Sabato, 19 Giugno 2021

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Operazione "Spes contra spem", ecco i particolari: i nomi degli arrestati

I Carabinieri del comando provinciale hanno interrotto il tentativo di Pasquale Zagari di riprendere l'egemonia su Taurianova all'atto del suo ritorno in libertà dopo trenta anni di carcere

Al centro dell’operazione “Spes contra spem” si staglia la figura di Pasquale Zagari. Il boss, tornato in libertà dopo trenta anni di reclusione, secondo le indagini condotte dai Carabinieri del comando provinciale nel giorno del loro 207° compleanno, guidati dal colonnello Marco Guerrini, appena rimesso piede a Taurianova avrebbe tentato di riprende il controllo egemonico del territorio.

I territori interessati

E’ questo uno dei motivi che hanno portato all’alba di oggi, nella Provincia di Reggio Calabria, Brescia e Monza-Brianza, i carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, con il supporto di militari dei Comandi provinciali competenti per territorio, dello squadrone carabinieri eliportato “Cacciatori“ e dell’8° Nucleo elicotteri di Vibo Valentia, sotto lo stretto coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, diretta dal procuratore Giovanni Bombardieri, ha dare esecuzione all’Ordinanza di applicazione di misure cautelari emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria Tommasina Cotroneo, su richiesta del procuratore aggiunto Calogero Gaetano Paci e del sostituto procuratore Giulia Pantano, nei confronti di 11 persone (di cui 10 sottoposti alla custodia cautelare in carcere e 1 agli arresti domiciliari), ritenute responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione di tipo mafioso, estorsione, detenzione illegale di armi anche da guerra, esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sostituzione di persona, truffa anche aggravati dal metodo e le finalità mafiose, avendo preso parte o comunque favorito la ‘ndrangheta nelle sue articolazioni territoriali operanti in Taurianova, denominate cosca Zagari-Fazzalari-Viola-Sposato-Tallarida e della cosca Agignone, nelle loro attività di condizionamento e assoggettamento del territorio, delle persone e della locale vita imprenditoriale ed economica.

I soggetti destinatari della misura cautelare, tutti originari di Taurianova, sono:

  1. Antonino Alessi, 32 anni;
  2. Francesco Avati, 39 anni;
  3. Domenico Avignone, 46 anni;
  4. Giuseppe detto Enzo Cannizzaro, 51 nni;
  5. Annalisa Caridi, 51 anni;
  6. Giuseppe De Raco, 57 anni, sottoposto agli arresti domiciliari;
  7. Claudio Laface, 57 anni
  8. Giuseppe Laface, 35 anni;
  9. Rocco Leva, 46 anni;
  10. Marzio Pezzano, 51 anni;
  11. Pasquale Zagari, 57 anni.

Sono inoltre indagati in stato di libertà:

  1. R.A., 55 anni;
  2. R.A.,50 anni.
  3. C.M., 48 anni;
  4. R.G., 41 anni.

La complessa e articolata attività investigativa, convenzionalmente denominata “Spes contra Spem”, è stata avviata dalla compagnia Carabinieri di Taurianova nel giugno 2020, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Reggio Calabria – Dda, in particolare del pm Giulia Pantano, e supportata da attività tradizionali e specialistiche compresi servizi di osservazione e pedinamento, il tutto rafforzato dalle testimonianze di alcuni imprenditori vittime di estorsione.

La genesi dell'indagine

La genesi dell’indagine è rappresentata dalla raccolta di alcune dettagliate informazioni, resa possibile dalla capillarità dei comandi stazioni profondamente inseriti nel tessuto sociale del territorio, che hanno fatto ipotizzare che alcuni imprenditori erano vittime di vessazioni ed estorsioni da esponenti della criminalità organizzata locale. Lo sviluppo delle investigazioni, capillarmente coordinate dalla Dda reggina, ha permesso di riscontrare le prime informazioni acquisite nonché identificare alcuni vittime che, una volta sentite, hanno ammesso le vessazioni e le richieste estorsive subite da parte, in particolare,  di due storici referenti mafiosi di zona, Domenico Avignone e Pasquale Zagari, quest’ultimo tornato a Taurianova dopo una lunghissima detenzione ed un periodo di sottoposizione alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale nel Nord Italia.

