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Sabato, 25 Giugno 2022
Il racconto

Nel diario di Tonino Perna la città che non vuole cambiare e un decalogo per il futuro

E' stato presentato il libro scritto dall'ex vice sindaco di Reggio Calabria, i problemi affrontati da amministratore e il mancato feeling con Giuseppe Falcomatà

Un diario di un’esperienza politica che poteva nascere molti anni prima e che è finita anticipatamente, forse troppo presto, dopo aver sbattuto il muso contro quel “muro di gomma” che non fa crescere Reggio Calabria.

Tonino Perna, per tutti il professore Perna, ha messo nero su bianco i suoi 285 giorni passati a palazzo San Giorgio, nell’ufficio del vice sindaco: “una stanza davvero bella, luminosa, spaziosa, anche troppo grande per i miei gusti”, e Franco Arcidiaco ha deciso di raccogliere questi appunti e trasformarli in un libro, intitolato: "Diaro: 285 giorni a Palazzo San Giorgio".

Ne sono venute fuori oltre centosessanta pagine interessanti, fluide che aprono scenari inediti sulla vita di palazzo, senza cedere alle tentazioni del gossip, su come si move la politica cittadina, su come ha reagito la città alla pandemia da Covid-19, su quanto sia difficile fare l’amministrare pubblico a queste latitudini.

“Obiettivo di questo diario - scrive Perna nella prefazione del libro che è stato presentato dalla casa editrice “La città del sole” durante un incontro pubblico al quale hanno preso parte anche i giornalisti Paola Suraci e Mario Meliadò - non è quello del gossip, del raccontare le trame occulte della politica, ma quello di far conoscere la fatica e le difficoltà dell’amministrare in una città del Mezzogiorno, di mettere a nudo le parti arrugginite della macchina comunale, di andare al di là dello specifico locale per tentare di affrontare questioni che sono presenti in tante città del Sud, e non solo”.

Una fatica giornaliera, fatta di incontri ufficiali, di telefonate, di frustrazioni, di “idee improvvisate”, di dipendenti comunali da ridestare e di problemi annosi - come quello della gestione dei rifiuti - difficili da risolvere, di un Coronavirus che non molla la presa e non smette di mietere vittime, il tutto “in una Calabria mi mano ai giocolieri e con la Regione allo sfascio”.

Scorrendo le pagine del libro, poi, si intuisce che il rapporto fra il sindaco Giuseppe Falcomatà e quello che era stato chiamato in giunta per essere il suo braccio destro non è stato proprio idilliaco, dall’approvazione del bilancio alla gestione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti.

Su questo tema, Tonino Perna racconta di un incontro con Capitano ultimo, l’ex assessore regionale all’Ambiente, e di un messaggio al vetriolo ricevuto dal sindaco Falcomatà. “Sulla discarica di Melicuccà - scrive il professore - chiedo se è possibile avere una relazione indipendente da parte di un geologo di chiara fama in modo da fugare ogni dubbio. Infine sull’inceneritore di Gioia Tauro chiedo lumi sul perché non è stato completato l’impianto e gli prospetto la possibilità di far venire dei tecnici dalla Lombardia per darci una mano. Gratuitamente. La sera su whatsapp mi arriva un messaggio del sindaco che in breve mi chiede conto del perché sono andato dall’assessore regionale all’ambiente e gli ho parlato del- la discarica di Melicuccà. Conclude dicendo che non ho la delega ai rifiuti. Il tono è pesante, ma non offensivo. Spiego i motivi che mi hanno spinto a farlo. Inutilmente”.

Le ultime pagine del libro-diario di Tonino Perna sono quelle che rinfrescano i ricordi del 19 e del 20 novembre dello scorso anno, delle ore in cui il sindaco Falcomatà, messo fuori gioco dalla sentenza di primo grado del processo “Miramare”, decide di assegnare a Paolo Brunetti la delega di vice sindaco e, quindi, di sindaco facente funzioni della città di Reggio Calabria e mettere da parte il professore.

Quell’ordinanza non è andata giù a Tonino Perna: “Non capisco. Vengo sostituito da vicesindaco, ma resto con le deleghe assessorili. Scopro - si legge nel libro - che il sindaco ha preso questa decisione un’ora prima che venisse ufficializzata la condanna per il processo Miramare.  Tre giorni fa eravamo seduti in Consiglio Comunale uno accanto all’altro. Mi poteva fare un cenno, invitarmi per un caffè e spiegarmi che lui, per ragioni sue insindacabili, doveva mettere l’assessore all’ambiente Brunetti al mio posto. Se ne poteva discutere e trovare una via d’uscita onorevole per entrambi. Non ne ha avuto il coraggio”.

Il giorno dopo, nel suo diario l’ormai ex vice sindaco di Reggio Calabria, annota quello che potrebbe essere il suo manifesto politico e amministrativo, un decalogo con un ultimo punto amaro. “Da questa sfortunata esperienza ho ricavato alcuni insegnamenti che hanno a che fare con il futuro di questa città”.

Primo:” ci sono una infinità di problemi per cui è impossibile pensare di risolverli tutti o di inseguire le emergenze. Serve una scala di priorità, a partire dall’occupazione giovanile: bloccare la fuga delle nuove gene- razioni e incentivarne il ritorno”. Secondo: “ci vuole una squadra affiatata, con una forte motivazione etica e una visione comune”.

E ancora, terzo: “è urgente riportare la pianta organica almeno a livello del 2010, ma con concorsi seri che immettano nella struttura del Comune giovani preparati e motivati". E, poi, il quarto punto: “bisogna che i cittadini si organizzino, a partire dai Comitati di quartiere, per far sentire la loro voce, le loro proposte, la loro voglia di cambiare questo insostenibile modus operandi".

Quindi, il quinto punto: “bisogna lasciare che i cittadini e/o le imprese adottino spazi verdi, beni comunali, demaniali, confiscati, abbandonati”. Sesto: "implementare i contratti di responsabilità sociale e territoriale in tutti i campi dove è possibile”. Settimo: “consultare i cittadini utilizzando il referendum come strumento di democrazia diretta, anche attraverso internet per abbattere i costi”.  Ottavo: “promuovere l’Unione tra la Città metropolitana di Reggio e quella di Messina”. Nono: “rilanciare il ruolo dell’Area dello Stretto nel Mediterraneo, a partire da un salto qualitativo delle nostre tre Università”. E, infine, decimo: “ci vorrebbe un miracolo”.

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