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Donne e sanità

Dai punti nascita alle case della maternità, le donne vogliono riappropriarsi del parto

Al Gom le mamme sono informate per gestire il rooming in, a Melito il consultorio H12 prende in carico l'intera gravidanza. Ma l'obiettivo è realizzare anche nell'Asp reggina l'integrazione territorio ospedale

“Mi dicevano soltanto lei è troppo ansiosa, lo hanno detto anche a mio marito... mio figlio l’ho visto un attimo e poi lo hanno portato via, non ho potuto allattarlo ed è quello che mi dispiace di più”. “Se dicevo che ero stanca e non avevo la forza di prendere la bambina, che avevo paura di farla cadere, mi rispondevano che non ero né la prima né l’ultima a partorire". “Ho passato ore interminabili sveglia, piangendo con la bambina in braccio, sperando di non doverla cambiare perché avrei dovuto alzarmi e pensavo che non ce l'avrei fatta, ero già caduta una volta andando in bagno”. 

Sono alcuni dei racconti delle madri che in questi giorni nelle community hanno ricordato il trattamento ricevuto dopo il parto in alcuni ospedali della Calabria. Fatti che risalgono fino a un decennio fa, ma nessuna ha dimenticato: una sola storia finita in dramma risveglia tutto. E per scoprire che la maggior parte ha vissuto situazioni di abbandono e spesso ostilità non occorre cercare testimonianze esemplari. Basta chiedere a un'amica o una collega, ed è più difficile trovare le fortunate a cui non è successo.

Donne che con l’immensa gioia di avere dato la vita ai loro figli hanno scelto (dove possibile) il rooming in, procedura che consente alle madri di tenere in stanza con sé il proprio bambino nelle ore di osservazione o degenza dopo la nascita. Ma per molte, moltissime, non sono state rose e fiori e oggi lo dicono con l’hashtag #potevoessereio esprimendo solidarietà alla mamma romana colpita da un lutto terribile. 

Il rooming in, esperienza preziosa che si scontra con la carenza di organico

Quasi tutte le donne vogliono tenere subito tra le braccia i loro bambini: per questo il rooming in è la scelta ampiamente più diffusa rispetto al nido ospedaliero. La dottoressa Isabella Mondello, responsabile dell'unità di neonatologia nel Grande Ospedale Metropolitano di Reggio, ha una lunga esperienza in una struttura dove questa metodologia è consolidata da anni. “Quando sono arrivata, nel ’99, era già una pratica standardizzata – dice - e l’ho considerato un aspetto molto positivo, di avanguardia per quei tempi. Si tratta di un momento molto importante perché permette di non interrompere il contatto che si crea subito dopo la nascita e influisce sull'attaccamento dando sicurezza al bambino, ma soprattutto favorisce l’allattamento. Infatti è approvato e fortemente raccomandato da Oms e Unicef”.  

Il dramma del neonato morto nel letto d’ospedale con la sua mamma, stremata dalla fatica del parto, ha riacceso il dibattito sulla solitudine delle partorienti e su come debba essere gestita questa relazione in stanza che le donne richiedono con amore e desiderio di stare insieme ai figli appena nati, ma spesso si rivela faticosa da affrontare, se non traumatica. “E’ la volontà di quasi tutte le madri – conferma la dottoressa Mondello – rispetto all’alternativa di tenere il neonato nell’area nido e farlo venire in stanza solo per allattare, ma se ci vengono comunicati problemi di qualunque tipo, compresa la giustificata stanchezza del parto teniamo temporaneamente il bambino al nido per permettere alla donna di riposare, finché non sarà nelle condizioni giuste. Il parto non è una passeggiata, né dal punto di vista fisico né da quello psicologico, e ogni situazione di stress va presa in considerazione individualmente. Le donne devono essere ascoltate, altrimenti si espongono a rischi sia mamma che bambino”.

Isabella Mondello

Alla base del rooming in c’è la corretta informazione. “Facciamo molta sensibilizzazione per spiegare come comportarsi con un neonato - continua Mondello - ma è importante la preparazione che è già stata acquisita, ad esempio con i corsi pre parto”. Ma se c’è una richiesta di supporto, il personale è sufficiente? “Non come vorremmo, le esigenze sono tante e ne servirebbe di più – ammette la neonatologa – purtroppo le carenze d’organico sono un disagio della nostra sanità, non soltanto nell’ospedale di Reggio, un problema con il quale dobbiamo fare i conti ogni giorno. In questo caso abbiamo messo sul piatto della bilancia il dover separare mamma e bambino o incentivare il rooming in anche se consapevoli che l’assistenza può non essere immediata, ovviamente informando la donna di come gestire questo momento ed evitando quei casi in cui la donna ci dice di non essere nello stato adatto. Non è mai facile fare la scelta giusta, ma pensiamo che la bilancia penda dalla parte di questo rapporto, preziosissimo per la crescita e il benessere del bambino”. 