La figura di Zagari nelle parole del capitano Marco Catizone, comandante della Compagnia carabinieri di Taurianova

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Il ritorno di Pasquale Zagari

Proprio Pasquale Zagari, avvalendosi della fattiva collaborazione di partecipi e gregari, come Francesco Avati, Antonio Alessi e Rocco Leva, era tornato nel suo paese di origine da capo e reggente, referente mafioso per la risoluzione di qualsivoglia questione, anche privata, da vecchio ‘ndranghetista mai ravvedutosi realmente, che chiede il “pizzo” o cui ci si affida per la risoluzione di contrasti privati, tentando di ristabilire quel controllo egemonico del territorio scalfito dalle recenti operazioni di polizia.

Per gli investigatori Pasquale Zagari era l’unico esponente di rilievo della famiglia ad essere libero da vincoli giudiziari, atteso che gli altri fratelli Giuseppe Zagari di 58 anni e Carmelo Zagari di 52 anni sono detenuti, il primo condannato con sentenza definitiva alla pena dell’ergastolo ed il secondo condannato anche dalla Corte di Appello di Reggio Calabria nell’ambito procedimento penale “Terramara Closed” (esecuzione risalente al 2017) perché ritenuto appartenente ad associazione di tipo mafioso, unitamente alle sorelle,  Italia Zagari di 62 anni (moglie dell’ergastolano Marcello Viola di 62 anni) e Rosita Zagari 49 anni, entrambe condannate per concorso esterno nell’ambito dello stesso procedimento “Terramara Closed”, ed al cognato Ernesto Fazzalari, marito di quest’ultima, anch’egli già condannato con sentenza definitiva alla pena dell’ergastolo per plurimi omicidi, e catturato dopo una ventennale latitanza nel 2016.

Anche Pasquale Zagari, uno dei principali protagonisti della faida di ‘ndrangheta di Taurianova nei primi anni ’90, era stato condannato all’ergastolo, pena però poi rideterminata in 30 anni di reclusione, conclusi con un periodo di sorveglianza speciale nel Nord Italia.

Pasquale Zagari aveva anzi avviato un apparente percorso di “riabilitazione sociale”, partecipando a dibattiti, convegni e incontri, come testimone di redenzione, pentendosi del suo passato criminale, e contro l’ergastolo ostativo, in ultimo proprio a Taurianova, nel settembre 2020.

In realtà, proprio nei primi permessi rilasciati durante la sorveglianza speciale una volta uscito dal carcere, Zagari era ritornato a Taurianova per compiere le sue attività delittuose, insieme a nuove leve della criminalità organizzata.

Lo spauracchi della faida di Taurianova

In particolare, per come acclarato dalla complessa indagine, con la fattiva collaborazione di altri indagati, medianti gravi minacce, anche evocando esplicitamente i morti della faida di Taurianova e la sua capacità di risolvere i problemi con la violenza, ha costretto imprenditori e cittadini a dazioni in denaro, sia per rafforzare la cosca di appartenenza e sia per il mantenimento delle famiglie in carcere, o li ha costretti ad abbandonare i locali utilizzati per l’attività commerciale svolta, o ancora si è intromesso nella compravendita di terreni, chiedendo somme di denaro non dovute per autorizzare l’acquisto o comunque coartando la loro volontà nelle scelte imprenditoriali e private, in favore di altri soggetti a lui vicini.

Zagari, da storico ‘ndranghetista, ha anche offerto e imposto la sua protezione mafiosa, non richiesta, alle vittime, in cambio di aiuti economici e favori, il tutto per tentare di ristabilire il controllo egemonico del territorio e ottenere l’assoluto riconoscimento di “capo”. Proprio a causa della violenza e insistenza delle sue pretese, nell’ottobre 2020 è stato arrestato in flagranza dai Carabinieri di Taurianova, in occasione dell’ennesima “visita” ad una delle vittime, in realtà vicenda rientrante in un più ampio piano delinquenziale.

La altre figure

In tali gravi fatti entrano in gioco anche altri soggetti, come Marzio Pezzano, Giuseppe De Raco, Giuseppe Cannizzaro, i quali, benché apparentemente estranei a contesti mafiosi, si erano rivolti a vario titolo proprio a Pasquale Zagari per risolvere forzatamente in loro favore le controversie in corso con alcune delle vittime delle condotte estorsive (anche al fine di ottenere il rilascio dei locali utilizzati per le attività aziendali), così divenendo veri e proprio mediatori, partecipi  e “mandanti” delle azioni delittuose, ricercando e ottenendo quell’aiuto “mafioso” che rafforza e fortifica la criminalità organizzata nel territorio, in sostituzione dello Stato. Una richiesta illecita di aiuto che però si è ritorto contro di loro, essendo stati destinatari di misura cautelare quali concorrenti in estorsione aggravata dal metodo e finalità mafiose.

