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Diffamò membro collettivo "AutonoMia", a processo componente comunità "Pace"

Per il pubblico ministero che ha chiesto l'azione penale il diffamante avrebbe posto in essere “una pluralità di condotte esecutive di un medesimo disegno criminoso”

A distanza di circa sei anni dai fatti, il prossimo 7 gennaio avrà inizio, dinanzi alla sezione penale del Tribunale di Reggio Calabria, il processo a carico di un componente della chiesa di “Pace” e dell’Istituto per la famiglia Gilberto Perri. L’accusa è di diffamazione aggravata ai danni di Luciana Bova, attivista e tra le fondatrici della “Collettiva AutonoMia”, parte, attualmente, anche del nodo territoriale reggino di “Non una di meno Reggio Calabria”.

A parere del Pm, infatti, l’imputato avrebbe posto in essere “una pluralità di condotte esecutive di un medesimo disegno criminoso”, comunicando con più persone e segnatamente attraverso uno scritto pubblicato sul social network Facebook nella pagina denominata “Libertà Verità Trasparenza”, così offendendo la reputazione della persona offesa Luciana Bova “con espressioni gravemente lesive della dignità”.

Proprio Luciana Bova, difesa dall’avvocato Mimma Sprizzi, verrà sentita quale persona offesa e testimone a carico dell’imputato.

“Tutto ha origine - si legge in una nota del collettivo - dalla nostra opposizione, come collettivo femminista, all’approvazione di una mozione da noi ritenuta confessionale e omofoba, denominata Iniziative per la tutela della famiglia naturale proposta dall’allora, tutt’ora in carica, consigliere comunale Massimo Ripepi   (pastore e padre della suddetta congregazione e dell’istituto di cui l’imputato fa parte), dal successivo incontro informativo sulla mozione con l’intervento di docenti universitarie ed infine dalla partecipazione sempre della Bova e della Collettiva alla proposta di istituire il Registro delle unioni civili, successivamente approvata dal Consiglio Comunale di Reggio Calabria”.

Una posizione dunque politica in difesa dei diritti e della laicità volutamente portata su un piano di attacco diffamatorio personale.

“Nei mesi successivi infatti - si legge ancora - si sono susseguite – segnatamente sui social network – espressioni diffamatorie ai danni della nostra compagna, la creazione di una pagina dedicata e la manipolazione di sue immagini video: una serie di condotte, dunque, che – vano ogni tentativo di portare la discussione sul piano politico – hanno costretto Luciana Bova a rivolgersi alla magistratura. Abbiamo atteso in silenzio, per sei lunghi anni, che le indagini si concludessero: da allora, anche noi – così come l’intera comunità reggina – abbiamo guardato con legittimo interesse a tutte le vicende di rilievo politico della Città ed appreso, tra queste, le notizie di cronaca che hanno coinvolto il Consigliere Ripepi ed il suo contesto di riferimento”.

“Riteniamo - si legge infine nella nota della collettivaAntonoMia Reggio Calabria - che il processo che avrà inizio il 7 gennaio assuma un rilievo politico, oltre che giudiziario, e saremo accanto alla nostra sorella e compagna, sostenendola in nome dei diritti, della garanzia di laicità  e della libertà per cui abbiamo sempre lottato,  mettendo in campo ogni iniziativa – anche giudiziale – utile alla causa: insomma, per dirla con Karl Popper, rivendicheremo nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti".

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