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Verso il 25 novembre

L'Osservatorio sulla violenza di genere, fermo da mesi, aspetta il rinnovo

Del precedente mandato resta la Stanza della memoria, idea di Giovanna Cusumano, che sta per cambiare collocazione, sempre a Palazzo Campanella

A Palazzo Campanella c’è una saletta con le pareti adornate tanti nomi di donne. Una galleria di muti fiori viola, ma di un silenzio assordante. Sono tutte donne calabresi, diverse per età e storie personali, che non sono ricordate per quello che erano ma perché vittime di violenza mortale. A una di loro, Mary Cirillo, è intitolata la Stanza della Memoria e dell’Impegno per le vittime di femminicidio, che rappresenta l'eredità più iniziativa dell’Osservatorio regionale sulla violenza di genere costituito nel marzo 2018, insediato nel maggio successivo e attivo per quasi due anni, presieduto dal coordinatore Mario Nasone insieme alla vice Giovanna Cusumano.

La scomparsa della governatrice Jole Santelli e poi la pandemia hanno interrotto l’attività dell’organismo permanente, istituito con la legge regionale 38/2016 per monitorare il fenomeno della violenza sulle donne in Calabria e avviare azioni strutturate di sensibilizzazione e prevenzione. Ma anche su un tema proprio la cui urgenza era stata d'impulso all'istituzione dell'Osservatorio, i meccanismi della politica calabrese hanno finito per prevalere sulle buone intenzioni: decaduto il mandato con la fine della scorsa legislatura, il nuovo consiglio ha pubblicato la manifestazione d'interesse a febbraio 2022, ma a distanza di mesi non si ha notizia dell'esito della procedura, che dovrà concludersi con la nomina dei componenti dell'osservatorio nuovamente in carica, da parte del consiglio. I membri sono 13, di cui 5 designati dall'ufficio di presidenza, 3 di diritto (dirigente generale del dipartimento tutela della salute; presidente della commissione pari opportunità; consigliera regionale di parità) e 5 tra i soggetti che hanno risposto all'avviso. 

Dalla presidenza del consiglio apprendiamo che le nomine (compresa quella della commissione pari opportunità) arriveranno "al più presto", ma ad oggi il punto non è formalmente all'ordine del giorno per l'assemblea.

La stanza della memoria

L'ultimo appello, ad ottobre, era stato del coordinatore uscente Nasone, che aveva invitato l'assemblea regionale a non disperdere il patrimonio di documentazione e interventi sul territorio portati avanti nel biennio 2018-2019 dall'osservatorio oggi decaduto, garantendo una continuità di azione. Il bilancio di quell'attività conta un rapporto regionale sulla violenza di genere (il primo e finora l'unico in Calabria), un quaderno di documentazione, la conferenza regionale del 26 ottobre 2018, un seminario su violenza assistita e minori e il progetto della Stanza della memoria, che si deve all'avvocato Cusumano e ha attivato anche una sinergia con le scuole proponendo agli istituti calabresi, in convenzione con il Miur, di intitolare una sala a una vittima di violenza, idealmente adottandola. La Stanza è attualmente in fase di trasloco e sarà collocata in altro spazio, sempre all'interno di palazzo Campanella. 

In Calabria contro la violenza leggi senza finanziamento e disposizioni vetuste

Le criticità del sistema integrato di servizi per prevenire violenze di genere e femminicidi in Calabria riguarda le leggi. Vetuste e da aggiornare per essere realmente incisive per sostenere l'attività degli operatori. Questo riscontro finale è stato consegnato all'unisono dei componenti dell'Osservatorio, iniziando proprio dalla 38/2016, che stabilendo la gratuità dell'organismo rende difficoltoso captare la disponibilità di soggetti volontari che, come da requisiti, abbiano maturato competenze specifiche in materia e riescano a conciliare la loro professione con un impegno non da poco. 

La normativa regionale sulla carta è molto ben articolata. Oltre alla legge quadro 328/2000 sono state approvate la legge 154/2001 per il contrasto alla violenza nelle relazioni familiari, la 20/2007 per il sostegno dei centri d'ascolto e le case di accoglienza, la citata legge istitutiva dell'osservatorio, la legge 285/2017 per la prevenzione e il sostegno delle vittime (rimasta nel limbo della III commissione) e varie delibere di giunta, come la n. 539/2017, che ha istituito un tavolo di lavoro regionale tematico. L'ultimo intervento è la legge approvata l'8 marzo 2022, che prevede misure per il superamento della discriminazione di genere e incentivi per l'occupazione femminile, approvata a febbraio e rimasta senza copertura finanziaria. Il tasto dolente sono sempre i soldi. La coperta per i centri antiviolenza continua ad essere corta, nonostante lo stanziamento di 68.295 euro statali arrivato alla Calabria da un Dpr del 2018. Il sistema di contributi erogati a progetto è burocraticamente farraginoso e fa arrivare le risorse con il contagocce, ma le donne minacciate dalla violenza devono mangiare tutti i giorni. Proprio sul punto, dall'osservatorio era stato lanciato un appello ai comuni calabresi per l'applicazione (ampiamente disattesa) della norma della 20/2007 che prevede una riserva di alloggi da destinare a vittime di violenza che non possono rientrare nel loro domicilio per non rischiare la pelle, chiedendo anche una modifica dei regolamenti sull'edilizia pubblica per assegnare d'urgenza, nei casi di pericolo, abitazioni in deroga alle graduatorie. Altra lacuna rilevata è quella dei centri specializzati per il recupero degli uomini maltrattanti, che nella regione, tolto uno sportello d'ascolto a Catanzaro, non esistono. 

