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Le indagini sono condotte dalla Capitaneria

Le indagini sono condotte dalla Capitaneria

Solo l'autopsia e l'esame del Dna potranno dare un nome al cadavere rinvenuto in mare

I resti ritrovati nelle acque di San Ferdinando sono stati trasportati presso l'obitorio dell'ospedale di Locri, nelle prossime ore la Procura di Palmi potrebbe affidare l'incarico al medico legale per l'esame autoptico

Ciò che rimane del cadavere rinvenuto nelle acque antistanti il lungomare di San Ferdinando riposa presso i locali dell’obitorio di Locri. Lì, gli uomini della seziomare della Capitaneria di porto di Gioia Tauro, lo hanno consegnato al medico legale che ha effettuato l’esame esterno e ai magistrati della Procura della Repubblica di Palmi che, con il coordinamento del procuratore Ottavio Sferlazza, stanno portando avanti le indagini sul caso. 

Solo l’autopsia, per effettuare la quale oggi dovrebbe arrivare l’ok della Procura, e l’esame del Dna potranno offrire delle certezze sull’identità del cadavere ripescato nei giorni scorsi dai sommozzatori del porto di Gioia Tauro. 

Il pubblico ministero Scapirno e gli uomini della Capitaneria di porto reggina, per il momento, non hanno molte prove sulle quali lavorare. Ciò che il mare ha restituito, infatti, sono i resti monchi e scheletrici di un uomo, il cui cadavere era in avanzato ed evidente stato di decomposizione. L’esame autoptico potrà dare qualche risposta ai tanti interrogativi ancora aperti sul “giallo” di San Ferdinando, primo fra tutti di chi era il corpo e come è morto.

In queste ore, poi, alla prima ipotesi circolata che il cadavere rinvenuto a San Ferdinando potesse essere quello di Francesco Vangeli, il giovane di Scaliti di Filandari scomparso il 9 ottobre 2018, che gli inquirenti già ritenevano vittima di lupara bianca, si è aggiunta quella che il corpo recuperato dopo la segnalazione di alcuni bagnanti possa appartenere a Vito Lo Iacono, il 26enne capitano del peschereccio “Nuova Iside” affondato a 30 miglia dalla costa palermitana.

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