro città, in una parabola prodigiosa del destino si consolida anche fuori dalla Calabria, seguendo su strade convergenti la carriera straordinaria che, partiti da Reggio, aspettava tutti loro. “A diciotto anni, finite le scuole superiori – racconta il pittore – abbiamo abbandonato la città come foglie al vento, e ognuno ha preso il suo cammino. Io andai a Roma per studiare all’accademia e nel 1970 ottenni un incarico annuale di docenza a Milano. Un anno dopo, in piazza Duomo incontrai Gianni. Ci siamo salutati con affetto, sorpresi di ritrovarci lì. Lui veniva da Firenze, dove aveva lavorato come apprendista, ed era pronto a esordire in quella professione. Avevamo intuito entrambi che quello era un momento cruciale e che bisognava gettare le basi, creare”. (Nella foto in basso un ritratto di Gianni Versace, opera di Beniamino Minnella) 

Minnella ritratto Versace-2Sotto la cappa degli anni di piombo, nessuno prevedeva cosa sarebbe successo di lì a poco. “Si respirava un clima di paura – continua Minnella – dopo gli attentati la gente temeva anche di uscire a camminare per strada. Non si vendeva niente, né quadri, né abiti. Ma noi abbiamo continuato a lavorare”. Allo scoccare degli anni Ottanta, tutto cambia:  “E’ stato un boom incredibile. Quelli che, come noi, avevano costruito, all’improvviso stavano esplodendo. Nella moda si muovevano anche Armani e Valentino, ma Gianni aveva un talento speciale, ispirato alla mediterraneità ma anche rafforzato dalla volontà di rivalsa. Nessuno era come Versace. Gli altri stilisti restavano nel classico, lui invece, come stavo facendo anch’io nell’arte, scoprì la forza del colore e quella fu l’idea vincente”. Milano non è ostile verso gli artisti del Sud, nell’ambiente di via Montenapoleone ci sono pochi meridionali, solo quelli che sono riusciti ad entrare in quell’elite ultraselettiva. La maison della Medusa diventa la più richiesta e Gianni Versace trasforma la moda in spettacolo eleggendo le modelle a star di carisma superiore a quelle del cinema.

“La figura della top model l’ha inventata lui – spiega Beniamino Minnella – e assistendo a quei mutamenti del costume, e dopo l’arrivo a Milano anche di Santo e Donatella, io mi resi conto che i Versace erano potentissimi”. In quegli anni si rafforza la comunanza umana, di radici e idee tra il pittore e i fratelli sovrani della moda: “Ci invitavamo a vicenda a mostre e sfilate, mia moglie lavorava come costumista per loro, che hanno sempre promosso il mio lavoro. Comprarono tutte le opere di una mia personale nel museo di via Sant’Andrea, cento lavori, alcuni dei quali di grandi dimensioni, senza neanche chiedermi il costo. Appena si sparse la voce, questo fece salire vertiginosamente le mie quotazioni. Santo è stato uno dei miei primi collezionisti”.

La tragedia di Miami e la forza dei Versace, che trasforma Gianni in mito

Poi il corso milanese si esaurisce, spegnendosi con la naturalezza di un ciclo arrivato alla sua conclusione. La città della moda perde la sua aura esclusiva e si contagia di provincialismo. “Abbiamo deciso di andarcene -  ricorda ancora Minnella – io a Roma, mentre i Versace hanno puntato sull’America, dove la cultura mediterranea era attrattiva. Se non fosse accaduta la tragedia, avrebbero spaccato anche lì”.

