"A Gioia Tauro pagano tutti un'offerta al santo", i particolari dell'inchiesta "Geolja" |VIDEO

L'indagine dei carabinieri è partita dall'incendio di un panificio, sul territorio le estorsioni per la "messa a posto" venivano pagate anche con soldi in contanti nascosti dentro un panino

“A Gioia Tauro pagano tutti un offerta al santo”. Così gli imprenditori taglieggiati dai boss gioiesi commentavano l’incendio della propria attività commerciale dal quale ha preso le mosse l’inchiesta “Geolja”. Due anni di indagini, dal 2018 al 2020, che questa mattina ha portato alla notifica di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di dodici persone - dieci in carcere e due ai domiciliari - da parte dei carabinieri del comando provinciale, guidati dal colonnello Marco Guerrini, ed al sequestro preventivo di alcune attività commerciali.

Alle indagini - come specificato dal procuratore Giovanni Bombardieri - hanno offerto un contributo determinante anche le dichiarazioni di sei collaboratori di giustizia che, oltre alle estorsioni sul territorio di Gioia Tauro, hanno messo in evidenza il fatto che l’area gioiese stia vivendo un momento di particolare dinamismo, con la cosca egemone dei Piromalli che secondo gli investigatori sarebbe costretta a gestire le "incomprensioni" fra il gruppo che ruota attorno alla figura di Turi Copelli e quello che, invece, si muove seguendo le istruzioni di Mommino Piromalli.

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A Gioia Tauro, comunque, gli imprenditori sono chiamati alla “messa a posto” con la cosca dominante. La genesi dell’inchiesta, come si diceva, è legata ad un danneggiamento seguito da incendio di un panificio nel comune di Gioia Tauro, avvenuto nel mese di agosto 2018, quando alcuni soggetti rimasti ignoti, dopo aver manomesso l’impianto di videosorveglianza di un bar limitrofo, si sono introdotti nella parte retrostante del panificio appiccando le fiamme a diverse aree dell’esercizio commerciale, inclusi il punto vendita e i laboratori, nonché parte del deposito attiguo al punto vendita stesso. Solo l’intervento dei vigili del fuoco di Palmi e del personale della compagnia carabinieri di Gioia Tauro ha permesso di evitare ulteriori conseguenze.

A seguito del grave atto incendiario, gli inquirenti hanno scoperto un complesso contesto delinquenziale nel quale i vari esercizi commerciali venivano ciclicamente taglieggiati e controllati, dalle consorterie mafiose locali, nelle loro scelte di dettaglio e nelle strategie imprenditoriali.

Le cosche di ‘ndrangheta infatti, in virtù della forza intimidatrice derivante dalla loro appartenenza al vincolo associativo, mettevano in atto un vero e proprio controllo del territorio e delle attività commerciali locali, mediante riscossione di somme di denaro, beni e altri prodotti a titolo estorsivo. Pertanto, i commercianti dovevano sottostare alle loro regole ed adeguarsi ai prezzi imposti, ai periodi ed alla lunghezza delle ferie, che dovevano essere concordate con le attività commerciali limitrofe. Una vera e propria morsa che attanagliava i vari esercizi commerciali, al punto da costringere i piccoli imprenditori a voler fuggire dalla realtà locale per cercare fortuna altrove, specialmente verso il Nord Italia.

A Gioia Tauro i Piromalli decidevano anche il costo della singola rosetta, che non doveva superare i 35 centesimi, i turni di riposo o le ferie degli esercizi commerciali che erano finiti nella morsa estorsiva della 'ndrangheta. 

In merito risulta essere emblematico il commento esternato da alcuni commercianti di Gioia Tauro, i quali definivano il controllo posto in essere da uno dei membri della consorteria mafiosa dei “Piromalli” nei confronti della loro attività commerciale, come “l’occhio bionico”, a significare che gli stessi si sentivano monitorati, o meglio, spiati dalla criminalità organizzata.

Il pagamento dei proventi delle estorsioni garantiva la copertura idonea alle aziende: una sorta di protezione mafiosa per cui le imprese venivano in un certo senso “regolarizzate” ed autorizzate ad esercitare l’attività commerciale.

Alcuni episodi di taglieggiamento sono apparsi singolari nella loro attuazione pratica, come ad esempio l’estorsione posta in essere sotto forma di vendita di blocchetti di biglietti per una presunta lotteria per le festività pasquali, dal cui acquisto i commercianti non si potevano esimere per timore di eventuali ritorsioni mafiose.

Altrettanto atipica è risulta essere la modalità di pagamento di una trance estorsiva, effettuata con la consegna ad uno degli esponenti della cosca “Piromalli” di 500 euro nascosti all’interno di un panino.

Un contesto, quello della Piana di Gioia Tauro, ove la criminalità organizzata la faceva da padrona, imponendo una concorrenza illecita mediante violenza e minaccia e  dove le vittime erano costrette ad allinearsi sui prezzi delle singole merci, sugli orari di apertura, sui periodi di chiusura e persino sui periodi di chiusura. Di fatto un ambito dove era praticamente azzerata la libera concorrenza ed il territorio risultava essere suddiviso tra le singole famiglie della ‘ndrangheta, come confermato anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

Inoltre, gli inquirenti hanno potuto dimostrare, nel corso delle investigazioni, anche l’intestazione fittizia di alcune attività commerciali, le quali erano effettivamente gestite da rappresentanti delle cosche locali che preferivano però non figurare in qualità di intestatari, allo scopo di eludere i controlli delle Forze di Polizia o aggirare eventuali difficoltà per l’ottenimento di autorizzazioni varie ai fini burocratici.

L’operazione colpisce alcuni dei soggetti vicini alle più potenti cosche di ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, proprio nelle attività illecite essenziali alla conservazione e mantenimento del potere mafioso. La volontà di controllare gli esercizi commerciali della zona e di riscuotere il “pizzo”, mediante metodologie che si discostano da quelle classiche, è finalizzata non solo all’arricchimento economico dei membri delle consorterie mafiose, ma soprattutto ad imporre il proprio carisma criminale e non mettere in discussione la forza intimidatrice delle cosche nel mantenimento della pax mafiosa.

Il capillare controllo del territorio, le capacità informative e gli efficienti approfondimenti investigativi dei Carabinieri sotto il coordinamento e indirizzo dell’Autorità Giudiziaria, attraverso una strategia investigativa oculata, hanno consentito di individuare quelle attività delittuose tipiche della ‘ndrangheta, attraverso le quali le consorterie influenzano le dinamiche economiche dei territori.

Nell’ambito dell’attività d’indagine, infine, è stato anche emanato un decreto di sequestro preventivo del capitale sociale e del patrimonio aziendale, nei confronti di 6 aziende di Gioia Tauro, in particolare un panificio, un lido, una concessionaria, un distributore di benzina, un autolavaggio ed un’impresa di rivendita di pietre da costruzione, i quali erano fittiziamente intestati a soggetti di Gioia Tauro, mentre in realtà erano gestiti da membri delle consorterie mafiose, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniale e di agevolare la commissione di reati di riciclaggio.

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