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L'evento

"La scorta di Enrico": a Reggio la presentazione del libro di Telese

Iniziativa ospitata a Palazzo Alvaro e promossa Fondazione Girolamo Tripodi

Promossa dalla Fondazione Girolamo Tripodi, si è svolta a Reggio Calabria, nel centenario della nascita di Enrico Berlinguer la presentazione del libro “La scorta di Enrico – Berlinguer e i suoi uomini: una storia di popolo”.

L’evento ha visto una grande partecipazione di cittadini, a conferma del forte legame politico e sentimentale che, ad oltre 38 anni dalla morte, tuttora esiste nei confronti della figura di Enrico Berlinguer. L’incontro è stato aperto dai saluti del consigliere delegato alla cultura della Città metropolitana, Filippo Quartuccio, che ha espresso compiacimento per l’iniziativa ospitata nella sede della Città metropolitana e ha voluto ricordare che l’esempio rappresentato da Berlinguer e dai politici di un’altra epoca oggi non è ripetibile.

Subito dopo è intervenuto Michelangelo Tripodi, presidente della Fondazione, che ha ringraziato tutti i partecipanti, presenti in maniera massicia, nonchè l’autore del libro Luca Telese, Roberto Bertuzzi componente della scorta, il professore Antonino Romeo e il giornalista Filippo Veltri.

Tripodi ha parlato delle vicende trattate nel bel libro di Telese, che si riferiscono alla rivolta di Reggio dei primi anni ’70, sofffermandosi su un intervento che fece Berlinguer sull’Unità il 29 gennaio 1971 e che esprimeva tutta la forza del Partito Comunista Italiano che pur essendo all’opposizione esercitava una funzione di governo oggi assolutamente impensabile; in quelle circostanze drammatiche, quando non esistevano più i presidi democratici e le sedi dei partiti venivano assaltate, incendiate e saccheggiate, come avvenne anche per la sede del Psi e della Camera del Lavoro, la mitica Federazione Comunista di via Castello, 4 resistette a tutti gli attacchi e rimase un baluardo inespugnabile, difeso strenuamente, con tutti i mezzi, dai militanti  e dagli attivisti.

Inoltre, nel ricordare come il papà fu eletto deputato del Pci nel 1968, lo stesso anno in cui anche Enrico Berlinguer fu eletto deputato per la prima volta e, quindi, si trovarono insieme ad essere matricole di Montecitorio, Michelangelo Tripodi ha affermato che la morte di Enrico Berlinguer  rappresenta uno spartiacque tra il prima e  il dopo nella storia della sinistra e del comunismo italiano: dopo la morte di Berlinguer cambierà tutto in negativo e non a caso oggi siamo arrivati al punto di avere un governo guidato da un presidente del Consiglio chiaramente collocato all’estrema dedstra.

Evidentemente, se siamo giunti  a questo punto, ciò è stato determinato dalla deriva che ha portato allo scioglimento del Pci e alla nascita del Pds, dei Ds e poi del Pd con una sostanziale cancellazione dell’esperienza comunista e la liquidazione di un patrimonio collettivo in cui si erano riconosciuti milioni di cittadini e di lavoratori.

Filippo Veltri, giornalista e scrittore, ha apprezzato il lavoro fatto da Luca Telese perché, attraverso il racconto della scorta, ha ricostruito una storia, una grande storia. Se questo libro ci indica qualcosa, essa è la necessità di lavorare per la ricostituzione di una comunità politica della sinistra italiana che è dispersa e frantumata perché questo è stato, innanzitutto, quel partito.

Veltri ha poi riportato il ricordo personale di quando lui giovane cronista de L’Unità alle prime armi, in sostituzione di Ugo Baduel impossibilitato, era stato incaricato dal caporedattore di  fare il resoconto del comizio di Berlinguer a Cetraro nel 1980 in occasione della manifestazione in ricordo del compagno Giovanni Losardo, ammazzato dalla mafia. In quella circostanza Veltri aveva conosciuto Roberto Bertuzzi che accompagnava Berlinguer.

Successivamente ha preso la parola il prof. Antonino Romeo che, in qualità di studioso di storia, ha cercato di ricostruire alcuni aspetti della personalità e dell’azione di Berlinguer. Se facessimo solo un discorso sentimentale ed emotivo non faremmo un buon servizio alla memoria di Berlinguer. Romeo ha ricordato la grande attrazione che suscitava Berlinguer: in questo senso ha citato l’episodio del comizio di Berlinguer a Reggio nel 1983, quando nonostante una bufera che imperversava sulla città, migliaia di persone inzuppate d’acqua rimasero per ore in attesa di Berlinguer per ascoltare il suo discorso che era sempre affascinante. Al netto delle malignità, il fatto da considerare è che il partito fin da giovanissimo aveva investito su di lui e prima Togliatti e poi Longo lo hannno sempre sostenuto fin a quando nel 1969 è diventato vicesegretario nazionale del Pci.

