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Mercoledì, 8 Febbraio 2023
Legalità

"Liberi di scegliere", tutto da rifare per il ddl dell'ex sottosegretaria Nesci?

Il protocollo scade nel 2023 ma l'idea di Di Bella avrebbe potuto diventare legge. E A Polistena il sindaco lancia un segnale con le borse lavoro negate a conviventi con condannati al 416 bis

Sarebbe potuto diventare legge l’esperienza del progetto “Liberi di scegliere”, che permette ai minori delle famiglie di ‘ndrangheta di affrancarsi dal contesto malavitoso e iniziare sotto protezione un percorso di vita alternativa, ma adesso questo iter, ancora germinale, rischia di interrompersi.

Nel 2023 è in scadenza il protocollo triennale d’intesa tra dipartimento pari opportunità della presidenza del consiglio, procura nazionale antimafia e tribunale procura per i minorenni e procura distrettuale di Reggio Calabria, associazione Libera e Cei, sulla base del quale, come pioneristica sperimentazione italiana, tanti giovani sono stati salvati dalla condanna ad ereditare un futuro nella criminalità organizzata. Il rinnovo del protocollo è stato firmato il 31 luglio 2020, con la novità della partecipazione di Miur e ministero dell'Interno. 

Un tentativo di normare il progetto era arrivato nella legislatura appena conclusa con il ddl presentato dall'ex sottosegretaria al Sud e la coesione sociale Dalila Nesci, supportato da una massiccia sottoscrizione popolare arrivata all'allora ministra Cartabia. Adesso però, con l’uscita di Nesci dal Parlamento, qualcun altro dovrà dare seguito a quell'iniziativa.

Il ddl per trasformare in legge il protocollo nato dal lavoro sul campo di Di Bella

“Liberi di scegliere” ha dato una struttura istituzionale al lavoro che il giudice Roberto Di Bella, all’epoca presidente del tribunale dei minorenni reggino, aveva iniziato nel 2012 entrando nelle pieghe più drammatiche delle famiglie di 'ndrangheta e, con la sola collaborazione di tante madri disperate, allontanando i minori da quelle case. Attualmente Di Bella ricopre questo incarico a Catania, dove ha esportato il protocollo applicato per la prima volta nella città dello Stretto ma oggi presente in diverse realtà, tra cui la Puglia.

Il Tribunale dei minorenni reggino partì dall'esame dei più di 100 processi per reati di associazione mafiosa, la metà per omicidio o tentato omicidio, tutti a carico di imputati adolescenti: un dato che diede a Di Bella l'idea di intervenire con urgenza individuando le famiglie a rischio delinquenza o legate alla mafia e facendo leva su un'alleanza con le madri per autorizzare l'uscita dei minori dal contesto familiare e costruire progetti rieducativi individuali alternativi al carcere minorile o la comunità. Il magistrato messinese ha una carriera di venticinque anni nella provincia reggina martoriata dalla 'ndrangheta.

Dal 2012 ottanta minori e circa 40 nuclei familiari sono stati letteralmente liberi di scegliere e per la maggior parte hanno lasciato la Calabria ricostruendo la loro vita lontano da pgni condizionamento, ma, prima del protocollo, per poter intervenire era necessario il requisito di un programma di protezione, previsto per collaboratori e testimoni di giustizia (soprattutto donne, mogli o imparentate con mafiosi). L'incontro tra Di Bella e l'associazione Libera (a cui in Calabria il tema stava a cuore per aver tentato di aiutare Lea Garofalo a sfuggire alla vendetta dell'ex compagno) è stato determinante per trasformare l'idea del giudice in un progetto con la partecipazione diretta dello Stato. 

Dopo il trasferimento di Di Bella a Catania si era parlato di ridotte adesioni al protocollo e aveva fatto discutere il caso di Rocco Molé, uno dei partecipanti al progetto che, raggiunta la maggiore età, era uscito dal percorso decidendo di rientrare a Gioia Tauro ed era stato poi arrestato per traffico di droga. 

L'input lanciato nella riunione conclusiva della commissione antimafia 

La lotta dura alle mafie è stato uno dei punti principali del programma del centrodestra, e adesso si attende di vedere quali provvedimenti saranno messi in campo dal nuovo governo e se qualcuno, tra maggioranza e opposizione, riproprorrà il testo ispirato a "Liberi di scegliere". L'importanza del protocollo era stata rimarcata a settembre nell'ultima relazione della commissione parlamentare uscente guidata dall'ex senatore Nicola Morra. La deputata Stefania Ascari ne aveva ricordato l'efficacia proponendo l'istituzione di appositi osservatori nelle prefetture. Oggi riconfermata alla Camera, la cinquestelle Ascari potrebbe essere la persona giusta per non bloccare l'iter di quel disegno di legge.  

