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Il dato

In riva allo Stretto una nuova stagione di pentitismo che mette in difficoltà le cosche

Sono otto i collaboratori di giustizia che stanno aiutando la Dda a capire le dinamiche della 'ndrangheta e molti altri sono sotto valutazione

Se fino a qualche anno addietro esisteva una certezza monolitica sulla ‘ndrangheta era che questa organizzazione criminale, la più potente e ricca al mondo: una holding da 45 miliardi di euro, fosse quella più impermeabile al tradimento dei suoi accoliti.

Costruito su legami parentali assai stretti, infatti, lo strapotere criminale delle cosche di ‘ndrangheta difficilmente è stato intaccato dalla presenza di pentiti al suo interno. Per anni, dopo la prima stagione del pentitismo reggino legata agli anni immediatamente successivi alla guerra che ha insanguinato Reggio Calabria, magistrati e forze di polizia hanno dovuto fare i salti mortali per entrare nei gangli operativi delle consorterie criminali e provare a disarticolarli.

Negli ultimi tempi, però, qualcosa sta cambiando e l’ha segnalato anche il procuratore capo Giovanni Bombardieri nella sua relazione affidata alle cure del presidente della Corte d’appello, Luciano Gerardis, per l’apertura dell’anno giudiziario.

Ad oggi, infatti, la Direzione distrettuale antimafia può usufruire dell’apporto di conoscenze criminali di otto nuovi collaboratori di giustizia, sei dei quali concentrati nel territorio di Reggio centro.

E il capitolo, per fortuna, non sembra essere chiuso. Ci sono ancora, come scrive il capo della procura reggina, “numerose altre posizioni in corso di valutazione”.

Grazie alle dichiarazioni di questi collaboratori di giustizia si potrebbe aprire quel varco necessario a mettere definitivamente in crisi la ‘ndrangheta che, per diretta conseguenza del portato di questi pentiti, si scopre più vulnerabile e patisce l’azione dello Stato che “si manifesta sul territorio con costanza in tutte le direzioni, senza mantenere sacche di impunità”.

Naturalmente, come specificato dal procuratore Bombardieri, questa stagione di nuovo pentitismo deve essere sapientemente gestita dallo Stato, soprattutto per evitare il ripetersi di prassi sbagliate che si sono evidenziate negli anni passati, quando le forze dell’ordine e la magistratura ha accettato “approcci confidenziali” che puntavano a distruggere i casati avversari e ricerche “l’impunità o comunque benefici di vario genere ed in particolare di tipo penitenziario”.

Un rischio presente anche oggi, dal quale il capo della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria mette in guardia senza giri di parole, con i vertici delle cosche pronti a trasformarsi in “agenti infiltrati” pur di arrecare danni irreversibili alle cosche rivali per ottenere favori dalla giustizia.

“Ancora oggi - si legge nella relazione - è diffusa la tendenza di soggetti anche di livello apicale dell’organizzazione, in libertà o in stato di detenzione, che manifestano la volontà di riferire, in via informale ed occulta, informazioni su attività delittuose in atto, o addirittura di prendervi parte con un ruolo assimilabile agli agenti sotto copertura, chiedendo in cambio di potere ottenere l’alleggerimento della loro posizione processuale e/o penitenziaria, o comunque di orientare l’azione investigativa e di contrasto dello Stato esclusivamente verso i gruppi ‘ndranghetisti avversi”.

Per Giovanni Bombardieri si tratta di “gravi prassi degenerative che pongono in serio pericolo l’autorevolezza e la credibilità dello Stato”.

Uno Stato al quale, in riva allo Stretto, sembrano guardare sempre con maggiore fiducia alcuni imprenditori che hanno scelto di ribellarsi alla ‘ndrangheta e denunciare, un fenomeno che è visto “con particolare favore” dall’ufficio di procura che ritiene “questa inversione di tendenza” come “molto importante nella futura prospettiva di contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale”.

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