Scarcerazione Tassone ecco le motivazioni della Cassazione sul ricorso del Pm

Per i giudici della Suprema corte: "Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza del motivo", la giovane legale finita nelle carte dell'inchiesta "Genesi" era difesa dagli avvocati Valerio Murgoni e Tonino Curatola

Il tribunale di Catanzaro

curatola avvocato-2“Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza del motivo”. Con questa motivazione la Suprema corte ha rigettato il ricorso presentato dal pubblico ministero di Salerno contro la scarcerazione di Maria Tassone: l’avvocato catanzarese finita in manette nell’inchiesta “Genesi” che è stata difesa dagli avvocati Valerio Murgoni e Tonino Curatola (nella foto).

“Con motivazione immune da vizi logici - si legge - il Collegio della cautela ha evidenziato come dalle intercettazioni in atti emergeva pacificamente che l'indagata e Petrini avevano una relazione stabile, confermata da entrambi, e che si preoccupavano di nasconderla perché Petrini era sposato (vedi intercettazione nel corso della quale Petrini dice alla Tassone che nel caso, nel corso delle indagini, fosse stata scoperta la loro relazione, lei avrebbe dovuto dire che era in contatto con lui in quanto suo difensore di fiducia). Tale circostanza è stata correttamente ritenuta dirimente, essendo difficoltoso porre in sinallagnna i rapporti sessuali esistenti fra i due con le richieste di intervento della Tassone, anche in considerazione del fatto che nei loro colloqui non vi è mai una istanza dell'indagata in tal senso”.

Per i giudici, quindi, “La stabilità del rapporto è stata correttamente ritenuta, invece, in evidente contrasto con detta ipotesi di mercimonio sessuale, specie laddove in alcuni colloqui la ricorrente afferma espressamente di essere particolarmente coinvolta nel rapporto con Petrini”.

“Ad abundantiam - si legge ancora - va evidenziato che, se è vero che questa Corte ha disancorato — quanto al reato di corruzione per l'esercizio della funzione, lo stabile asservimento delle funzioni pubbliche dalla necessità di individuare una diretta relazione fra l'atto del pubblico ufficiale e l'utilità da questa ricevuta, nell'ipotesi di corruzione in atti giudiziari è necessario siano stati posti in essere dal soggetto corrotto comportamenti rientranti nell'alveo di atti giudiziari, cioè di atti funzionali ad un procedimento giudiziario, in quanto espressivi di un potere idoneo ad incidere sul funzionamento dell'ufficio giudiziario e sull'esito del procedimento”.

Per la Cassazione, quindi, “il Tribunale del riesame ha correttamente sottolineato che le condotte rilevanti evidenziate nel capo di imputazione erano solo due e cioè il rigetto da parte di Petrini dell'istanza di acquisizione dei verbali di interrogatorio di Mancuso e la "promessa di aiuto" da parte di Petrini alla ricorrente nel procedimento a carico di Gualtieri. Per il resto si contestavano pareri e consigli forniti alla Tassone in relazione a procedimenti che pacificamente non dovevano svolgersi davanti a Petrini”.

Nelle carte delle motivazioni, ancora, si legge: “Il Collegio della cautela si è soffermato puntualmente sul fatto che, nel primo caso, la Tassone, pur facendo parte del collegio difensivo non si era opposta all'acquisizione dei verbali e, comunque, erano stati acquisiti verbali di interrogatorio di altri pentiti e, in ogni caso, trattandosi di ordinanza istruttoria, appariva difficile ipotizzare per la stessa una specifica rilevanza”.

Quanto alla promessa di aiuto nel procedimento a carico di Gualtieri, scrivono infine i magistrati della Suprema corte, “con motivazione ineccepibile, si è sottolineato che non appariva chiaro quale genere di aiuto Petrini intendesse offrire alla Tassone, aiuto, peraltro, non richiesto. Correttamente, quindi, il Collegio della cautela ha ritenuto che in nessuno di tali casi potesse sostenersi che, al di là del loro eventuale rilievo sul piano deontologico, fossero stati posti in essere comportamenti rientranti nell'alveo di atti giudiziari”.

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