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L'approfondimento / Rosarno

Le strategie dei Bellocco per "governare" i boschi ed i matrimoni per aumentare il rango mafioso

Dalle carte dell'inchiesta "Blu notte" emergono gli appetiti sulla spartizione dei proventi relativi allo sfruttamento delle risorse boschive e gli "interventi risoluti" di Umberto Bellocco per frenare gli "scissionisti"

Il controllo del territorio e lo sfruttamento delle risorse boschive, erano questi insieme al business consolidato del traffico di droga, gli asset economico criminali della cosca Bellocco emersi durante l’indagine “Blu notte” che, con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, ha portato i carabinieri del gruppo di Gioia Tauro ad assestare un duro colpo alla potente famiglia di ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro.

Una cosca ben organizzata, capace di mettere in condizione le “nuove leve” di gestire i traffici criminali anche dal carcere, di aumentare il proprio prestigio mafioso grazie a matrimoni con soggetti riconducibili alla cosca Pesce, la cui “cassa comune” era gestita da una donna e  che, grazie agli “interventi risoluti” di Umberto Bellocco riusciva a tenere a bada gli “scissionisti"

Le mani sui boschi della piana

Altro settore di importanza strategica, come spiegano gli investigatori, è risultato essere quello della spartizione dei proventi relativi allo sfruttamento delle risorse boschive. Si riporta a tal proposito, una citazione emersa dall’attività d’indagine, che dimostra come i contratti per lo sfruttamento delle risorse montane venissero stabiliti nella sede operativa dei Bellocco: “I contratti delle montagne o si fanno in questa casa o se li fanno a Laureana, siccome io sono delegato pure da quell'altri si fanno in questa casa”.

In tale ambito è stato possibile attribuire la “competenza mafiosa” sulle aree montane ricomprese tra il comune di Laureana di Borrello e quello di Giffone, nonché le relative prerogative di esclusivo appannaggio dei sodalizi Bellocco e Lamari, attuate in forza degli accordi stabiliti circa venti anni prima dagli storici esponenti Giuseppe Bellocco classe ‘48 e Carmelo Lamari. Delle imposizioni criminali durate anni ma che via via sono diventate sempre meno tollerate degli esponenti della locale di Giffone. Le rivendicazioni di questi sono iniziate nel periodo in cui erano stati contemporaneamente latitanti i due boss e la questione mafiosa afferente alla gestione delle montagne era stata demandata, in funzione supplente, ad esponente di spicco della mafia (odierno destinatario della misura cautelare).

Gli strascichi della controversia sulla spartizione, secondo quanto ricostruito dai pm della Direzione distrettuale antimafia reggina, hanno comportato dei fortissimi momenti di tensione, tanto che durante un summit svoltosi all’interno di un’azienda agricola di Rosarno, la situazione sembrava destinata a degenerare nello scontro armato. Un potenziale eccidio scongiurato dall’intervento effettuato, in diretta dal carcere, dal giovane Umberto Bellocco, che era solito predicare l’unità tra le diverse anime della ‘ndrangheta e la pace per tutti i consociati, che era aduso definire “cristiani”.

La strategia mafiosa ed i matrimoni

La strategia dei Bellocco rispetto alle altre consorterie restituisce un quadro di sostanziale cooperazione criminale, in un regime di reciproci vantaggi. Infatti con l’incremento esponenziale dei traffici degli stupefacenti le articolazioni localmente attive della ‘ndrangheta non hanno avuto più l’esigenza di contendersi la spartizione del territorio ma, anzi, hanno sfruttato la federazione con le altre associazioni per dividere i rischi d’impresa e ridurre gli sforzi economici per l’attuazione delle iniziative criminali.

I Bellocco, come viene evidenziato dagli inquirenti, oltre a condurre una politica criminale attenta, specie nei confronti delle altre consorterie a loro storicamente alleate, hanno creato le condizioni per realizzare una serie di matrimoni tra i propri esponenti e quelli della cosca Pesce, in modo da rafforzare i rapporti relazionali tra le due espressioni di criminalità organizzata ritenute tra le più influenti del mandamento tirrenico della provincia di Reggio Calabria. Ragione per la quale, in alcune fasi dell’indagine, gli esponenti dei Bellocco hanno apertamente manifestato la concreta possibilità di ottenere il sostegno anche dei vertici della cosca Pesce, dando prova di essere supportati, oltre che da questi ultimi, anche da altre realtà di pari livello criminale della Piana di Gioia Tauro.

