L'atlante di "Save the children" fotografa una Calabria che affonda nelle diseguaglianze

Anna Comi e Marilina Pizzonia, rispettivamente coordinatrice regionale Pari opportunità della Uil Calabria e presidente dell’Adoc Calabria, commentano i dati riferiti alle differenze di genere senza dimenticare l'allarme sanitario

La copertina dell'atlante di "Save the children"

Comi-2“La Calabria vista dagli occhi delle bambine, le cui immagini “Save the children” ha sapientemente raccolto nel suo annuale rapporto sullo stato dell’infanzia, è una terra che sta rinunciando a costruire il suo futuro, è una terra che sta bruciando tutte le sue opportunità di rinascere, che ha scelto di azzerare le proprie chance di crescita bloccando, allo stesso tempo, quelle delle sue giovani generazioni”. E’ questo il commento di Anna Comi (nella foto) e Marilina Pizzonia, rispettivamente coordinatrice regionale Pari opportunità della Uil Calabria e presidente dell’Adoc Calabria, ai dati resi pubblici da “Save the children”.

Per Anna Comi e Marilina Pizzonia: “Ragazze e ragazzi scappano della nostra regione perché non vi intravedono possibilità di crescita economica, culturale e sociale. Perché non riscontrano la presenza di pari opportunità di accrescimento nel mondo del lavoro, perché hanno capito che in Calabria l’ascensore sociale non è inceppato ma, più drammaticamente, non è mai entrato in funzione. I numeri, nella loro asetticità, sono tragici. Disegnano una terra senza speranza, colpita a morte da coloro che sono stati chiamati, di volta in volta, alla guida della cosa pubblica calabrese. Ragazze e ragazzi che “mostrano seri deficit nelle competenze di base, profonde diseguaglianze territoriali che si incrociano con quelle di genere”: è questa la fotografia che si ricava dalle mappe presenti nell’Atlante di Save the children. Con un gap crescente e difficilmente colmabile nelle quote di investimenti prodotti dalla Calabria rispetto ad altre regioni italiane, specialmente del Nord Italia”.

“Ritardi, inefficienze, ingigantiti e appesantiti dalla pandemia da Coronavirus in atto - spiegano Comi e Pizzonia - che, per colmo di sventura, ha portato alla chiusura delle scuole nella nostra regione. Ed è un disagio dentro il disagio. Le scuole chiuse a causa di una “zona rossa” dovuta alla cattiva gestione della sanità pubblica negli ultimi dieci anni. Una mala gestio che è stata denunciata dai sindacati confederali calabresi che, unitariamente, hanno presentato - nell’assordante e surreale silenzio della politica regionale e della deputazione calabrese, un esposto denuncia nelle mani del capo della Procura di Catanzaro, Nicola Gratteri”.

pizzonia1-2“Una mala gestio - proseguono Anna Comi e Marilina Pizzonia (nella foto) - contro la quale il Governo, impegnato da settimane a dipanare senza riuscirci la matassa della nomina del commissario ad acta per il piano di rientro, non riesce a trovare un vaccino. Una mala politica che ha chiuso ospedali invece di riorganizzarli, che ha tagliato la spesa invece di dirigerla verso scelte più oculate, che ha favorito il privato a discapito del pubblico. Gli affari prendono il posto dei diritti dei cittadini. E allora è necessario portare la sanità ad un corretto funzionamento affinché anche le scuole possano ripartire”.

Per Anna Comi e Marilina Pizzonia, ancora, “è proprio nelle scuole, in molti paesi unico presidio di legalità, secondo noi, che si deve combattere la battaglia contro la diseguaglianza territoriale e di genere. Proprio nelle scuole la Regione Calabria dovrebbe investire una buona quota parte dei fondi europei a sua disposizione per ammodernarle, renderle efficienti, connesse con le tecnologie del momento e quando necessario, nella gran parte dei casi, costruirle di sana pianta. Solo nelle scuole, infatti, si possono gettare le basi per consentire alle ragazze calabresi di poter rompere il “soffitto di cristallo”, di poter superare "la barriera invisibile che impedisce alle donne di accedere alle posizioni apicali per ostacoli spesso difficili da individuare”.

“Solo con una seria politica di investimento - concludono - soprattutto in politiche attive del lavoro e di riduzione dei divari di genere, si può infrangere quella che viene definita “l’illusione della parità” di bambine e ragazze che, dentro le classi scolastiche, sembrano godere di una parità con i coetanei e accrescono le proprie aspettative per, poi, finire nel vederle non realizzarsi al primo confronto con il mondo del lavoro”.

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