Giovedì, 18 Luglio 2024
L'intervista

La preghiera di don Valerio Chiovaro per la Terra Santa pensando al ritorno a Casa Kerigma

Il sacerdote di Attendiamoci è rientrato a Reggio ma appena possibile vuole proseguire la missione della diocesi in Terra Santa

E’ a Reggio e sta bene ma è pronto a ripartire per Gerusalemme don Valerio Chiovaro, che in Terra Santa ha creato il centro spirituale Casa Kerigma e adesso segue con dolore e apprensione il bollettino del nuovo conflitto in Medioriente. “Ho un biglietto da Catania per il 16 ottobre - dice il sacerdore reggino - e spero mantengano il volo. Per adesso li stanno cancellando quotidianamente. Con la testa sono là, con i piedi sono qua, il cuore è sempre un po’ a metà strada. Spero di ricongiungermi presto…" Presbitero Fidei Donum presso il Patriarcato di Gerusalemme e fondatore dell’associazione di volontariato Attendiamoci onlus, che gestisce Casa Kerigma, in questi giorni don Valerio sta sentendo in presa diretta amici cristiani, musulmani e soprattutto giovani israeliani.

Quando è scoppiata la violenza terroristica in Israele eri a Roma per la nomina a cardinale di Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. Quali sono state le tue sensazioni nell’apprendere dell'attacco di Hamas?

“Sì, ero in Italia per la creazione del cardinale… A Roma è stato un momento di grande festa, di afflato universale che mi ha restituito l’idea della universalità della Chiesa. Di una Chiesa grande quanto il mondo, ricca quanto la terra, luminosa quanto il cielo. E vedere i cardinali da diverse parti del globo - anche da quelle dove la Chiesa è minoranza - mi restituisce la sensazione del “resto”, del piccolo gregge. Poi incrociare lo sguardo stanco, felice, sereno, preoccupato, del Patriarca di Gerusalemme mi ha restituito i tanti anni di amicizia sincera e adesso di collaborazione franca che mi vedono legato alla Diocesi di Gerusalemme. Avevo fatto il biglietto per il 16 ottobre per partecipare al diaconato di Lorenzo Tortorella, un giovane cresciuto con me e per concludere il progetto di piantumazione di Parco Margariti. In questo stato di ‘grazia’, la notizia e le notizia che ci stanno bombardando mi hanno fatto tornare con i piedi per terra. Le sensazioni si alternano, ma il pensiero ricorrente va agli affetti che sono in Terra Santa, alle tante persone che stimo, a cui voglio bene, ai ‘miei vicini di casa’, ai giovani israeliani che ascolto quasi quotidianamente. È una tragedia di adesso, ma anche senza tempo e senza fine".

Don Valerio a Betlemme

Il Medioriente è una polveriera sfiancata da una lunghissima storia di morte e terrore. Tra palestinesi e gli israeliani ci sarà mai pace?

“Come spesso dice il Patriarca di Gerusalemme, ‘la gente è stanca, ma non basta non volere la guerra, bisogna impegnarsi per favorire relazioni di buon vicinato. E adesso questo è difficile per entrambi le parti’. Penso che per adesso bisogna attendere, pregare, implorare il buon senso. Certo a volte si ha l’impressione che questa terra sia un quadrato di una scacchiera più grande e che si facciano esplodere razzi sulla povera gente (sotto entrambe le bandiere) per gestire conflitti, creare leve di forza, dimostrazioni di potere in altre parti della scacchiera e favorire un bipolarismo che non corrisponde perfettamente alla verità. Come se il mondo fosse sempre e ancora diviso in due blocchi: i bianchi e i neri, e tutto sia confinabile dentro la narrazione dei blocchi contrapposti: i buoni e i cattivi.

Lo scontro, da sempre, è politico, culturale e religioso. Come sacerdote quale modo vedi possibile per fare incontrare posizioni che sembrano inconciliabili?

“A volte più che favorire l’incontro, dobbiamo favorire la convivenza. Se per un poco non ci incontra ci può pure stare. Qui la meta da raggiungere è già la convivenza. Bisogna conoscere, riconoscere l’altro e la sua cultura come interessanti. Aprirsi alla logica del ‘simile’, più che ‘dell’altro’. Cogliere somiglianze e differenze tra le varie presenze e lavorare su queste, più che esasperare posizioni identitarie e oppositive”.

A Gerusalemme hai portato la diocesi di Reggio-Bova con la missione di Casa Kerigma, nome che in greco indica il verbo dell’annuncio del Cristianesimo nel Nuovo Testamento. Che esperienza hai avuto nel rapporto tra cristiani, ebrei e musulmani?

