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Venerdì, 9 Dicembre 2022
Verso il 25 novembre

Violenza di genere, la rete territoriale c'è ma le istituzioni sono ferme

Ieri il tavolo con i centri antiviolenza, che chiedono adeguata copertura economica. Alla casa rifugio Angela Morabito "con quei fondi riusciamo a fatica a coprire le spese del vitto"

In Calabria la rete dei servizi territoriali in materia di violenza contro le donne per la parte delle istituzioni esiste sulla carta, ma è sostanzialmente ferma. Detto senza giri di parole, l'ente regionale non finanzia le attività quanto davvero sarebbe necessario per non mandare in affanno gli operatori del privato sociale. I rappresentanti di centri antiviolenza e case rifugio calabresi hanno espresso nuovamente questo disagio ieri, attorno al tavolo tecnico con la Regione, auspicando un impegno maggiore. 

A Reggio e provincia nei prossimi mesi sarà finalmente operativa una casa delle donne pubblica, ubicata in un immobile confiscato alla criminalità dove i lavori di ristrutturazione partiranno a dicembre, come avevamo anticipato apprendendo la notizia dall'assessora comunale Angela Martino. Le realtà già presenti sul territorio, con soggetti autorizzati dall'ente regionale e che da anni si occupano di aiutare (e in molti casi salvare) le donne vittime di violenza, sono attualmente tre. In città ci sono il Cav "Angela Morabito", gestito dall'associazione Piccola Opera Papa Giovanni Onlus, che ospita anche una casa rifugio con 6 posti letto; il centro di ascolto Ariel a Gallico, con postazioni satellite a Condofuri e Bagnara; e la casa delle donne del Cif a Ravagnese.

Fondi insufficienti soprattutto per le case rifugio e una legge ormai datata

Nell'ultimo anno il centro antiviolenza "Angela Morabito" ha ampliato la sua attività con due centri d'ascolto decentrati nella Locride, ad Ardore marina e Polistena. Ma Francesca Mallamaci, assistente sociale e referente del Cav, non nasconde la difficoltà nel portare avanti i servizi con risorse insufficienti. "I centri - spiega - non lavorano a retta e sono finanziati attraverso singoli progetti che ricevono somme esigue sulla base delle azioni specifiche. Troppo poco, con quei fondi riusciamo a fatica a coprire le spese del vitto delle ospiti, che avrebbero molte più esigenze e da soli noi non possiamo soddisfarle. Siamo penalizzati da una legge regionale ormai vetusta e persino i fondi ministeriali sono scarsi. La necessità di ulteriore copertura finanziaria è stata ribadita anni fa dalla conferenza Stato-Regioni, ma in Calabria i provvedimenti in materia subiscono ritardi burocratici, o forse politici"

La legge regionale per la promozione ed il sostegno dei centri di antiviolenza e delle case di accoglienza per donne in difficoltà risale al 2007, in applicazione della legge quadro per la realizzazione di un "sistema integrato di interventi e servizi sociali" 328/2000 e della legge 154/2001 su “misure contro la violenza nelle relazioni familiari". In base alla legge 20/2007 i contributi erogati alle onlus sono divisi in due tranche, un'anticipazione della somma pari al 90% dell’importo complessivo e un saldo del restante 10% ad avvenuta rendicontazione. Lo stanziamento iniziale in bilancio era stato di 250.000 euro, per gli esercizi finanziari degli anni successivi al 2007 la somma è salita a 800.000. "Ma quei fondi non si sono mai visti - precisa Mallamaci - e non si è capito dove siano stati dirottati". 

Per rendersi conto di quanto effettivamente arrivi ai Cav basta scorrere la lista delle cifre assegnate e rese note: si va da un massimo di 22.000 euro a cifre ridottissime, fino a 1500 euro. Il centro "Angela Morabito" avendo la casa rifugio ha ovviamente bisogni maggiori. Qui confluiscono le donne in stato di pericolo, che sono collocate nella casa in via d'urgenza, dopo che l'intervento viene disposto dalle forze dell'ordine.

