Venerdì, 30 Luglio 2021
Cronaca

Ecco l'organigramma strutturale della 'ndrangheta che si vuole prendere il Nord Italia

La Direzione investigativa antimafia ha censito 46 locali presenti in 6 regioni lontane dalla Calabria, mentre la presenza fuori dai confini nazionali pare essere favorito dal "disallineamento normativo"

La mappa dei locali di 'ndrangheta al Nord

Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige: ecco la mappa dell’espansione della ‘ndrangheta fuori dalla casa madre calabrese. Una cartina dalla quale, come scrivono gli investigatori della Dia nella loro relazione presentata al Parlamento, “emerge fortemente l’immagine di una ‘ndrangheta altamente pervasiva anche nelle dinamiche extraregionali e sempre più inserita nelle trame relazionali con illustri personaggi del mondo politico ed imprenditoriale”.

Un “organigramma strutturale” delle cosche fuori regione che ha numeri importanti, emblematici della capacità espansionistica delle cosche, dell’abilità dei boss di riprodurre il proprio potere secondo lo schema tipico delle strutture calabresi anche lontani dalla “mamma”. In totale, sono emersi: 46 locali, di cui 25 in Lombardia, 15 in Piemonte, 3 in Liguria, 1 in Veneto, 1 in Valle d’Aosta ed 1 in Trentino Alto Adige.

Ma le mire espansionistiche dei casati calabresi di ‘ndrangheta, già da tempo, hanno varcato i confini nazionali. Anche all’estero, infatti, le organizzazioni ‘ndranghetiste sono in grado di sfruttare soprattutto le opportunità offerte dai differenti sistemi normativi, privilegiando l’insediamento in Stati “non cooperativi dal punto di vista dell’assistenza giudiziaria, che presentano quelle maglie larghe opportunamente sfruttate dalla ‘ndrangheta per il reinvestimento dei capitali illeciti”.

Per la Dia, poi, "L’attuale disomogeneità legislativa esistente tra i vari Paesi Europei favorisce l’infiltrazione nel mondo dell’economia e della finanza delle mafie già notevolmente avvantaggiate dall’integrazione dei mercati, dalla liberalizzazione dei movimenti di capitali, dalle potenzialità offerte dalle reti telematiche, nonché dallo sviluppo dell’intermediazione finanziaria, tra l’altro, anche attraverso circuiti alternativi. Tale disallineamento normativo, di contro, rende molto difficile il sequestro dei beni dei mafiosi fuori dal territorio nazionale”.

Per quanto riguarda le strutture ‘ndranghetiste dislocate oltre confine, come affermato dal Direttore centrale anticrimine, prefetto Francesco Messina, “L’attuale quadro informativo appare convergere verso una ripresa progressiva delle relazioni tra le cosche del versante ionico-reggino e i sodalizi omologhi stanziati tradizionalmente in Canada, nella regione dell’Ontario. Al riguardo, sarebbero attuali le relazioni illecite di esponenti di vertice della ‘ndrangheta con i componenti della cosiddetta Camera di Controllo di Toronto, i quali sarebbero ritenuti responsabili, in quel Paese, di diverse attività illegali, con particolare riferimento al settore dei giochi e delle scommesse, al traffico di stupefacenti, nonché al reimpiego degli ingenti profitti”.

La crescita criminale della ‘ndrangheta, poi, è stata agevolata dall’importante azione diplomatica operata dai boss calabresi che, negli anni, sono stati capaci di intessere solidi rapporti di interesse con le altre organizzazioni criminali operanti in Italia. “Significative recenti risultanze investigative - si legge nella relazione - confermano la tendenza dei gruppi criminali calabresi a instaurare forme di collaborazione utilitaristica con compagini di diversa matrice mafiosa, in particolare con Cosa nostra. Tale cooperazione, tendenzialmente, appare motivata da contingenze specifiche piuttosto che da forme di interazione consolidate e rette da una condivisione di obiettivi criminali comuni”.

Per la Dia, ancora, appare doveroso richiamare la condanna al “fine pena mai” pronunciata dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria, nell’ambito del processo “’Ndrangheta stragista”. La condanna è stata inflitta nei confronti di un esponente di vertice della criminalità organizzata di Melicucco - indicato dagli inquirenti come colui che, per conto della cosca Piromalli, teneva i rapporti con la destra eversiva e la massoneria occulta – nonché di uno storico elemento apicale del mandamento palermitano di Brancaccio, gravato da diverse condanne all’ergastolo e da lunghi anni detenuto in regime differenziato. I  2 soggetti arrestati erano accusati di essere i mandanti, in concorso fra loro e con altri (uno dei quali, deceduto, riconducibile alla cosca Libri-De Strefano), di gravi fatti delittuosi ai danni di Carabinieri culminati con l’omicidio, il 18 gennaio 1994, degli appuntati scelti Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, nonché il tentato omicidio dei carabinieri Vincenzo Pasqua e Silvio Ricciardo, il 1° dicembre 1993, e degli appuntati Salvatore Serra e Bartolomeo Musicò, il 1° febbraio 1994.

“Tale duplice omicidio - si legge ancora - commesso in concorso tra esponenti di vertice della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra, viene indicato come il primo atto della strategia stragista che, a seguito di questa determinazione giudiziaria, va opportunamente riportata in un alveo di contiguità decisionale tra le due organizzazioni criminali”.

Il rischio di infiltrazione è grande, spesso sottovalutato o non capito, tanto che gli imvestigatori della Dia non si sono sottratti dal lanciare l’allarme. “A fronte dell’estrema complessità del fenomeno mafioso calabrese, si avverte forte la necessità di un deciso impegno da parte di tutti gli attori istituzionali, a partire dal comparto Istruzione, fino alla gestione della cosa pubblica, affinché venga affrontato a viso aperto questo nemico spietato nella sua reale dimensione. La messa a sistema dei dati relativi alle condizioni economiche della Calabria, nella sua globalità, determina la necessità di una risposta collettiva, anche perché, come più volte sottolineato, non si può non osservare come alla base della congiuntura economica negativa vi sia comunque la presenza della criminalità organizzata che distorce il mercato con i suoi capitali illeciti in grado di escludere chiunque abbia intenzione di accedervi nella legalità”.

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