Il vantaggio principale è quello dell’allattamento, un altro argomento controverso. Continuano ad essere moltissime le donne che si sentono inadeguate e sotto esame, o persino attaccate per la decisione di non allattare. “E’ una scelta personale che va sempre rispettata – precisa Isabella Mondello – però posso dire che nella mia esperienza ho visto pochissime le donne che non vogliono allattare, molte semmai sono preoccupate di non riuscirci, e se questo avviene non è mai colpa loro ma nostra. Sono convinta che anche l’allattamento debba diventare un tema di formazione, che inizi molto prima della gravidanza già come educazione di coppia”. Ma se qualcuna non volesse semplicemente per motivi suoi, ad esempio per non avere danni estetici al seno? “Ce ne sono, ma davvero pochissime. Anche questa motivazione va rispettata, come tutte le scelte consapevoli. A me dispiace quando si rinuncia per paura di non essere capaci e disinformazione, ecco quella sarebbe un’occasione perduta per madre e bambino”. 

Il consultorio H12 di Melito, isola felice dove le donne non sono mai sole

Dopo la serrata della pandemia, adesso gli ospedali stanno riaprendo alle visite dei parenti. Al Gom un caregiver della partoriente, se in possesso di tampone negativo, può restare ad assisterla in stanza nella notte successiva alla nascita con il tampone. Al momento è consentito solo alle pazienti che hanno avuto un cesareo. 

E c'è qualche isola felice, anche nel nostro territorio, dove le mamme non si sentono mai sole. Paola Infortuna, segretaria dell’associazione nazionale “Dall’Ostetrica” e ostetrica professionista nel consultorio familiare H12 presso l’ospedale di Melito Porto, un servizio attivo dal lunedì al sabato dalle 8 alle 20, che accompagna la donna dall’inizio della gravidanza in un percorso completo, non ama che si parli delle problematiche del suo lavoro solo quando un tragico fatto di cronaca accende il clamore mediatico: “Non occorre aspettare che si verifichi un dramma per sapere che in quelle 48 ore dopo il parto le donne, se non c’è nessuno ad aiutarle, sono estremamente fragili per gli effetti del cambiamento ormonale. Capita di avere un crollo perché quelle donne, provate dalla fatica del travaglio, sono stanchissime”. 

Come previsto dal piano di rientro, nella riorganizzazione della sanità territoriale il consultorio melitese è stato istituito nel 2010 dopo la chiusura del punto nascita dell’ospedale, uno di quelli falcidiati perché sotto gli standard qualitativi dell'accordo stato-regioni (meno di 500 parti annui, di cui una forte percentuale tagli cesarei). Il Gom reggino con i suoi 40 posti letto, il pronto soccorso ginecologico e la terapia intensiva neonatale, rappresenta l’hub provinciale di terzo livello dove confluiscono tutte le pazienti patologiche, per le nascite fisiologiche sono rimasti solo Locri e Polistena.

Nel consultorio di Melito, in applicazione del Dpgr regionale 28/2012, la presa in carico della donna dall’inizio della gestazione si realizza attraverso un percorso completo che prevede incontri di accompagnamento alla nascita e la redazione di un diario della gravidanza, con il quale la futura mamma arriva nel reparto ospedaliero attrezzato dove poi partorirà. Lì avviene spesso un corto circuito, perché la carenza di personale e le restrizioni all’assistenza dei familiari, eredità non ancora del tutto superata del Covid, lasciano la donna da sola in un momento a fortissimo rischio emotivo. “E’ un errore che il sistema sanitario si porta appresso dagli anni Settanta – commenta Infortuna - quando il parto in ospedale è stato trasferito in ospedale la nascita si è trasformata in un evento medicalizzato. Si sarebbe dovuto creare in parallelo un secondo binario per i parti fisiologici, dove l’unica professionalità competente è quella dell’ostetrica”. 

Paola Infortuna

Dopo anni nelle sale parto, oggi Paola Infortuna valorizza una relazione più profonda con le donne e madri che frequentano il consultorio. E racconta di un ambiente sereno e rassicurante (proprio come, sulla carta ma non sempre nella realtà, questi enti dovrebbero essere): “L’ostetrica ha il compito di comprendere la donna ed entrare in comunicazione con lei, rassicurarla nelle sue incertezze e nella conoscenza dei cambiamenti del corpo. Se vediamo la gravidanza come fisiologica, possiamo capire che alcune contrazioni non sono quelle del travaglio ma potrebbero essere dovute a tensione e stress”. 