Moltissimi sono i summit di mafia censiti, alcuni necessari all’attuazione del programma criminale della cosca, che generalmente avvenivano all’interno dell’abitazione della sorella di Bellocco Umberto e quelli, ben più complessi, organizzati nelle aziende agrumicole di Rosarno, dove venivano regolate le controversie con gli altri esponenti della ‘ndrangheta e dove gli incontri venivano pianificati nel dettaglio, tanto che ad alcuni soggetti armati della cosca veniva dato il compito di appostarsi e occuparsi di determinati settori di tiro, con l’intento di prevenire e reprimere, ogni sorta di pericolo che potesse promanare dalla controparte. Ai summit era solito prendere parte, in diretta, anche il boss detenuto dal carcere, che con la propria presenza, “partecipata” a distanza, era naturalmente portato ad irretire le iniziative dei convenuti.     

L’opprimente pressione estorsiva

Il ricorso all’intimidazione ed alla sopraffazione, con l’invasione pervasiva delle attività economiche e produttive, come spiegano i carabinieri, è stato rilevato in maniera costante nelle diverse fasi dell’indagine, permettendo di apprezzare come questo aspetto continui ad incidere sulle potenzialità di sviluppo del territorio.

Gli esponenti della consorteria hanno attuato un’opprimente pressione sulle attività economiche della zona, con richieste estorsive verso i titolari di molte attività economiche. Imposizioni che perduravano da anni e che erano solite aumentate in corrispondenza delle trasferte per i colloqui con i detenuti, dando di nuovo corso alla più ampia gestione della dinamica mafiosa della “guardiania”, esclusivamente nell’intento di far sentire la presenza degli esponenti mafiosi nella zona.

Un controllo diffuso delle campagne, attuato attraverso persone incaricate di “farsi vedere”, esigendo pagamenti che variavano in base all’estensione del fondo posseduto e ai quali dovevano sottostare tutti, anche se formalmente affiliati alla ‘ndrangheta. In caso di furti e danneggiamenti attuati nei confronti di soggetti più riluttanti ad assecondare tali pretese, ai proprietari dei fondi era imposto di rivolgersi ai rappresentanti della cosca: in sintesi, un tentativo di agire in surroga agli organi dello Stato.

Inoltre, i vertici della famiglia mafiosa erano riusciti a stabilire dei rapporti con alcuni imprenditori che ricercavano la loro copertura, stabilendo un regime falsato dove, alle corresponsioni economiche, conseguiva la possibilità di operare in ambiti di concorrenza alterata.   

Le investigazioni, hanno permesso oltre tutto di riscontrare anche forti pressioni poste a un medico da parte di un esponente della consorteria, al fine di ottenere certificazioni che attestavano false patologie, utilizzate per ottenere permessi medici rispetto alla sottoposizione agli arresti domiciliari, ed effettuare, grazie all’ottenimento del beneficio, incontri con altri esponenti mafiosi o attuare azioni delittuose, oltre che per costituire degli alibi spendibili all’occorrenza.    

Gli “scissionisti” tenuti a bada

Durante le indagini, poi, sarebbe stata per di più evidenziata, la persistenza di una corrente interna alla “cosca Bellocco”, in contrasto con i vertici, solitamente indicata con il termine denigratorio degli “scissionisti”.

Le intemperanze di questa fazione sono state represse dagli interventi risoluti di Umberto Bellocco, “nell’ambito di quelle che potremmo definire le regole organizzative e precettive in cui si sostanziava l’affectio societatis”. Inoltre, per come accertato, i proventi dei delitti finivano nella “cassa comune” della cosca, custodita da una donna appartenente al sodalizio, la cui gestione è stata organizzata in maniera oculata, sia per il sostentamento dei consociati reclusi che per l’attuazione del programma criminale.    

Consistente e diversificata, spiegano gli investigatori dei carabinieri, è risultata anche la disponibilità di armi in capo all’aggregato di criminalità organizzata in questione, che venivano solitamente distribuite ai consociati in base alle contingenze. In diverse circostanze gli appartenenti alla cosca, hanno sottolineato che, in caso di necessità, non avrebbero esitato ad utilizzare le armi per uccidere.

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