“Un’esperienza bellissima, la casa è frequentata da tutti in un clima di dialogo e rispetto reciproco. Si apprezzano, appunto, le differenze e le somiglianze, e ci si confronta, anche con toni accesi, ma sempre attorno al tavolo della fraternità. A volte con una buona carbonara, più spesso con una pizza (un po’ più kosher e halal della carbonara), e sempre con un buon pezzo di pane. È l’esperienza di una Chiesa di frontiera, che sta nel mezzo, armata della sua semplicità e dei valori dell’accoglienza, dell’ascolto, della attesa”.

L’esperienza del centro spirituale per i pellegrini è iniziata un anno fa. Quale bilancio tracci tra quello che si è fatto e i progetti futuri?

“Sono passate una settantina di persone che hanno risieduto per circa sei giorni, e poi sono venute a trovarci in totale un centocinquanta persone. Molti sacerdoti, qualche vescovo, tanti laici, giovani e famiglie. Ciascuno con la sua storia, con il suo mondo di complessità e col desiderio di vivere la semplicità della vita fraterna e dello stile cenacolare. Casa Kerigma è immersa in un parco dove ci sono alcune comunità religiose e una casa che accoglie minori in difficoltà. È bello respirare tanta Chiesa.

E poi il rapporto con il Patriarcato, con il Patriarca in particolare: approfittiamo quanto più possibile per condividere la sua esperienza e soprattutto la sua spiritualità. Quindi un ruolo semplice: accogliere, ascoltare, attendere. I tre verbi della consolazione. A Gerusalemme e a casa Kerigma poi passa di tutto: curiosi, giornalisti, docenti universitari… ogni giorno è un arricchimento in umanità. Una parte del tempo, ancora, è vissuta in studio. Con il Patriarcato stiamo elaborando un’esperienza formativa e ri-creativa per i sacerdoti. Con alcune università italiane e locali si va progettando un laboratorio per la maturazione di competenze interculturali. Altro tempo è dedicato alla preghiera, semplice, silenziosa. Ancora produciamo video e messaggi dalla terra santa, che poi distribuiamo sui canali Social. In questa opera è impegnata tutta Attendiamoci e dalle diverse sedi di Reggio, Giardini Naxos, Milano, Torino, Pavia e Modena”.

Giovani a Casa Kerigma

Cosa hai portato a Gerusalemme della diocesi reggina e del progetto Attendiamoci?

“Tutto me stesso, direi il mondo di affetti, relazioni, gratitudine. Il sentirmi nato e parte di una comunità di fondazione paolina e l’essere comunque espressione della natura missionaria di questa porzione di Chiesa. Al di là dei convegni e delle parole, la Chiesa si muove con i piedi degli uomini, è un popolo in cammino e penso sia un bel segno della nostra diocesi l’esigenza di tornare alle radici, al grembo generante della Chiesa Madre. Tanti sono i sacerdoti che vogliono venire per una settimana e continuo è il dialogo con il vescovo Fortunato per capire come meglio mettere a servizio questa realtà anche per altre diocesi. In tal senso è importante anche il dialogo col dicastero per le Chiese Orientali che ha sposato questa iniziativa. Attendiamoci ormai è un’associazione nazionale, siamo presenti anche in Inghilterra e negli Usa e adesso in pianta semistabile a Gerusalemme. In qualche misura più che portare Attendiamoci a Gerusalemme, qui la ritrovo. E non solo perché i giovani di Attendiamoci sono sempre presenti fisicamente, ma perché mi accompagnano, insieme ai tanti amici, con la forza della preghiera. Tra l’altro, senza il sostegno economico di Attendiamoci, tutto questo non sarebbe stato possibile”.

In attesa di tornare a Casa Kerigma cosa farai insieme ai tuoi giovani a Reggio Calabria?

“Tra qualche giorno, il 15 ottobre, ci sarà il lancio delle attività educative. In queste settimane, comunque, come nuovo progetto, stiamo continuando il piano di pulitura e piantumazione del parco Margariti, un parco educativo che stiamo costruendo a Marinella di Bruzzano. Tanta fatica e tanto entusiasmo, che restituendoci il contatto con la terra ci ricorda che piantare con sudore è creare un futuro di pace per quanti verranno. Abbiamo piantato anche un ulivo da Betlemme e ci sono tante colombe bianche… Speriamo sia di buon auspicio per quanto va accadendo in Terra Santa… e poi tanta preghiera”.

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