Nell’area grecanica il consultorio di Melito è ormai un punto di riferimento per una popolazione estesa ai comuni di Bagaladi, Bova, Bova Marina, Condofuri, Montebello, Roghudi, Roccaforte e San Lorenzo. Durante il lockdown, nonostante fosse regolarmente attivo e all’interno dell’ospedale, alle utenti era vietato l'accesso e il telefono dell’ostetrica, sempre acceso, squillava senza sosta: “Senza supporto - ricorda la dottoressa Infortuna - le donne si sentivano perdute perché noi eravamo lì ma loro non potevano entrare. Però non abbiamo mollato, lavoravamo a distanza e siamo riuscite a fare anche i corsi preparto on line”. Nel 2021 l’organico era al completo con tutte le figure indicate dalla legge, oggi tra pensionamenti e uscite, le ostetriche sono tre, insieme a un assistente sociale, un pediatra e un amministrativo. In accordo con il reparto di ginecologia dell'ospedale, si possono eseguire lì le ecografie e lo specialista visita in consultorio due volte a settimana.

Servono rinforzi, ma non solo. Il difficile inizia dopo quell’attimo indimenticabile in cui un figlio viene alla luce. Nel consultorio c’è uno spazio mamma per il supporto all’allattamento materno, dove si svolgono tante attività, dai massaggi neonatali agli incontri informativi sul parto fisiologico dopo il cesareo. Che, ci dice l’ostetrica, non è più un obiettivo chimerico dalle nostre parti, anzi perseguito e raggiunto da molte donne. L’unico sos delle neomamme è l’angoscia di restare sole. Basterebbe colmare le famose 48 ore di salto nel vuoto, quando la felicità è minacciata dalla paura di andare a fondo e non avere nessuno accanto.

“La donna che frequenta il consultorio durante la gravidanza – spiega la dottoressa Paola Infortuna - ne conosce i servizi e torna dopo il parto, ma le altre, che sono state seguite privatamente, non sanno a chi rivolgersi, perché il lavoro del ginecologo privato finisce con l’ultima ecografia".

Le cose cambieranno quando sarà finalmente operativa anche nelle strutture dell'azienda sanitaria di Reggio l'integrazione territorio ospedale delineata dal Dpgr 28 (in Calabria è stata attuata a Cosenza e Catanzaro, solo la nostra provincia è negligente). Con l'applicazione delle linee guida sull’integrazione, l’ospedale potrà indirizzare le puerpere al consultorio di competenza territoriale, e se la donna è impossibilitata a recarsi, l’ostetrica la assiste a casa, su mandato dell’ospedale. 

Se in molti ospedali in affanno di organico il rooming in è lasciato interamente alla responsabilità della donna, cresce nella provincia di Reggio il numero di donne che decidono di partorire in casa. “Grazie alle libere professioniste ostetriche - ci dice la dottoressa Infortuna - anche da noi molte donne iniziano a richiedere l’assistenza domiciliare per il parto in casa. E’ un altro segnale importante di ritorno a un’idea di evento fisiologico, nel quale però la donna deve sempre avere un sostegno professionale”. 

In varie regioni italiane, tutte settentrionali, esistono leggi che prevedono la copertura finanziaria dell'assistenza per il parto in casa a carico dell'ente pubblico, e una proposta simile era stata presentata anche in Calabria nel 2015, senza però mai arrivare a conclusione per quasi dieci anni, ad oggi. Sarebbe, tra l'altro, l'unico esempio al Sud.

Nella stanza del consultorio di Melito ci sono disegni colorati, cartelloni con cicogne e cuori, immagini di mamme e bambini. Quindi nonostante le accuse di denatalità scagliate contro le donne in carriera, i figli si vogliono e si fanno ancora? “Assolutamente sì – dichiara Paola Infortuna – ma l’età delle prime gravidanze è aumentata e non certo per volontà delle donne. E’ una scelta obbligata perché manca il lavoro e non si può realizzare un progetto di famiglia senza sicurezza economica. E dopo i 40 anni diventa tutto più complicato dal punto di vista della freschezza mentale, più che farli nascere poi è faticoso crescerli, i figli”.

Anche per cambiare questo scenario sociale, l'integrazione territorio ospedale è un intervento sollecitato dalle associazioni del territorio, tra cui Donne Insieme di Condofuri, e da Comunità Competente. Ma il portavoce Rubens Curia, già dirigente regionale del dipartimento sanità e autore di un “Manuale per una riforma della sanità in Calabria”, sostiene da anni che nel consultorio di Melito esistano tutte le figure professionali necessarie per avviare un altro obiettivo pionieristico per il territorio, una Casa della Maternità, struttura extraospedaliera e non medicalizzata che in un ambiente familiare e con le caratteristiche di un'abitazione, offre l’assistenza specialistica ostetrica alla gravidanza, il parto e il puerperio fisiologici. 

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