Le richieste sono tante e restituiscono uno scenario dove, nonostante la tutela della legge, la priorità è salvaguardare la vita della donna. "Intanto vorrei sfatare un pregiudizio - dice Francesca Mallamaci - perché le donne che arrivano da noi sono quasi tutte italiane, spesso donne acculturate e anche economicamente indipendenti. Ma in quella situazione devono essere messe al sicuro: purtroppo i tempi della giustizia e l'applicazione delle misure cautelari sono troppo lunghi e bisogna garantire l'incolumità loro e, se ci sono, dei figli, cosa che presso il loro domicilio non avverrebbe".

L'altro pilastro di una rete ideale, il sostegno dei familiari, è una casella vuota. "La violenza domestica - continua - nasce perché nelle famiglie permane una forma di giudizio verso la donna, a cui non si riconosce il diritto di prendere in autonomia la decisione di denunciare o affrancarsi dalla violenza, soprattutto in contesti nell'entroterra della nostra provincia. La maggior parte delle donne che abbiamo accolto sono vittime di mariti o padri, ma ci sono state anche persone che avevano completato una transizione di genere".

In crescita anche nella provincia lo stalking in rete e il revenge porn

La pandemia, con i lockdown e l'uso obbligato delle tecnologie digitali, per molte donne si è trasformata in una prigione di abusi. L'avvocato Lucia Lipari, consulente legale e data protection officer della Piccola Opera Papa Giovanni, spiega: "Ci siamo trovati davanti a una divergenza tra dati Istat e numeri del ministero dell'interno. Da una parte si è registrato un ovvio calo delle denunce durante i periodi di chiusura, ma al contempo erano tantissime le telefonate ai numeri antiviolenza, che attestavano come i casi di violenza domestica fossero aumentati".

Il reato di stalking si è invece allargato alla rete: "Nell'area della città metropolitana la questura ha rilevato una riduzione delle recidive e dello stalking vero e proprio grazie allo strumento dell'ammonimento al questore. Ma l'elemento nuovo - prosegue Lipari - riguarda la persecuzione perpetrata tramite i mezzi tecnologici. Soprattutto tra i più giovani il passo dal sexting al sextortion è brevissimo e c'è un'implementazione del reato di revenge porn. Li definisco abomini, perché violano una sfera privatissima di intimità di coppia: si tratta di modalità becere per impedire la rottura di legami già caratterizzati da violenza". 

Una misura importante è stata messa in atto dal garante della privacy attraverso convenzioni con i colossi social: su una piattaforma apposita la donna che ha trovato in rete sue foto o video privati diffusi senza il suo consenso può caricarle in modo che un algoritmo possa collegare le immagini all'identità della donna ed eliminarle dal web. "Rispetto ai tempi della giustizia - spiega l'avvocato - questo strumento rende più rapida la rimozione di foto o video ma comunque non può contrastare la viralità delle condivisioni. Ricordiamo che il revenge porn è reato perseguibile anche nei confronti di chi rimbalza quello che ha postato qualcun altro. Ma l'immediatezza del web lede ugualmente la donna, anche con conseguenze gravissime sulla sua psiche"

      

Consultori senza specialisti e un osservatorio da rinnovare fermo da anni 

Su questo aspetto una nota dolente calabrese è sempre la sanità, le cui carenze riverberano anche sull'attività dei Cav. "Facciamo rete con i consultori del territorio - dice Francesca Mallamaci - perché abbiamo bisogno della competenza dei professionisti. Però sono proprio gli specialisti a mancare, non essendoci un ricambio con quelli che vanno in quiescenza. Molte donne sono provate nell'animo e hanno la necessità di un supporto psicologico. Ma non riusciamo a darglielo perché quando le rinviamo ai servizi pubblici, non possono poi essere prese in carico per mancanza di figure specializzate".

La rete che invece funziona benissimo è quella dell'associazionismo. Una cintura fondamentale per gli operatori dei centri antiviolenza. "Le associazioni per noi sono preziose - afferma Francesca Mallamaci - e ci hanno aiutato soprattutto nel lockdown, standoci accanto e dando un contributo essenziale. La risposta della cittadinanza attiva del territorio c'è, a mancare è quella delle istituzioni".