Significativo anche il ruolo di due cugini indagati in stato di libertà che, benché già ritenuti appartenenti alla cosca di ‘ndrangheta “Asciutto-Neri-Grimaldi”, al tempo della faida contrapposta agli Zagari, oggi, per quanto ipotizzato dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, per garantire quella “Pax mafiosa” faticosamente raggiunta, hanno svolto un ruolo di mediatori in favore di Zagari e in danno di una delle vittime, organizzando e favorendo incontri e persuadendola ad accettare le pretese estorsive.

La figura di Domenico Avignone

L’indagine ha consentito di acclarare anche come Domenico Avignone, al momento ricercato e anche lui già condannato per reati associativi, figlio dello storico capo Giuseppe Avignone di 83 anni -  già condannato all’ergastolo e protagonista dalle Strage di Razza’ del 1977, quando furono trucidati i Carabinieri Stefano Condello e Vincenzo Caruso - ha voluto mantenere nel territorio la sua autorevolezza mafiosa, offrendo “protezione” non richiesta nei confronti di alcuni imprenditori, risolvendo loro problematiche emergenti o rassicurandoli per lo svolgimento “in sicurezza” del loro lavoro, chiedendo in cambio dazioni in denaro, non necessariamente di grande entità;  tutti elementi qualificanti di quella “estorsione ambientale” che rafforza la criminalità organizzata nel territorio.

Anche lui si è intromesso nell’acquisto di terreni e immobili, arrogandosi il potere di rilasciare un ‘nulla osta’ in favore di qualcuno piuttosto che di altri e avendo il potere di estromettere eventuali soggetti non graditi interessati all’acquisto. Sono stati poi ulteriormente documentati i suoi costanti e attuali rapporti con altre cosche di ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, in particolari i “Pisano” di Rosarno, soprattutto quale referente nel settore dello smercio di sostanze stupefacenti. Una figura che, nonostante l’avvio e conduzione di una attività commerciale legale e un atteggiamento apparentemente meno violento e riservato, ha continuato ad esercitare carisma criminale e influenza mafiosa.

Articolata poi la parallela vicenda ricostruita in indagine che ha visto come principali protagonisti Claudio e Giuseppe La Face, zio e nipote, imprenditori di Taurianova, nonché la moglie del primo, Annalisa Caridi, i quali, nel contesto della paura e dell’omertà esistente nel territorio, hanno compiuto numerose minacce per ottenere del denaro da altro locale imprenditore.

I tre, infatti, a vario titolo, approfittando di problematiche personali e sentimentali di una delle vittime, hanno fatto leva su loro presunti collegamenti con le cosche di ‘ndrangheta di Cittanova, i cui esponenti potevano risolvere i suoi problemi, imponendo protezione e aiuto mafioso, però costringendo la vittima, anche minacciando gravi ripercussioni in caso di inottemperanza, a numerose dazioni in denaro in loro favore, per diverse decine di migliaia di euro. Per attuare il loro piano criminale, addirittura, hanno talvolta ingannato la vittima sostituendosi direttamente a presunti esponenti della criminalità organizzata cittanovese, inviando messaggi diretti e indiretti per convincerlo a consegnare celermente loro il denaro o costringerla al pagamento di bollette, utenze, rate di finanziamenti ed altro.

Le armi

Le attività investigative condotte dai Carabinieri di Taurianova hanno poi dimostrato l’attuale e rilevante pericolosità del sodalizio mafioso, con il rinvenimento e sequestro di due fucili mitragliatori “Zastava” mod. “M70” cal.7,62x39 mm., armi da guerra, un fucile cal. 12 “beretta” mod. “Sauer” con matricola punzonata, numerose munizioni di vario calibro, due giubbotti antiproiettile, nonché una bomba a mano da guerra modello “m53 p3” di provenienza slava.

La presenza dello Stato

L’operazione odierna colpisce ancora una volta la presenza della ‘ndrangheta nel territorio taurianovese, i cui esponenti, avvalendosi della forza di intimidazione promanante dal vincolo associativo e delle conseguenti condizioni di omertà che ne derivano,  sono in grado di mantenere il controllo egemonico del territorio in svariati settori creando quell’assoggettamento psicologico ed economico di cittadini ed imprenditori, per coartarli nelle loro scelte individuali e ponendosi quali non imparziali  “arbitri” nelle controversie tra privati, in sostituzione della Legge e dello Stato. Ancora una volta viene però dimostrato come l’unica vera e risolutiva via di uscita da una tale asfissiante situazione è rappresentata dalla denuncia e la piena collaborazione con i Carabinieri e la Magistratura.

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