In un mondo caratterizzato da inquietudini profonde, Berlinguer ha intuizioni felici: promozione della libertà e della democrazia, compromesso storico, eurocomunismo e esaurimento della spinta propulsiva, questione morale. Intuizioni che sono alla base della crescita impetuosa del Pci negli anni settanta. Infine, ha parlato del senso del dovere che Berlinguer ha interpretato fino in fondo, anche quando si è recato ai cancelli della Fiat nel 1980, pur sapendo che si andava incontro ad una sconfitta, ma ci ha messo la faccia perché era suo dovere farlo.

E’ poi intervenuto Roberto Bertuzzi, componente della scorta, che ha raccontato i momenti drammatici vissuti a Padova quando Berlinguer, durante il comizio, fu colpito da un ictus, che lo condusse alla morte. Ha poi ricordato che lui era operaio e membro del consiglio di fabbrica della Voxson, e che dopo il rapimento di Moro fu chiamato dalla Federazione romana per dirgli che dal giorno dopo si doveva licenziare per andare a lavorare a Botteghe Oscrure, la sede nazionale del Pci.

Bertuzzi ha ricordato che il lavoro, di scorta e di protezione del segretario, era supportato dal partito in modo completo. E’ stata un’esperienza straordinaria, segnata sempre da un’accoglienza entusiastica della gente che accompagnava Berlinguer in qualunque posto si recasse, ad eccezione dell’episodio squallido del congresso socialista quando Berlinguer fu accolto da una valanga di fischi con l’aggravante della frase di Craxi che invece di scusarsi disse “io non ho fischiato perché non sono capace di fischiare”.

Ha concluso Luca Telese che ci ha tenuto a dire “ricordiamo Enrico nel nome di Girolamo” e ha  ricordato di avere avuto la fortuna giovanissimo di conoscere Mommo, ai tempi di Rifondazione Comunista alla Camera. Ha voluto raccontare questa storia perché è una storia bellissima e perché è la storia d’Italia. Telese racconta di come, nel 1969, Berlinguer diventa vicesegretario del partito e, quindi, predestinato a diventare segretario, battendo la concorrenza di Giorgio Napolitano che pure partiva da una posizione di maggiore forza all’interno del Partito. Longo aveva una predilezione per questo giovane compagno, schivo e austero che non voleva mai mettersi in mostra.

Quando Berlinguer assume questo incarico siamo nel pieno della contestazione studentesca, della strategia della tensione con la strage di Piazza Fontana, dell’autunno caldo, della guerra in Vietnam e nel 1970 poi ci sono i fatti  di Reggio e il tentativo di colpo di Stato fascista di Junio Valerio Borghese. A proposito della rivolta di Reggio, ricorda che la rivolta fu fermata politicamente dagli operai che vennero a Reggio per partecipare alla grande manifestazione del 1972  “Nord e Sud uniti nella lotta” che rappresentò un  punto di svolta per affermare con chiarezza che Reggio Calabria è parte a pieno titolo della Repubblica italiana. “Immaginavo il libro come un film di Sergio Leone, quelli che iniziano con le facce e tu già guardando la faccia già capisci la storia.

Ecco guardate la faccia di Roberto, tu fai un primo piano, ci metti una musica di Morricone e c’è già una storia. La storia di un ragazzo poverissimo, orfano due volte, cresciuto nei collegi, operaio alla Voxson e che trova nella dignità del lavoro il riscatto di una vita. Uomini come Roberto hanno fatto grande il Pci svolgendo il difficile lavoro di protezione del Segretario”. Berlinguer  diventa comunista, ma alle spalle ha gli ideali libertari della sua famiglia. Memorabile la risposta che diede a Enzo Biagi in una famosa intervista del 1972 : “a vent’anni ho fatto una scelta di vita di stare dalla parte dei diseredati, degli oppressi, dei più poveri e di coloro che non hanno diritti”.

E’ la chiara affermazione di stare da una parte anche quando si perde, come nel caso della Fiat, in quell’inizio della grande battaglia tra il capitale e il lavoro che il capitale ha vinto. “Oggi il partito non c’è più, ma io dico che questa storia non è nostalgia ma la radice che ci consente di mantenere un radicamento. Ho iniziato a scrivere questo libro pensando che fosse un libro di storia o di nostalgia e, invece, ora penso che questo libro è il modo che abbiamo per pensare cosa sarà il futuro, forse saranno i nostri figli, forse sarà qualcun altro, però le bandiere della giustizia e dell’uguaglianza dovranno sventolare ancora”.

E allora se devi tornare ad una politica che è stata bella devi tornare a Berlinguer, al Berlinguer che nel 1983 in una lunga intervista a Giovanni Minoli, alla sua domanda che dice “lei ha qualcosa di cui va veramente orgoglioso?”,  risponde così “ Si. Non aver mai rinnegato gli ideali della mia giovinezza”. La cosa più bella che un uomo può dire perché alla fine può affermare “non l’ho fatto solo per me ma l’ho fatto anche per gli altri”

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