"Eyphemos II", svelati gli stratagemmi di protezione del patrimonio della cosca

Da Bagnara a Fabriano gli uomini della Squadra mobile hanno messo i sigilli a beni mobili e immobili riconducibili a Domenico Laurendi

La conferenza degli inquirenti, da sinistra Paci e Bombardieri

L’indagine “Eyphemos II” ha svelato, come spiegato dai magistrati della Dda e dagli investigatori della Mobile in conferenza stampa (nella foto), i meccanismi usati dall’organizzazione criminale per proteggere i propri beni dai controlli delle forze dell’ordine, In particolare, gli uomini della Squadra mobile, guidati da Francesco Rattà e coordinati dal questore Maurizio Vallone, sarebbero riusciti a dimostrare che non solo Domenico Laurendi, ma anche altri indagati, avrebbero posto in essere condotte di trasferimento fraudolento di valori ed autoriciclaggio, investendo, i proventi delle loro attività delittuose.

Avuto riguardo al delitto di trasferimento fraudolento di valori (con l’aggravante mafiosa), gli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria con l’indagine “Eyphemos II” hanno contestato le seguenti condotte: a Domenico Laurendi, in quanto attribuiva al figlio Rocco Laurendi un appartamento a Fabriano e un appezzamento di terreno a Frontone, mentre era invece Domenico Domenico il reale ed unico proprietario.

E, poi, a Domenico Domenico, Natale Lupoi e Saverio Salerno, per aver mantenuto fittiziamente la titolarità del ristorante denominato “La Taverna del Pirata” a Bagnara Calabria, alla società “Salerno Rocco ed Enza s.n.c” gestita da  Saverio Salerno, al chiaro fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali e per agevolare la commissione di delitti di riciclaggio e autoriciclaggio, mentre erano invece  Natale Lupoi e  Domenico Laurendi i reali ed unici proprietari dello stesso.

I nomi degli arrestati

E, ancora, a Domenico Laurendi (in qualità di socio amministratore), Gregorio Cuppari (in qualità di commercialista e “consigliori”) e Rosario Bonfiglio (in qualità di socio) per aver attribuito fittiziamente la titolarità della ditta LD Immobiliare e Costruzioni srl, a Diego Laurendi, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali e per agevolare la commissione di delitti di riciclaggio e autoriciclaggio, mentre di essa era Domenico  Laurendi il reale ed unico gestore.

E, infine, a Domenico Laurendi, Gregorio Cuppari (nel suo ruolo di tecnico professionista e regista dell’intera operazione), Rocco Laurendi (nella qualità di fittizio intestatario) e Diego Laurendi (nella qualità di fittizio intestatario) per aver attribuito fittiziamente - i primi due - la titolarità della società denominata LDR a responsabilità limitata semplificata ai citati Diego Laurendi e Rocco Laurendi al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali e per agevolare la commissione di delitti di riciclaggio e autoriciclaggio, mentre di fatto era Domenico Laurendi il reale ed unico gestore della stessa e la società era stata costituita per rilevare il ristorante La Taverna del Pirata di Bagnara.

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Il patrimonio finito sotto chiave

In relazione, infine, al delitto di autoriciclaggio (aggravato dall’articolo 416 bis 1 del codice penale), sono state contestate le seguenti condotte: a Domenico Laurendi, in quanto da figura apicale della consorteria criminale ed avendo commesso reiterati episodi estorsivi ai danni di imprenditori, cui erano stati commissionati lavori pubblici chiedendo il versamento di tangenti, nonché reati in materia di armi e traffico di sostanze stupefacenti, impiegava i proventi delle attività delittuose e li trasferiva in attività imprenditoriali, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa e, infine, ad Antonino Gagliostro, in quanto, da uomo di fiducia di Domenico Laurendi ed avendo commesso reati in materia di armi e traffico di sostanze stupefacenti, impiegava i proventi delle attività delittuose e li trasferiva in attività imprenditoriali, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

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