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Bronzi, le copie della Versilia riaccendono il dibattito sui nostri complessi d'inferiorità

Tutti vogliono i Bronzi e molti li imitano. Dal progetto sfumato della clonazione alle lusinghe delle trasferte importanti, oggi il cinquantenario svela che gli altri continuano a fare meglio di noi

La notizia delle copie che saranno calate nel mare della Versilia, mentre in Calabria un fitto mistero avvolge persino l’evento che farà culminare le celebrazioni del cinquantenario dei Bronzi nella data del ritrovamento, ha riacceso l’atavico dibattito tra favorevoli e contrari. Uno scontro d’opinione dove il gruppo dei primi non è esiguo come si potrebbe pensare, e la questione di cloni e trasferte dei Guerrieri – due temi che ne riassumono uno, allontanarli da qui spremendo fama e guadagni altrove – è lunga quasi quanto la permanenza calabrese delle due statue.

Iniziamo ad ammettere che l’idea di rievocare la discesa negli abissi dei falsi Bronzi, realizzati negli anni Novanta dalla fonderia d’arte Del Chiaro, è costruita su un progetto sperimentale di restauro inconsistente e pieno di errori storici e artistici, tuttavia si presenta in molto modo scenografico e fa più bella figura delle nostre. Operazione inutile e anzi dannosa, però ha il dono del saper “apparire” e creare interesse, e già da sola quest’amara considerazione sintetizza l’intero scontro ideologico di questi anni sull’inamovibilità dei Bronzi.

Un coriaceo malcostume culturale favorito dalle nuove opportunità della tecnologia (senza controlli, oggi anche un ragazzino saprebbe scansionare e riprodurre in digitale qualunque opera) spinge il turista contemporaneo ad accontentarsi di una fruizione comoda dell’arte, preferendo il finto all’originale, se quest’ultimo è difficile da raggiungere e non viene infiocchettato da ornamenti che attraggano tanto da valerne la pena e affrontare la fatica.

E’ esattamente il caso dei Bronzi, corteggiati in Italia e all’estero con lusinghe di astuto marketing, giustificate da chi vi abbocca con un’unica sostanziale motivazione: a Reggio e in Calabria sono sprecati, dunque spostiamoli così finalmente li vedranno in tanti, oppure esponiamo imitazioni perfette ma con attorno una cornice di pseudocultura allestita da quelli che, a differenza nostra, ci sanno fare. Rompiamo il tabù e ci guadagneremo, è stata sempre la postilla di fiuto commerciale. Che non ha mai convinto nessuno.

Il caso clonazione e le polemiche su restauro e museo

Un argomento così spinoso da richiedere, nel 2003, l’iniziativa di un apposito comitato, capofila la Cgil, che ottenne un referendum consultivo per assegnare ai reggini la decisione di consentire che i Bronzi fossero clonati con l’obiettivo di andare in giro per mostre, come nell’idea dell’allora governatore Chiaravalloti, divenuta una minacciosa delibera di giunta.

Sembrava ormai certo che A e B dovessero essere da un momento all’altra mandati in soffitta, sostituiti da ultracorpi farlocchi destinati a un illogico mercato. Invece, dopo un ricorso al Tar, il presidente fu sconfitto dalla sentenza del tribunale amministrativo e pure dagli esiti dello schiacciante voto popolare (su 30.612 votanti, 30.564 furono i no, cioè il 99,40%, contro la micropercentuale dei 186 sì, 0,6%).

Ma fu una vittoria soltanto formale, perché le copie che il prossimo 14 agosto saranno solennemente inabissate nelle profondità delle acque a Marina di Pietrasanta all’epoca esistevano già, regolarmente autorizzate, e il dissenso dei calabresi non ha impedito che l’anno scorso fossero esposte al Mart di Trento per un’antologica sul falso nell’arte – genere non illegale, ma praticato da pittori e scultori sin dalla notte dei tempi e con numerosi casi di quotazioni stellari delle copie in assenza delle opere vere e perdute. Impossibile vietarlo, sarebbe una censura alla libera espressione artistica. Infatti quella clonazione scongiurata dalla rivolta dei reggini sarebbe stata un atto istituzionale, ma riprodurre le statue no, quello dipendeva e dipende dall’ispirazione degli artisti.

Ed ecco che, sempre nel 2003, si scopre che due gemelli dei Bronzi erano esposti nel salone dei congressi di Tebe. La notizia arrivò per puro caso, durante l’annuncio dell’inizio del restauro, da uno degli ospiti dell’incontro, il professor Pasquale Moreno, un’autorità come ricercatore di arte antica. L’esperto raccontò che un artista di Rieti, Dino Morsani, aveva realizzato le copie per venderle alla Grecia come simbolo delle Olimpiadi del 2004, destinazione poi cambiata dirottando a Tebe sculture identiche a quelle vere, con l’approssimazione di un centimetro in meno di altezza.

Qualche anno dopo il referendum, nel 2009, il Ministero era tornato alla carica, presentando appello contro la sentenza che aveva bloccato la delibera di Chiaravalloti e aveva ottenuto un via libera dal Consiglio di Stato, secondo il cui parere la clonazione si può fare. Un pronunciamento che riaprì i giochi dividendo in Calabria due inconciliabili schieramenti di pensiero, legati con evidenza allo scontro politico anziché a reali considerazioni di vantaggi per l’immagine del territorio e la tutela e valorizzazione economica dei Bronzi.

