Venerdì, 30 Luglio 2021
Cronaca Centro

"Trentasei anni dopo non perdono" parla il papà di Gianluca Canonico

I volontari del gruppo art.118 hanno iniziato a pulire la piazza intitolata al piccolo, vittima di mafia nel lontano luglio del 1985 quando lo colpì un proiettile vagante durante una sparatoria nel Rione Pescatori

Gianluca Canonico

Trentasei anni dopo la rabbia e il dolore di Pietro sono ancora lì, pesano come un macigno sul suo cuore. Un proiettile vagante esploso durante una sparatoria nel rione Pescatore gli ha portato via per sempre il suo Gianluca, di appena 10 anni. Da quel 3 luglio 1985 Pietro Canonico non ha mai smesso di lottare per la verità, per tenere viva la memoria di suo figlio, vittima innocente.

Una memoria che va sostenuta, va alimentata, va “accudita” affinché quanto accaduto in questa terra di 'ndrangheta non si ripeta più, affinché i giovani sappiano cosa è stata la guerra di mafia.

La piazza intitolata a Gianluca e  "art.118RC"

A Reggio dal 2016 c'è una piazza intitolata a questo ragazzino, vittima innocente di mafia. Una piazza che doveva essere anche un punto di incontro per i bambini, vista la vicinanza con la scuola elementare, ma che è stata abbandonata e l'erba è cresciuta ed è stata ricoperta di rifiuti. “Veder quella piazza ridotta in quel modo, - dice Pietro Canonico – mi fa male. Ho fatto tanti appelli, ho portato anche le Iene, ma non è successo nulla”.

Ecco che il gruppo di cittadinanza attiva “art.118 RC” ha pensato di ripulire questo parco e di renderlo così fruibile alla città. Simona Lanzoni e i tanti volontari domani pomeriggio al calar del sole si sono dati appuntamento, armati di guanti e sacchi, per togliere erbacce e rifiuti di ogni genere.

Canonico Pietro-2“Sono felice” dice Pietro Canonico raggiunto da ReggioToday. “Non sapevo di questa iniziativa e mi fa molto piacere. In questi giorni sono in Sicilia a Spadafora, in provincia di Messina, lì dove riposa Gianluca. I giorni che precedono il 29 giugno li vivo male, ormai da trentasei anni. Rivivo quel 1985 quando andai ad Aprilia a prendere il bambino per portarlo a Reggio e trascorrere insieme il mio onomastico. Poi la sera del 3 luglio fu ferito da quel proiettile. L'ho soccorso io, l'ho portato in ospedale ma dopo cinque giorni è morto”.

In giro per l'Italia per ricordare Gianluca

“Sento dentro tanta rabbia, tanto dolore. Io, in un certo senso, sono fermo a quel momento. Non posso dimenticare mio figlio. L'ho cresciuto, l'ho amato e sono stato lasciato solo a cercare la verità e la giustizia. Mi sono pure costituito parte civile nel processo ma il killer, che all'epoca dei fatti era minorenne, dopo poco era fuori”.

Nel giorno in cui Gianluca muore, infatti, l'8 luglio del 1985, Francesco Nicolò, diciassettenne, si costituisce dichiarando di avere sparato, reagendo ad una aggressione. Viene processato e condannato in primo grado a 12 anni di reclusione. 

Pietro ha scelto sempre la via della legalità, lui che ha alle spalle una vita trascorsa in Polizia, nella Squadra mobile, continua a vivere al rione Pescatori, nella sua casa al numero 24 di via Fratelli Spagnolo, proprio lì dove è accaduto il fatto. “Dopo i primi momenti in cui il parroco e qualche vicino mi ha dimostrato solidarietà – racconta Pietro – sono rimasto solo! Ma io non scappo, non lascio Reggio! Gianluca però l'ho portato in Sicilia, a Spadafora, e riposa vicino a mio padre. Vengo sempre a mettere i fiori, a parlare con lui. Un figlio non si può dimenticare!”.

“Ho raccontato la storia di Gianluca a mia figlia Emanuela, nata successivamente da un altro matrimonio, quando era maggiorenne ed in grado di capire. Porto questa vicenda anche nelle scuole, parlo con i ragazzi, per far sapere loro quanto è brutta la violenza e le mafie. Ho girato l'Italia per raccontare di Gianluca e con la mamma di Dodò (Domenico Gabriele ucciso a 11 anni per errore mentre giovava a pallone nel 2009 ndr) a Crotone abbiamo lavorato tanto. L'istituto tecnico nautico di Crotone ha dedicato un'aula a mio figlio”.

“Non perdonerò mai il killer! Qualche tempo addietro mi è capitato di vederlo, faccia a faccia, e lui – che era sul posto di lavoro – ha fatto di tutto per evitare il mo sguardo, si è quasi nascosto. Io non dimentico, così come non dimentico che i suoi familiari si sono solo avvicinati per dirmi di ritirare la costituzione di parte civile al processo. Nessuno ha mai chiesto scusa, nessuno ha cercato il perdono. Ma io non posso perdonare”.

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

"Trentasei anni dopo non perdono" parla il papà di Gianluca Canonico

ReggioToday è in caricamento