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Giovedì, 25 Aprile 2024
L'operazione / Gioia Tauro

La Guardia di finanza taglia le "Radici" della 'ndrangheta sulla riviera romagnola

L'operazione, scattata all'alba di oggi, che ha interessato le cosche Piromalli e Mancuso è partita dal monitoraggio di cospicui investimenti immobiliari e societari in particolare nei settori dell’edilizia, della ristorazione e dell’industria dolciaria

La guardia di finanza di Bologna ha tagliato le “Radici” della 'Ndrangheta esportata sulla riviera romagnola con la casa madre calabrese. E’ questo lo sviluppo immediato dell’operazione, scattata all’alba di oggi, che ha visto impegnati un centinaio di militari del comando provinciale della guardia di finanza di Bologna, in collaborazione con il Servizio centrale investigazione criminalità organizzata delle fiamme gialle con l’ausilio di personale dei Comandi provinciali di Milano, Forlì-Cesena, Reggio Calabria, Vibo Valentia e Chieti.

I militari della guardia di finanza, nello specifico, hanno eseguito misure cautelari personali a carico di 23 persone,  affiliate alle ‘ndrine dei “Piromalli” di Gioia Tauro e dei “Mancuso” di Limbadi, e sequestrato conti correnti, beni immobili e quote societarie per 30 milioni di euro circa tra le province di Roma, Milano, Brescia, Bologna, Monza, Modena, Piacenza, Forlì-Cesena, Reggio Emilia, Vibo Valentia e Reggio Calabria. I provvedimenti sono stati emessi dal gip presso il tribunale di Bologna Domenico Truppa su richiesta del sostituto procuratore Marco Forte della locale Direzione distrettuale antimafia.

Le indagini, eseguite dagli specialisti del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Bologna, con il supporto dello Scico e la direzione della rrocura della Repubblica alla sede, rientrano nell’operazione convenzionalmente denominata “Radici”, che ha preso le mosse dal monitoraggio di cospicui investimenti immobiliari e societari riconducibili a soggetti di origine calabrese. È stata così fatta luce su infiltrazioni nel tessuto socio-economico dell’Emilia Romagna di organizzazioni criminali di stampo mafioso radicate in Calabria (da qui il nome dell’operazione).

Gli investimenti illeciti, molti dei quali avvenuti in piena emergenza epidemiologica da Covid-19, hanno riguardato, nel tempo, esercizi commerciali ubicati principalmente lungo il litorale romagnolo e operanti in variegati settori economici, tra cui l’edilizia, la ristorazione e l’industria dolciaria.

Dopo mesi di complesse investigazioni è emersa la presenza nel territorio regionale di piccoli gruppi di matrice ‘ndranghetista, ognuno dei quali guidato da personalità di spicco, con propri interessi economici e, soprattutto, provvisto di legami con diverse famiglie e mandamenti della “casa madre” in Calabria, spesso menzionati nelle varie conversazioni captate.

Grazie al ricorso a indagini tecniche, telefoniche e ambientali, oltreché all’esame di oltre un centinaio di rapporti bancari, è stato documentato un vorticoso giro di aperture e chiusure di società che, formalmente intestate a soggetti prestanome, venivano utilizzate come “mezzo” per riciclare denaro ovvero per consentire l’arricchimento dei reali dominus, il tutto mediante sistematiche evasioni fiscali perpetrate per lo più attraverso l’emissione e l’utilizzo di fatture false, sovente preordinate al trasferimento di ingenti somme di denaro e al compimento di vere e proprie distrazioni patrimoniali, con palese noncuranza delle possibili conseguenze in termini di procedure fallimentari.

Tali illeciti si sono consumati in un contesto criminale connotato da ripetuti episodi di intimidazione e minacce, oltreché, in alcuni casi, di vere e proprie violenze ai danni degli imprenditori che si sono rifiutati (o hanno tentato di farlo) di aderire alle richieste dei sodali.

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