La Stanza della memoria, la nostra Spoon River per ricordare i nomi delle donne uccise

La giornata internazionale del 25 novembre, che ogni anno promuove il cammino verso una eliminazione della violenza di genere, ha tra i suoi pilastri l'invito a non dimenticare. Le donne uccise a causa del loro sesso sono un oceano anonimo, nei titoli delle cronache sono citate soltanto con l'etichetta onnicomprensiva di vittime ma perdono il loro nome. La stanza della memoria di palazzo Campanella è la nostra dolorosa Spoon River, e ci ricorda chi erano quelle trenta donne che chiedono giustizia per se stesse, le loro figlie e le loro sorelle. E raccontano l'allarme di una regione dove abusi e atti di violenza di genere maturano in un ambiente di sottomissione patriarcale e possesso esercitato da compagni e padri. Con motivazioni agghiaccianti degli autori dei reati. 

Maria Stella Callà, 38 anni, lavorava come amministrativa nel carcere di Locri e ha pagato con la vita il suo rifiuto di un ex detenuto che si era innamorato di lei. Il 14 novembre 1988 l'omicida è andato a cercarla a casa e le ha sparato sul pianerottolo, dove l'ha trovata il figlio quattordicenne.

Il 19 settembre 2008 a Montebello la quarantaduenne Orsola Nicolò è stata uccisa dal marito durante un furioso litigio in strada. L'assassino non si fermato neanche davanti alla presenza della loro figlia minorenne, che ha assistito al delitto.

Mary Cirillo

Mary Cirillo è morta a Monasterace il 18 agosto 2014: madre di quattro figli, è stata uccisa a colpi di pistola a 31 anni dal marito, con cui era in crisi e che dopo la decisione di lei di vivere in case separate pensava di essere stato tradito. 

Il 22 febbraio 2016 a Molochio, Annamaria Luci, 55 anni, è stata assassinata dal marito geloso, mentre rientrava a casa. Avevano iniziato a litigare e lui ha chiuso la questione imbracciando un fucile.

Sempre a Montebello il 30 ottobre 2020 è morta in modo efferato Concetta Liuzzo, 60 anni, per mano del marito, che l'ha colpita con un'ascia. L'omicida soffriva di depressione e si curava da solo con farmaci che gli avevano causato paranoie. Convinto che Concetta avesse un amante, aveva installato telecamere in casa per scoprirla.

Lupara bianca, quando la 'ndrangheta non perdona la libertà delle donne

In Calabria il femminicidio s'innesta su un tessuto avvelenato anche dalla mentalità mafiosa. Le donne delle famiglie di 'ndrangheta muoiono perché vogliono rompere il cerchio, denunciare, salvare i figli da un destino segnato. O semplicemente perché, a causa di un nuovo amore  vogliono separarsi e diventano fonte di disonore. Un tradimento, se metto in atto da una donna, si trasforma in un affronto ai codici della 'ndrangheta fondati su una virilità tracotante, da pagare con la vita.

Concetta Cacciola

La rosarnese Maria Concetta Cacciola, è nipote del boss dei Bellocco. A 13 si fidanza con Salvatore Figliuzzi, che la sposerà soltanto per entrare nel clan. Quando il marito viene arrestato, insieme ai tre figli, resta in balia della famiglia: bollata come donna di strada e picchiata dal padre e il fratello per aver intrapreso una nuova relazione, decide di diventare testimone di giustizia e viene inserita in un programma di protezione al nord. I figli però restano a Rosarno e sull'amore materno fanno leva i parenti per indurla a tornare, sotto la minaccia di non vederli più. Maria Concetta ha paura di essere uccisa ma torna. Il 20 agosto 2011 muore per ingestione di acido muriatico e i familiari sostengono sia sia suicidata, una versione che sarà scardinata dalla giustizia. La sua storia ha ispirato il film di Francesco Costabile "Una femmina", tratto dal libro di Lirio Abbate "Fimmine ribelli", presentato al festival di Berlino e vincitore di tre Nastri d'argento. A lei è intitolata l'aula docenti del liceo scientifico reggino Volta.

Annunziata Pesce, figlia del boss Salvatore, aveva tradito il marito con un carabiniere ed è stata letteralmente giustiziata dal cugino alla presenza del fratello maggiore, nel rispetto del codice delle ‘ndrine. E' il 20 marzo 1981 quando la trentenne scompare senza lasciare traccia. A Rosarno era vietato pronunciare il suo nome: anni dopo, ormai dichiarata la sua morte presunta, la verità arriverà dai racconti di un pentito e della cugina Giuseppina. Annunziata, che si nascondeva a Scilla con l'amante, fu rapita, condotta in una campagna, bendata e uccisa con un colpo di pistola alla testa.

A Reggio Calabria, nell'aprile del 1987 Francesca Familiari viene assassinata perché a Brescia, dove vive, ha una relazione con un uomo di origine rom. Appartenente a un clan di Montebello, aveva perso già il padre e il fratello nella faida. A ucciderla è un altro fratello, reo confesso: disse che Francesca conduceva una vita dissoluta e disonorava la famiglia. 

A Gioia Tauro Maria Rosa Bellocco aveva una relazione extraconiugale. Il marito Mario era stato invitato a lavare l'onta nel sangue ma non volle farlo. Rimetterà la vita anche lui e il figlio di appena 9 anni: la famiglia sarà sterminata nella notte del 1 settembre 1977 da un commando che provvedette alla vendetta al posto dell'uomo. 

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