E non è soltanto un problema limitato ai finanziamenti. A fronte di un àmbito di intervento emergenziale come quello del contrasto alla violenza sulle donne, in Regione tutto è immobile. L'osservatorio sulla violenza di genere ha interrotto la sua attività all'insorgere della pandemia (le ultime documentazioni sono del 2018) e questa è la versione ufficiale dello stato dell'opera. In realtà il mandato dell'organismo si era concluso due legislature fa. Con Jole Santelli era stato pubblicato il nuovo avviso, per cui esistevano già le richieste di alcune associazioni.

Dopo la scomparsa della governatrice si è dovuto riazzerare l'iter: l'ultimo bando pubblicato lo scorso gennaio non riesce ad approdare alla discussione in consiglio regionale, un punto all'odg derubricato e continuamente rimandato. Qualcuno nei locali dell'osservatorio in fase di trasloco a palazzo Campanella assicura che è questione di giorni e le attività riprenderanno. Stessa storia per le nomine: colmata la vacanza del garante per l'infanzia e l'adolescenza con il secondo mandato di Antonio Marziale, resta da provvedere al rinnovo della commissione pari opportunità. .

      Mallamaci e Lipari nel corso di un incontro a Palazzo Alvaro

L'attività di sensibilizzazione non si ferma al 25 novembre

Gli accordi internazionali, con in testa la Convenzione di Instanbul, hanno permesso progressi significativi nel riconoscimento della violenza contro le donne come violazione dei diritti umani e nell'individuazione delle varie forme di discriminazione, anche nell'ambiente del lavoro. Ma perchè, in controtendenza con questa nuova consapevolezza sociale, gli abusi e le violenze, fino al femminicidio, continuano ad essere un'emergenza? "Gli stereotipi di una società prettamente maschile non si sono mai destrutturati e non si riescono a scardinare - risponde Lucia Lipari - la narrazione della donna continua ad essere di subalternità, con tutti i retaggi culturali che poi diventano incubatori della violenza".

Un contesto che a maggior ragione richiede l'impegno nelle attività di sensibilizzazione che, precisano Lipari e Mallamaci, non deve esaurirsi nell'avvicinamento alla giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma essere costante. Le prossime iniziative del Cav saranno l'avvio di un corso di formazione rivolto ai professionisti che operano nella sanità, i servizi sociali e altri settori rivolti in particolare a un'utenza femminile, per offrire gli strumenti necessari a riconoscere e trattare situazioni di rischio; e la presentazione di un libro bianco sulla violenza di genere, che raccoglie dati, normative, studi ed esperienze.

Lo scorso 8 marzo il consiglio regionale ha approvato (non all'unanimità) una legge di iniziativa della vicepresidente della giunta Giusy Princi che prevede misure per il superamento della discriminazione di genere e incentivi per l'occupazione femminile ma a distanza di mesi non c'è ancora nessuna copertura finanziaria. Nel testo si indica un termine di 120 giorni per i provvedimenti di attuazione  (dove saranno indicate le forme di finanziamento), ma di mesi ne sono passati un po' di più, senza nessuna novità. "Esistono responsabilità diffuse - ribadisce l'avvocato Lipari - perché il terzo settore è molto attivo ma occorre una concreta attenzione di tutta la società civile su questi temi. Bisogna poi passare dalle parole ai fatti.

L'agenda 2030 Onu per lo sviluppo sostenibile mette al centro un approccio gender e in Italia si ripongono molte speranze sul Pnrr. Nulla cambierà se per prima cosa non si aggredisce il divario salariale tra i sessi con un sistema a tutela crescenti. Non può esserci parità - conclude - quando è ancora evidentissimo il flop redistributivo di soldi, tempo e divisione dei compiti genitoriali e di cura domestica tra uomo e donna"

L'ospitalità nella casa rifugio "Angela Morabito" è legata all'emergenza, e quando le donne rientrano nelle loro case per loro è un nuovo inizio, una vita da riscrivere finalmente fuori dalla paura. "In tante ritrovano autonomia economica - dice Francesca Mallamaci -  e possono pensare a una serenità insieme ai figli". Sono le storie che vorremmo poter raccontare, scalzando i titoli sulla cronaca nera. Ma soprattutto seminare nei figli di queste donne il futuro di una generazione dove la violenza di genere sia finalmente estinta.

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