Con il cinquantenario i “copioni” si sono sbizzarriti. Dallo scorso 5 luglio al Metropolitan Museum di New York, una rassegna dedicata alla policromia delle sculture antiche ospita due copie perfette dei guerrieri, statue bronzee ma di un colore tra ambrato e dorato (quello originale secondo gli esperti), oltre ad indossare elmo, lance e scudi perduti nel mare dai nostri eroi. In questo caso però l’iniziativa statunitense, meritevole di approfondire aspetti della tecnica artistica delle statue bronzee del V secolo a.C., ha avuto il placet del ministero e anche del museo reggino, come anche la riproduzione della testa del Bronzo A firmata dall’artista tedesco Vinzenz Brinkmann d’arte ed esposta a Roma in parallelo alla mostra americana.

Bronzi girovaghi, una questione politica e di complessi d’inferiorità  

Quasi un decennio fa, il quesito referendario tastò il polso su una volontà dei cittadini che appariva nettissima. Oggi è ancora così? L’unico dissenso, durissimo, all’imminente immersione dei falsi toscani è stato quello dell’attuale comitato per la valorizzazione e la tutela dei Bronzi di Riace e del museo nazionale della Magna Grecia, rimasto voce che grida nel deserto (assordante il no comment di istituzioni locali e MaRc).

Schietto e controcorrente Claudio Aloisio, presidente di Confesercenti: “Mi lascia perplesso la levata di scudi contro questa iniziativa che ha quantomeno il merito di essere stata ripresa dagli organi di informazione a livello nazionale e internazionale. Già, perché invece di pensare alle nostre mancanze, al fatto che non è stato realizzato nulla che potesse valorizzare questo evento come traino al turismo, ci stracciamo le vesti perché altri riescono a ideare qualcosa che, mediaticamente, ha surclassato le poche e ritardatarie iniziative messe in campo dagli enti del territorio”.

La manifestazione in Versilia ha consentito al promoter Vittorio Sgarbi di riesumare la sua convintissima filosofia dei Bronzi globetrotter. Proprio il critico, all’indomani del lunghissimo restauro, era stato tra i primi a dire senza mezzi termini che le statue sarebbero state molto meglio sott’acqua che nelle sale del museo di Reggio.

Un’osservazione reiterata più volte in questi anni ma che non ci indignava mai abbastanza. Non poteva, non eravamo nella posizione giusta per ribellarci a questo lapidario giudizio. Perché l’immagine associata alla città dello Stretto era quella degli eroi distesi in un anonimo locale di palazzo Campanella durante un restyling che sembrava dover essere eterno, e poi l’altrettanto interminabile chiusura del museo.

L’asfittica collocazione provvisoria nella sede del consiglio regionale, mai valorizzata anche nel contesto dell’intervento tecnico (interessante ad esempio da “vendere” come laboratorio aperto e visitabile), suscitava pena per il destino negletto delle straordinarie opere. E aveva rilanciato il vecchio sogno dei Bronzi come prodotto nazionale da sfoggiare con i potenti della terra (Berlusconi li voleva come gingilli dell’accoglienza del G8) e megaeventi commerciali, ovvero l’Expo 2015. Promotore invasato sempre Sgarbi, che allora le sparò grosse prendendo a parolacce la commissione che aveva ritenuto pericoloso il viaggio dei Guerrieri e commentando che “gli unici che hanno rotto i c… sono quelli di Reggio Calabria, che non è nemmeno in Italia, la Calabria non è in Italia visibilmente”. A suo dire, la vetrina milanese avrebbe fruttato ai Bronzi almeno due milioni di introito, a fronte delle poche migliaia totalizzabili nella sede reggina.

Adesso che tutto è finito e i Bronzi sono nostri in tutto il loro splendore, questo “omaggio” al cinquantenario da parte dei toscani rigira il coltello nella piaga. Che lo sappiamo bene qual sia. Ricordando la prima volta in cui vide le statue, Sgarbi ha narrato di un surreale episodio: sarebbe stato un custode del museo, dietro richiesta di una mancia, a svelare al critico allora ventenne, che si trovava a Reggio per visionare alcune tele di Antonello di Messina, i maestosi Bronzi appena rinvenuti dalle acque di Riace e nascosti in una stanza.

“Erano perfetti – aveva commentato Sgarbi riferendo l’aneddoto – ma questi deficienti hanno voluto restaurarli, hanno la mania di tormentarli. Sono stati 2500 anni sott’acqua, adesso dovrebbero andare in tutto il mondo a raccontare la nostra storia, altro che segregarli a Reggio Calabria”.

Concetto spesso ribadito dall'ex sottosegretario alludendo anche a possessività di matrice mafiosa. La nostra storia, già. Vittorio Sgarbi ha ragione, i Bronzi non sono di Reggio, ma appartengono alle radici di una civiltà millenaria. Quella che in un tempo remotissimo è però iniziata proprio qui. Se non ci perdessimo in cavilli campanilistici, scopriremmo che la strategia di turismo culturale più efficace è quella che abbiamo a costo zero, i luoghi e le tracce della Magna Grecia. E dimostreremmo a chi manipola i nostri complessi di inferiorità che vedere i Bronzi nella terra del loro ritorno o nei saloni di una megamostra americana non è la stessa cosa. Ma prima dobbiamo capirlo noi.

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