La proposta di Dalila Nesci prevedeva un raccordo obbligatorio tra uffici giudiziari penali e minorili, affinché insieme ai procedimenti a carico dei genitori si attivino automaticamente le tutele a favore dei minori. Inoltre si stabiliva un potenziamento dei servizi sociali per i minorenni e, sul modello di "Liberi di scegliere", l’istituzione di una rete di protezione per attivare percorsi socio-educativi individualizzati di accompagnamento nel distacco del minore dal contesto familiare, affettivo e sociale nocivo. Assistenza e educazione alla legalità venivano estesi ai familiari anche non minori che intendano dissociarsi dai contesti mafiosi, e si favorivano tirocini e borse di studio insieme alle associazioni di settore per favorire la formazione dei giovani coinvolti e l’avvio di attività autonome.

In questi anni il protocollo Di Bella è stato al centro di una campagna di sensibilizzazione alla legalità condotta anche nelle scuole. L'associazione Biesse di Bruna Siviglia porta avanti il progetto "Giustizia e Umanità Liberi di scegliere" promuovendo dibattiti in tutta Italia e con l'istituzione di borse di studio destinate ai minori che hanno concluso positivamente il recupero ma anche agli studenti. L'associazione aveva anche sostenuto il ddl dell'ex sottosegretaria Nesci raccogliendo quasi 1500 firme.

A Polistena borse di lavoro vietate a chi non si affranca dalla 'ndrangheta

A Polistena il sindaco Michele Tripodi ha invece inaugurato già da qualche tempo una linea perentoria di dissociazione verso la mentalità mafiosa, lanciando un segnale a chi, nato e cresciuto in un ambiente delinquenziale, non ne prende le distanze. Ovviamente non si parla di minori, ma di adulti: nonostante questo ha suscitato qualche polemica il bando per l'assegnazione di borse lavoro che il Comune blinda a chi risulti convivente con soggetti condannati con il 416 bis. Un requisito simile era stato chiesto nel 2016 dalla stessa amministrazione per l'assegno alla sopravvivenza (beneficio sospeso dopo l'entrata in vigore di misure statali analoghe come Rei e Rdc). michele-tripodi-new-2

"Si tratta - spiega Tripodi (nella foto) - di una nostra libera iniziativa solidale, finanziata tagliando i nostri emolumenti. Negli uffici del Comune non abbiamo nessun bisogno di persone maggiorenni che stanno scegliendo di continuare a vivere con persone non semplicemente indagate o sotto processo ma condannate per mafia. Credo che in questi casi bisogni avere il coraggio di fare scelte anche difficili per dimostrare di non avere nulla a che fare con quel mondo. Come sindaco - continua - io voglio anche tutelarmi da eventuali problemi che, a causa di parentele con la 'ndrangheta, possono condurre ad accesso agli atti e scioglimento dell'ente. Deve essere chiaro che noi non vogliamo nessuno che lasci anche solo il sospetto di non aver preso distanza da una famiglia criminale"

Il bando è aperto a disoccupati di età compresa tra i 18 e i 40 anni, e prevede l'assegnazione di dieci borse lavoro di 400 euro mensili per sei mesi, che si potranno pagare grazie al taglio delle indennità di funzione degli amministratori: fino al 2024 permetterà, allo scadere di ogni semestre, di finanziare a rotazione fino a 40 borse. Rispondendo a chi, nell'opposizione, aveva parlato di criteri discriminatori, conclude il sindaco polistenese (che ha replicato anche in un videomessaggio su Facebook): "Mi permetta una battuta, chi appartiene alla 'ndrangheta non parteciperebbe comunque a questo bando perchè a loro non interessano 400 euro. Trovano altri modi ed espedienti per vivere con redditi ben più alti". Anche quando, sulla carta, risultano disoccupati: proprio nella Piana si è registrato il caso di una "furbetta" del reddito di cittadinanza molto peculiare, che percepiva il beneficio per un nucleo familiare dove figurava il marito, che invece è un boss detenuto per mafia.    

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