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L'incontro / Palmi

Art Noveau e la nascita dell'arte moderna per l'incontro della Fidapa

La presidente Anna Pizzimenti: "Il rapporto tra arte e vita e la trasformazione della donna sia nel sociale che nel mondo artistico"

Art Noveau e Modernismo Artistico sono stati i temi su cui ha voluto riflettere la Fidapa, sezione di Palmi, che ha organizzato un appuntamento culturale dedicato proprio alla la riforma della vita nell'arte. L’evento si è tenuto presso l’auditorium “Prof. Pietro Ciappina" della Scuola superiore di psicologia applicata "G.Sergi" di Palmi.

La presidente  Anna Pizzimenti in apertura dei lavori ha ribadito come la Federazione italiana donne arti professioni affari da sempre valorizza il ruolo della donna, le sue competenze e cerca di scoprire attraverso i canali più disparati, più’ differenti,  quanto l’evoluzione della stessa, nel tempo sia stata condizionata o li abbia condizionati, dunque non si poteva non dedicare un appuntamento attraverso il rapporto tra arte e vita, non dimenticando come traccia portante il ruolo, l’appartenenza e la trasformazione della donna sia nel sociale che nel mondo artistico.

Proprio per questo il compito è stato affidato al professor Giuseppe Livoti, docente di discipline artistiche, giornalista pubblicista e direttore della Pinacoteca di Bova Marina e presidente dell’associazione culturale Le Muse il quale, ha fatto memoria con l’ausilio di materiale visivo di un periodo importante come l’Art Noveau ed il suo collegamento con la nascita del concetto di Arte Moderna. Inedita la presentazione con un taglio qualificato, attraverso immagini di architetture, decorazioni e storie di donne per scoprire meglio il ruolo femminile nella società dell’epoca.

Livoti è partito dal concetto che il Liberty o Stile Floreale è un forma d'arte italiana trasversale, che deriva dall'Art Dèco e che coinvolge, oltre la pittura, molte arti minori e l'artigianato, con lo scopo di opporsi alla pianificazione indotta dalla industrializzazione che ormai aveva invaso tutti gli aspetti della vita. Il termine Liberty dal nome dell’inglese Arthur Lasenby Liberty (1858-1919), commerciante londinese di oggetti d’arte e di alta qualità destinati al largo consumo. Allo Stile Liberty italiano corrispondono, nei diversi paesi europei, il Modernismo in Spagna, l’Art Nouveau in Francia ed in Belgio, lo Jugendstil in Germania, il Modern Style o Art Decore in Inghilterra e il Secession Stil in Austria.

Si tratta fondamentalmente di uno stile decorativo, che trovò espressione in un'ampia gamma di forme artistiche, dall'architettura al design di interni, dalla produzione di mobili alla grafica, dall'arte della lavorazione dei metalli e del vetro alla ceramica, dai disegni delle stoffe alle illustrazioni di libri, giornali e manifesti. Ha  molto interressato il numeroso pubblico presente il concetto dell’arte come opera organica che timidamente anticipa l’architettura, l’architettura moderna che promuove un’armonia tra l’uomo e la natura, la creazione di un nuovo sistema in equilibrio tra ambiente costruito e ambiente naturale attraverso l’integrazione dei vari elementi artificiali propri dell’uomo (costruzioni, arredi, ecc.), e naturali dell’intorno ambientale del sito. Tutti divengono parte di un unico interconnesso organismo, spazio architettonico. Tante le storie di donne raccontate quella dell’iconografica Jane Avril nata nel 1868 ed è nota con il soprannome di “Mélinite”, il potente esplosivo che esprime la sua dirompente energia nella danza. Si esibisce al Moulin Rouge, dove è molto nota e con lei una delle maggiori vedette del locale. Jane Avril è una donna colta, che apprezza i dipinti di Toulouse Lautrec; egli la contraccambia con affetto sincero e ammirazione.

Le regala anche molti quadri, che lei a sua volta dona ai numerosi amanti. Ed ancora Sarah Bernhardt considerata dalla critica italiana la sola rivale di Eleonora Duse, che intraprese la carriera teatrale all’età di diciotto anni dopo un’infanzia disordinata – il padre era un ufficiale di marina trattenuto in Cina, la madre la affidò dapprima alla balia bretone e successivamente alla sorella maggiore che, non sapendosene occupare, la portò in un ospizio di suore. Fu il Duca di Morny, fratellastro di Napoleone III nonché amante della zia e in seguito della madre, a iscriverla a corsi di pittura e scultura all’Ecole des Beaux e a farla entrare nei migliori istituti d’arte drammatica di Parigi. La stessa fu la Musa ispiratrice del pittore ceco Alphonse Mucha che, attraverso le sue rappresentazioni cartellonistiche e dunque pubblicitarie, sublimò l’immagine di femme fatale della Bernhardt, diffondendola ovunque.

Come riporta la biografia del pittore “Mucha riuscì a sfondare proprio grazie al suo manifesto-litografia disegnato per l’attrice Sarah Bernhardt. I primi giorni di gennaio dell’anno 1895 tutta Parigi vide il manifesto in questione sui muri della città e in occasione della rappresentazione della Gismonda di Victorien Sardou e fece sensazione. Il formato verticale, allungato, del tutto inedito, con l’immagine della celebre attrice tragica rappresentata quasi a grandezza naturale, produceva un effetto drammatico non comune ed impressionava per la ricchezza e la raffinatezza della gamma cromatica”. E continua ancora “La trasposizione figurativa delle sue locandine teatrali impressionò positivamente Sarah Bernhardt  al punto che, senza esitazione, l’attrice sottoscrisse un contratto esclusivo di sei anni con l’artista moravo”.

Suggestiva la lettura di un componimento poetico della professoressa Maria Grazia Rondanini,  referente Task Force Cultura della sezione Piana di Palmi, testo cromaticamente autentico nella tessitura lessicale, dedicato proprio all’immagine della 4 stagioni di Mucha in cui Bernhardt è protagonista. Infine la storia della tela di Donna Franca Florio opera che nel 1901 Ignazio Florio commissionò a Giovanni Boldini, acclamato pittore italiano trasferito a Parigi ed interprete del mondo femminile della Belle époque. Un dipinto che immortala senza tempo la radiosa bellezza della moglie, Franca Jacona di San Giuliano. Boldini, artista animato da un’effervescente vocazione alla mondanità, non se lo fece ripetere due volte, e nello stesso anno si trasferì da Parigi a Palermo, dove fu ospite dei Florio, realizzando così il ritratto. Il quadro fu esposto alla Biennale di Venezia nel 1903 su richiesta dello stesso Ignazio Florio.

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