La notizia della morte di Gianni raggiunge Beniamino Minnella in India, dove il maestro, dopo una ricerca sulle civiltà orientali, stava compiendo un viaggio fisico e spirituale lungo la Valle dei Re: “Fu un colpo durissimo, una perdita enorme sia a livello umano che come talento. Mi fece molto male. I fratelli, oltre a dover affrontare quel tremendo dolore, dovettero gestire l’ingente patrimonio della casa di moda e dare continuità al lavoro di Gianni. Sono stati molto criticati ma io, che in quel periodo gli sono stato molto vicino, posso dire che hanno fatto uno sforzo incredibile per restare a galla e superare quel momento. Santo si era sempre occupato dell’amministrazione ma lì è uscita fuori in particolare Donatella, che ha dovuto raccogliere l’eredità creativa del genio di Gianni, e non era impresa facile”.

Il mito di Gianni Versace nasce dopo la sua scomparsa, consacrandolo maestro internazionale. Ma, come vedremo nel film di Calopresti, lo stilista osannato nel mondo è sempre quel ragazzo che scopriva la bellezza delle stoffe pregiate sui manichini della sartoria della madre Franca. “Qualcuno ha detto che Santo e Donatella hanno dimenticato la Calabria e Reggio, ma non è vero. Al contrario, a volte penso che qui non si sia mai veramente compresa la grande arte di Gianni, per fare solo un esempio mi sembra incredibile che non ci sia una strada con il suo nome. In fondo è rimasto tutto come negli anni Settanta, gli artisti continuano ad essere costretti a lavorare fuori. Andiamo all’estero e lì riusciamo ad esprimerci, a lasciare segni come vorremmo poter fare nella nostra terra”. 

Minnella Oppedisano-2Impegnato tra Reggio e la splendida casa-atelier dell’isola di Panarea, il maestro Minnella ha orientato sempre più la sua arte verso l’ambiente e l’ecologia. Nel 2020, anno pandemico e di isolamento, ha concepito il ciclo di opere “Tempo sospeso” dove ai suoi lavori si affiancano quelli del figlio Salvatore, 7 anni, che ha trascorso con lui il lockdown, esorcizzando insieme, attraverso la pittura, la paura per un futuro nel “mondo capovolto”. (Nella foto Salvatore Minnella con l'attore Antonio Oppedisano sul set di Calopresti)

Se gli chiediamo un parere sulle installazioni d’arte sul lungomare Falcomatà, risponde: “Con Rabarama ero stato critico, ma ho cambiato idea vedendo i bambini, compreso mio figlio, che giocano e si arrampicano su quelle statue. Quando l’arte è fruibile e accessibile, significa che è davvero in armonia con l’ambiente e l’artista ha raggiunto il suo obiettivo. Invece le colonne di Tresoldi nascondono l’apertura verso lo Stretto, non si integrano con il paesaggio e le trovo invasive”.

Gianni Versace, se fosse ancora su questa terra, cosa farebbe oggi? “Lo immagino interessato a un tipo di moda e imprenditoria di spirito ecologico, credo che, come me, anche lui vorrebbe un mondo incontaminato e più pulito. Per fare arte adesso c’è bisogno di uscire dal caos, serve silenzio”.

Il docufilm di Mimmo Calopresti (nella cui produzione c’è anche Santo Versace in Minerva) entra nel circolo virtuoso di una riscoperta della casa di moda creata da Gianni, obiettivo che perseguirà anche la Fondazione intitolata all’eccelso stilista reggino. Un ente che si trova nella fase più calda della progettazione, mirato a storicizzare il talento e la figura di Gianni Versace oltre che rivisitarlo nella contemporaneità. Le istituzioni calabresi e la città di Reggio devono ora decidere se far parte di questo movimento culturale – che avrà un’estensione d’immagine internazionale - o restare fuori.

Per una sorte cattiva Gianni Versace non c’è più, ma la sua arte resterà immortale. “E’ un personaggio che dovrebbe essere studiato – conclude Beniamino Minnella – come in altri campi accade per Michelangelo o Leonardo anche Versace è un caposcuola del periodo storico in cui visse, un modello non solo per il suo talento ma per come cambiò la moda e il costume. Fu un vero maestro”.

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