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Domenica, 14 Aprile 2024
L'ordinanza del gip

Operazione "Gallicò", il controllo delle 'ndrine sul territorio: la bomba al centro scommesse

Dalle carte dell'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia che ha fatto luce sull'attività delle cosche

La 'ndrangheta a Gallico, quartiere a nord di Reggio Calabria, gestiva e controllava tutto: l'operazione "Gallicò" dei carabinieri e della polizia, sotto la guida della Direzione distrettuale antimafia, con a capo il procuratore Giovanni Bombardieri, ha fatto luce e ha ricostruito anche le forti pressioni esercitate sugli imprenditori costretti a pagare il "pizzo" o assumere familiari dei fedelissimi del clan. 

Fame di potere e conquista del territorio, una guerra per impadronirsi del quartiere. Anni di sangue e terrore che sono finiti nell'ordinanza "Gallicò" che ha colpito 18 persone, 16 in carcere, una agli arresti domiciliari e una con l'obbligo di presentazione in caserma. 

Un'indagine che si avvalsa anche delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, Mario Chindemi, Maurizio De Carlo e Giuseppe Tito Liuzzo, ma che si è sviluppata grazie a una complessa attività di indagine fatta anche di intercettazioni. 

Prestiti a strozzo durante la pandemia

Usura, prestiti a strozzo durante il periodo della pandemia da Covid, armi, droga e anche i sostentamento alle famiglie dei detenuti. C'è uno spaccato del potere delle 'ndrine di Gallico che in questi anni si sono contrapposte per prendere il comando ma c'è un territorio, fragile, soffocato dal malaffare e dalla violenza. Intimidazioni, attentati, non solo per chiedere il pizzo ma anche per "inviare segnali al gruppo rivale". 

L'attentato ritorsivo

Così dalle carte dell'indagine emerge un episodio. C'è un imprenditore non identificato, il quale stava eseguendo dei lavori in Gallico Marina, si era rivolto a Francesco Catalano per ottenere la relativa "autorizzazione".

"Un giorno, mi chiama Cucio... che cazzo è successo? (...) ...gli hanno fatto lo sfregio a quello là sotto, mi ha detto. Gli ho detto io, come lo sfregio. Mi ha detto...si ab..mi ha detto si sono venuti, hanno parlato con me prima, gli ho detto io tutto apposto... si deve vedere chi è andato... gli ho detto Ciccio, lo dico a te. Vedi che sono andato io. Ha detto Mario che ha parlato con te. Non ha parlato con nessuno ha detto. Ha detto "mala veduta". 

Il rilascio di tale "permesso" - ricostruiscono i magistrati - non era però noto a Mario Corso, li quale, evidentemente ignaro della "mesa a posto" dell'imprenditore, aveva incaricato Laruffa di eseguire un danneggiamento, dicendogli, falsamente, di essersi sentito con Catalano al riguardo gli oh detto si... allora...io posso pure andare ma avete parlato con Ciucio, per sapere". 

Pertanto, Laruffa - si legge nell'ordinanza -  aveva eseguito li danneggiamento seguito da incendio (mi alzo alle quattro...alle quattro della mattina, stacco la targa dal motorino (...) parto con cinque litri di benzina e gli ho arrostito tute cose. (...) Tavoli... tutte cose. (...) sono andato là... inc... mi sono bruciato tutti i peli e me ne sono andato).

Al di là del mancato accertamento di una richiesta estorsiva diretta all'imprenditore (il quale, peraltro, si era già "messo a posto" con li deceduto Catalano), la vicenda è altamente significativa del controllo mafioso sule attività del territorio esercitato dalla cosca, - scrivono i magistrati - atteso che tutti i lavori da eseguirsi nella frazione presupponevano una previa autorizzazione da parte della stessa (addirittura in difetto di una previa richiesta da parte dei sodali, atteso che l'omessa spontanea attivazione dell'imprenditore in tal senso era, di per sé, condotta da punire mediante un attentato ritorsivo), in particolare, essendo detenuto Crupi, nelle persone dei sodali Corso e Catalano mentre Laruffa era stato incaricato del danneggiamento su disposizione del primo".

La bomba al centro scommesse

Nel mirino dei clan finiscono pure i centri scommesse. "All'interno dello stato di fibrillazione descritto - evidenzia il gip Claudio Treglia -  si inseriva anche l'atto intimidatorio posto in essere nel maggio 2015 ai danni del centro scommesse "Betuniq" (riconducibile a Mario Gennaro, vicino alla cosca Condello ed attivo nel settore delle scommesse, poi divenuto collaboratore di giustizia), realizzato, su mandato del capo cosca Sebastiano Callea, da parte di Antonino Crupi, Mariano Corso e Antonino Laruffa".
 

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