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Mercoledì, 17 Agosto 2022
L'anniversario

Don Farias vive nella sua casa lasciata ai migranti

A vent’anni dalla morte, una semplice cerimonia ha ricordato il sacerdote cultore della mondialità

Passeggiando dal Castello aragonese per via Marvasi, risali fino al terzo incrocio, svolti a sinistra ed al numero 5D di via Palestino giungi ad una piccola casa diventata porto sicuro per giovani immigrati, che qui ritrovano serenità e determinazione per realizzare i propri sogni. Il 7 luglio è una giornata speciale a casa Farias: si ricorda chi ha voluto donare questo bene come segno perpetuo della sua attenzione e vicinanza verso le comunità straniere presenti a Reggio Calabria. Era così don Domenico Farias, sacerdote illuminato, fine studioso, amico di filosofi, intellettuali ed importanti uomini della Chiesa, docente all’Università ed al Seminario: amava profondamente la propria terra, il Meridione, ma alzava lo sguardo al mondo; spronava i giovani ad essere cristiani attraverso il volontariato, la conoscenza, il viaggio, l’incontro con altre culture e religioni.

Quando morì, il 7 luglio del 2002, lasciò in eredità all’Arcidiocesi la sua casa di famiglia per la cura pastorale dei migranti. Fino alla loro permanenza in città, ci vissero le suore scalabriniane, animatrici del Centro di ascolto nella chiesa di Sant’Agostino. Da qualche anno, Casa Farias è diventata parte integrante dei progetti di accoglienza e di sostegno dei migranti, finanziati dalla Conferenza episcopale italiana e promossi dalle cooperative Demetra e Res Omnia, con il centro diocesano Migrantes ed i padri scalabriniani della parrocchia di Sant’Agostino. In occasione del ventesimo anniversario dalla morte di don Domenico Farias, è stato il vicario generale monsignor Pasqualino Catanese a scoprire la targa dedicata al sacerdote reggino ed al vescovo Giovanni Battista Scalabrini a 25 anni dalla beatificazione, un ricordo comune per i due uomini che hanno saputo mirabilmente coniugare filantropia e cristianesimo. 

Quindi, il vicario - accompagnato da padre Gabriele Bentoglio, parroco di Sant’Agostino e direttore del Centro diocesano Migrantes - ha potuto visitare la casa, conoscere gli attuali ospiti, ascoltare le loro storie ed apprendere dagli operatori delle cooperative come viene strutturato il lavoro di presa in carico e accompagnamento dei migranti che vengono accolti per vivere nella struttura, giusto il tempo necessario per frequentare dei tirocini formativi, trovare un lavoro o rendersi pronti per vivere in maniera autonoma. Insomma, una sistemazione temporanea ma fondamentale per tanti ragazzi che sbarcano sulle nostre coste col sogno di studiare o imparare una professione. Ibrahim, al compimento del diciottesimo anno d’età, ha concluso il suo percorso di accoglienza presso la comunità per minori in cui viveva. Sarebbe rimasto solo e spaurito se non fosse stato accolto nella casa e messo nelle condizioni di imparare un lavoro e camminare con le proprie gambe. Anche Amir ha potuto completare il suo brillante apprendistato in una catena di elettrodomestici, dopo il quale è stato assunto ed è riuscito ad affittare un piccolo appartamento e adesso è un giovane uomo realizzato che aspetta un bimbo con la sua compagna reggina.


Per Dam Ndongo e Bolong Jawara, entrambi arrivati su dei barconi, le porte di casa Farias si sono aperte in questi ultimi mesi, a compimento del percorso di ascolto, valutazione e progettazione imbastito su di loro dall’equipe della Res Omnia. I ragazzi devono dimostrare volontà nel perseguire l’obiettivo individuato e sottoscrivere un patto con le cooperative. E’ importante evidenziare che durante i colloqui conoscitivi non tutti scelgono di scommettere su se stessi e, quindi, di impegnarsi a intraprendere un percorso ad autonomia crescente e, pertanto, non vengono accolti a casa Farias ma, comunque, vengono accompagnati alla soddisfazione dei loro bisogni.


Dam sogna di diventare uno stilista, evolversi nella professione di sarto che ha imparato dai genitori in Gambia. Qui ha già frequentato le scuole medie e svolto un tirocinio presso le cooperative del gruppo Goel che producono i tessuti ed i capi del marchio di moda etica Cangiari. Adesso, col progetto “Libero di essere me stesso”, ha scelto di svolgere un tirocinio formativo presso un ristorante, che ha dato disponibilità per assunzione, ma non abbandona il suo sogno di studiare Fashion design. Gli è stata messa a disposizione una macchina per cucire, che non abbandona mai, ed appena ha saputo della cerimonia che si sarebbe svolta a Casa Farias ha trovato delle stoffe ed ha cucito due tuniche da donare al vescovo ed a Padre Gabriele, così come si fa nel
suo Paese quando si accolgono persone care ed importanti. Insieme a lui si stanno cercando altre opportunità che possano avvicinarlo alla realizzazione del suo sogno. Anche Bolong arriva dal Gambia ed ha affrontato il lungo viaggio nel Mediterraneo con due sogni: fare il calciatore e diventare un ingegnere informatico.

E’ sbarcato sulla costa jonica e lì è rimastoqualche anno, si è diplomato ed ha militato in varie squadre locali passando dalla Prima Categoria, alla Promozione e all’Eccellenza. Quando è riuscito ad iscriversi in Ingegneria Informatica all’Unical sono subentrate delle difficoltà, si è dovuto fermare, ma adesso è entrato sotto l’ala protettiva del progetto della Cei e non vede l’ora di riprendere gli studi nell’Università reggina.


Non finisce di dire grazie per la serenità riconquistata, si sente sul binario giusto per realizzare le proprie aspirazioni. In riva allo Stretto, ha trovato un gruppo d’intervento forte ed ormai rodato che rappresenta il volto moderno ed efficiente della chiesa, in grado di andare oltre la semplice accoglienza ed il soddisfacimento dei bisogni materiali di chi arriva da lontano (peraltro brillantemente attuati, negli anni passati, con il Coordinamento ecclesiale emergenza sbarchi).

In piena sintonia con i padri scalabriniani, operano i giovani professionisti delle cooperative Demetra e Res Omnia: educatori, psicologi, mediatori culturali, progettisti e formatori. Sono soprattutto donne e le loro carte vincenti sono competenza, professionalità ed attitudine a lavorare in rete con altre cooperative ed associazioni col fine di costruire un percorso formativo per chi chiede aiuto al Centro d’ascolto Scalabrini di Sant’Agostino o allo sportello orientamento presso il centro comunitario Agape. L’approccio è strutturato e professionale, ma ai migranti basta guardare negli occhi lo psicologo, l’educatore o il formatore per leggere l’umanità e l’empatia di chi non è lì solo per lavoro, ma per un’attenzione sentita e reale verso l’altro. La ristorazione, l’agricoltura sociale, l’apicoltura, la zootecnia e l’artigianato sono spesso lo sbocco lavorativo di tanti giovani stranieri, che diventano così una preziosa risorsa per la nostra terra.

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