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Domenica, 23 Giugno 2024
La cerimonia

Reggio dice addio al funzionario di polizia Michele Viola: funerali solenni in Cattedrale

La celebrazione eucaristica è stata officiata dall'arcivescovo Fortunato Morrone. Picchetto d'onore per il capo di gabinetto di Taranto. Il ricordo del fratello Pietro e di un caro amico di infanzia

Il silenzio. Poi il rintocco delle campane della Cattedrale di Reggio Calabria. È il picchetto della polizia di Stato insieme al fratello, avvocato e diacono, Andrea, e don Bruno Verduci ad accogliere sul sagrato l'arrivo del feretro di Michele Viola, capo gabinetto della questura di Taranto, morto a soli 52 anni, nel giorno in cui si celebra la Repubblica, in un incidente stradale mentre era in sella alla sua bicicletta sulla Statale 172 in Puglia.

Tra i banchi, silenti, la moglie Sara Pietrobon, il figlio tredicenne Mattia Giuseppe, il fratello Pietro, le più alte cariche della polizia, istituzioni, rappresentanti dei vari corpi delle forze dell'ordine, politici, procuratori del distretto reggino, i colleghi, gli amici di sempre, ancora increduli e stretti in un dolore che graffia e non conosce pace e che con il funzionario reggino hanno condiviso momenti di lavoro e di semplice spensieratezza. E ancora, c'è il mondo sportivo reggino, i piccoli cestisti della scuola basket Lumaka.

Michele non solo era un poliziotto, era anche un amante della palla a spicchi, non solo per la passione del papà ma anche perché ha indossato la gloriosa maglia delle giovanili nella Cestistica Piero Viola nel ruolo di play. 

La Cattedrale è stracolma, c'è tantissima gente. Si prega e si canta accompagnati dal coro che ha animato la celebrazione eucaristica. È una chiesa stracolma a dare l'ultimo saluto all'amato figlio del giudice Giuseppe Viola, all'uomo dalle grandi virtù, dall'alto senso del dovere, a quel sorriso che non si può dimenticare.

Adesso, qui in Cattedrale, c'è la sua bara con sopra il cuore di fiori bianchi, ultimo omaggio del suo figlioletto, e il cappello della divisa. A officiare la santa messa, concelebrata da tanti sacerdoti, l'arcivescovo metropolita della diocesi di Reggio Calabria-Bova, mons. Fortunato Morrone.

Durante l’omelia, il presule ha ricordato Michele come un uomo di grande umanità e professionalità, capace di unire un profondo senso del dovere a una genuina bontà d'animo.

"Le parole non basterebbero mai, noi ci affidiamo all'unica parola che dà vita, a Dio fedele, pur rimanendo tanti interrogativi, in questo momento di grande sofferenza. Noi confessiamo, che abbiamo qui davanti la salma di Michele, il Cristo risorto, simbolo del cero pasquale, la Luce, sia che moriamo, sia che viviamo, noi apparteniamo al Signore perché lui appartiene a noi, siamo legati a filo doppio. Allora la nostra vita ha senso, ha una destinazione, ha gusto, ha sapore nonostante questi momenti di grande lacerazione se noi apparteniamo a qualcuno, se riconosciamo un'appartenenza originaria che da respiro alla nostra vita. 

Michele appartiene innanzitutto alla sua famiglia, alla moglie, al figlio - prosegue Morrone - ai suoi fratelli, agli amici, ma in quanto credente appartiene al Signore Gesù. Siamo degli illusi? Vogliamo essere vicini ai familiari di Michele. L'Eterno l'ha afferrato per l'ultima volta, in modo drammatico, quindi la sua vita si è conclusa nelle mani del Padre, ma noi abbiamo la vita. Allora Signore ti ringraziamo per il dono di Michele, e chi lo ha praticato, chi ha sperimentato, la sua umanità, ma noi oggi vogliamo chiederti perdono Signore se non riconosciamo il valore della vita".

Le parole dell'arcivescovo hanno toccato profondamente i presenti, tra cui il figlio tredicenne di Michele, e la moglie sostenuta dai familiari e dagli amici più stretti. Il fratello Pietro, magistrato, visibilmente commosso, parla a nome della famiglia per ringraziare tutti: "In questo momento di grande dolore abbiamo trovato conforto negli amici, nei colleghi, in tutte quelle persone che hanno conosciuto Michele. Un affetto e una vicinanza che abbiamo sentito genuina, sincera, senza filtri". Le emozioni rincorrono i ricordi mentre un lungo applauso invade le navate della Cattedrale. 

Poi l'intervento di Andrea Zoccali, amico di infanzia di Michele. Ricorda: "Ho cercato su Google maps il luogo, volove capire. Ho visto una strada dritta verso il mare, i campi riarsi intorno, il cielo enorme del Sud e poi ho quasi sentito quel calore, per un attimo la brezza, e poi improvvisamente non ho sentito più nulla, perché non c'è un bel posto per morire e ancora di più non c'è un momento per morire quando c'è una casa in cui tornare e tante le parole da dire, gli abbracci da dare e le strade da indicare a chi ha ancora bisogno di te.

Chi muore ferma il tempo, così per chi resta c'è un prima e c'è un dopo e c'è questo momento vuoto, sospeso, in cui senti che non sei più già quel che eri prima mentre non puoi ancora essere ciò che sarai dopo.

Io mi ricordo questo momento, perché l'ultima volta che ci siamo sentiti così, è come se ci fossimo promessi che saremmo diventati vecchi insieme e quel che era successo ci avrebbe protetto. Ora l'incantesimo si è rotto! Ci troviamo a guardarci dentro per capire se avremmo potuto fare di più, esserci di più, essere amici migliori, la colpa è anche un po' nostra, perché c'è qualcosa di magico nel diventare amici da bambini. Un giorno sei pirata e un altro sei la guardia, una sera ti nascondi solo nel bosco e la mattina di trovi a scappare in questo continuo gioco delle scegliere insieme tra tante possibilità. 

E quando diventi grande, e di tutte le possibilità, ti trovi ad essere ogni giorno solo quello che sei, i tuoi amici sono lì a tenere in vita la magia che avete vissuto insieme, a ricordarti il pirata che sei stato. 

Così quando un amico muore, ti accorgi che tutti quei momenti, vite magiche, sono diventate solo private fantasie e allora capisci che la vita è sottrazione, non del superfluo, dell'immaginario, ma di pezzi di te, di carne viva, amputazione invisibile di quel che sei e non sarai più e allora finalmente capisci che la vera difficoltà non è la rinuncia e nemmeno il cambiamento ma più semplicemente fare esattamente le cose che facevi prima, ma con una parte in meno di te".

Il feretro, portato in spalla dagli amici più intimi, lascia il Duomo. Un ultimo saluto carico di emozione per un uomo che ha lasciato un segno indelebile nella comunità di Reggio Calabria e non solo. Le indagini sull'incidente sono ancora in corso per stabilire le esatte dinamiche dello scontro. Si attendono adesso i risultati, nella speranza che sia fatta giustizia per la tragica perdita di un uomo così prezioso.

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