"Pietro viene e ti prende l'ufficio a martellate": i Labate, la violenza e le estorsioni

Dalle carte dell'inchiesta "Cassa continua" ermergono i particolari sulle attività criminali portate a compimento dalla potente cosca dominante sulla zona sud di Reggio Calabria

Una pattuglia di Carabinieri

“Vedi che ha detto Pietro che, se non vai e gli porti i soldi, viene e ti prende l'ufficio a martellate!”. Intimidire, tenere il territorio sotto controllo, spillare soldi agli imprenditori che sceglievano la zona sud di Reggio Calabria per impiantare le proprie attività. Le estorsioni erano il pane quotidiano per le sei persone finite in manette, all’alba di oggi, nell’ambito dell’operazione “Cassa continua”.

A Pietro Toscano viene contestato il reato di estorsione aggravata perché, sottintendendo e prospettando azioni ritorsive in caso di mancato accoglimento della richiesta, costringeva un imprenditore (un familiare di Anita Repaci, compagna di Filippo Chirico, reggente della cosca Libri, entrambi già condannati rispettivamente ad anni 13 e mesi 4 e 20 anni di reclusione dal Gup di Reggio Calabria nel 2019 per operazione Theorema-Roccaforte) ad assumere e retribuire una donna non meglio identificata, tale estorsione cristallizza con evidenza il ruolo di primo piano che Pietro Toscano, già nell'anno 2014, rivestiva all'interno della "cosca Labate", al punto da potere sottoporre ad estorsione - in nome della stessa congrega - un esercizio commerciale riconducile a Filippo Chirico, reggente della predetta "cosca Libri", ed essere da questi riconosciuto quale referente della organizzazione criminale operante a Gebbione.

Ma non solo, insieme alla detenzione illegali di armi, a Pietro Toscano viene contestata una tentata estorsione aggravata, in concorso con Paolo Falco, poiché compivano atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere un imprenditore operante nel settore delle onoranze funebri, a corrispondere a Pietro Toscano una rata mensile per estinguere un debito di 20.000,00 euro contratto con un fornitore comune di casse funebri; evento che non si verificava per il rifiuto della persona offesa che denunciava l’accaduto.

In particolare: Paolo Falco si recava presso l'agenzia di onoranze funebri gestita dal predetto imprenditore, intimandogli di recarsi presso l'agenzia di onoranze funebri di Pietro Toscano in quanto questi voleva parlargli; alla presenza del fornitore comune, Pietro Toscano chiedeva all’imprenditore di versare una rata mensile di 500 euro fino all'estinzione del suddetto debito di 20.000 euro; alla scadenza del termine per il pagamento della prima rata, Paolo Falco di recava nuovamente presso l'agenzia di onoranze funebri concorrente minacciando gravi ritorsioni per la sua attività commerciale laddove non avesse pagato al Toscano la somma richiesta, proferendo l'espressione "vedi che ha detto Pietro che, se non vai e gli porti i soldi, viene e ti prende l'ufficio a martellate!"; fatti a cui seguiva - a distanza di circa 20 giorni - l'incendio dell'agenzia di onoranze funebri concorrente, ad opera di ignoti che facevano esplodere un bidone colmo di liquido infiammabile.

Il settore commerciale delle onoranze funebri era quello di riferimento di alcune delle persone finite in manette questa mattina. Per non rischiare di mettere in crisi le proprie aziende, per gli inquirenti della Dda di Reggio Calabria, i soggetti arrestati non avevano disdegnato di mettere in opera una illecita concorrenza aggravata perché, in concorso con Paolo Falco, Pietro Toscano quale titolare di fatto della ditta di onoranze funebri avente denominazione "Croce Granata", Paolo Falco quale persona di fiducia alle dipendenze del Toscano, compivano atti di concorrenza con minaccia ai danni di altro imprenditore concorrente.

Minacce avvalorate dal peso criminale dei soggetti arrestati e dalla disponibilità che gli stessi avevano di armi, fra le quali anche una pistola mitragliatrice a funzionamento automatico, con due caricatori; proiettili calibro 9 x 21 e proiettili calibro 7.62 Nato.

Di particolare interesse sono le risultanze emerse su Pietro Toscano e la descrizione della pericolosità dello stesso che discende anche dai contatti privilegiati che lo stesso ha vantato di possedere, nel momento in cui ha dichiarato che tale "Nino" aveva proposto al predetto Pietro la somma di 500 milioni di lire per corrompere un giudice in servizio all'epoca presso il Distretto giudiziario di Reggio Calabria.

Nell’ambito dell’operazione “Cassa continua”, poi, gli investigatori dell’Arma sono riusciti a ricostruire un’attività di trasferimento fraudolento di valori, aggravato da modalità mafiose perché, in concorso con Paolo Falco, Antonio Laurendi, Francesco Toscano e Vincenzo Laurendi, attribuivano fittiziamente dapprima a Francesco Toscano e dopo a Vincenzo Laure di la titolarità della impresa di onoranze funebre di seguito indicata, occultando l'effettiva titolarità in capo a Pietro Toscano e Antonio Laurendi, soci di fatto e finanziatori dell'iniziativa imprenditoriale, nonché dissimulando la percezione da parte degli stessi degli utili provenienti dalla conseguente attività economiche e dall'incremento di valore dell'azienda; in particolare: attribuivano fittiziamente a Francesco Toscano la titolarità della ditta di onoranze funebri avente denominazione "Croce Granata" (attiva dal 22 gennaio 2004 al 26 ottobre 2017), destinataria di informativa interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Reggio Calabria in data 13 ottobre 2017.

Nel 2017, poi, attribuivano fittiziamente a Vincenzo Laurendi la titolarità della predetta ditta di onoranze funebri, mutata in "Croce Amaranto", trasferendo alla stessa il complessivo patrimonio aziendale della precedente ditta "Croce Granata" di Francesco Toscano. Con la partecipazione di Paolo Falco, il quale si occupava del disbrigo di tutte le pratiche amministrative per l'apertura della ditta "croce Amaranto" di Vincenzo Laurendi così da non esporre i reali titolari, manteneva i rapporti con i dipendenti del Comune di Reggio Calabria per ottenere informazioni riservate in ordine al buon esito della procedura, pianificava con Pietro Toscano e Antonio Laurendi quali accortezze adottare per sviare le indagini ed eludere i controlli di Polizia giudiziaria, nonché provvedeva a tutte le incombenze necessarie per occultare la reale titolarità.

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Lo stesso stratagemma, infine, sarebbe stato utilizzato per la titolarità della ditta individuale attiva come "bar e sala giochi" (ove aveva sede il circolo ricreativo denominato "Reggina di Cuori", di cui Pietro Toscano era socio fondatore), occultando l'effettiva proprietà di Pietro Toscano, titolare effettivo e finanziatore dell'iniziativa imprenditoriale, nonché dissimulando la percezione da parte dello stesso degli utili provenienti dalla conseguente attività economica e dall'incremento di valore dell'azienda.

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