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L'evento / Teatro Cilea

Il maestro Piovani regala un inno alla bellezza delle emozioni

Ospite conclusivo del premio Cosmos, il compositore premio Oscar ha incantato gli spettatori in un teatro Cilea gremitissimo

La musica è pericolosa perché, come il primo amore, svela una bellezza travolgente e profonda, e dopo averla conosciuta non si è più gli stessi di prima. Al teatro Cilea, Nicola Piovani, eccezionale ospite della serata conclusiva del premio Cosmos, presenta (in una versione ridotta) lo spettacolo tratto dal suo omonimo libro e il cui titolo è ispirato a un pensiero dell’amico Federico Fellini, ma il terribile incantesimo della musica esisteva già al tempo degli antichi greci con il mito del canto delle sirene. Davanti a un pubblico adorante e da pienone, il maestro, insieme ai musicisti della Compagnia della Luna, introduce ogni brano con aneddoti, memorie e confidenze che gli spettatori apprezzano molto – e non potrebbe essere diversamente, giacché ogni racconto del compositore è un piccolo dono di vita e condivisione d’arte con signori che si chiamano Fellini, De André, Benigni, Mastroianni.

Siamo nel cuore della Magna Grecia e l’incipit è con “Partenope”, brano che evoca la malìa delle creature metà donna e metà pesce, leggenda che Piovani geolocalizza al largo del mare campano, ma altre tesi riconducono alle isole Eolie. “Alla fine di un concerto in Sicilia – racconta scherzando - mi fermò un uomo per farmi i complimenti ma anche correggermi perché le sirene, mi disse, erano qui, sono una cosa nostra. Io continuo a propendere per l’origine campana, ma da allora, quando suoniamo in Sicilia, noi comunque diciamo che le sirene erano nelle acque delle Eolie”.

Dovendo comprimere la scaletta originale dello spettacolo (quello di ieri sera non era un concerto tout court ma una preziosa presenza d’onore legata al festival Cosmos), Piovani fa una selezione, con scelte inconsuete. Della colonna sonora da Oscar per “La vita è bella” propone i pezzi più celebri e anche un bis accolto dalla platea con gioiosi battimani, però quando parla di Benigni non lo fa per questo osannato film, ma per la canzone “Quanto t’ho amato”, testo del regista toscano e di Vincenzo Cerami scritto per la musica composta da Piovani su precisa richiesta di una melodia ultrasentimentale. Un brano caro a Piovani, con un po' di orgoglio narcisistico, anche per quel verso "nell'amor le parole non contano, conta la musica", endorsement degli autori alla superiorità della melodia sulla letteratura.

Sul filo dei ricordi, per il pubblico del Cilea si eseguono le famose arie dai film felliniani (“L’intervista”, “Ginger e Fred”) e qui le teste degli spettatori ondeggiano seguendo le note; e ancora “Caminito” e “Il bombarolo”. Per la prima, tango argentino di Filiberto Juan de Dios interpretato da Marcello Mastroianni su un set a Buenos Aires e riscritta da Piovani (che ascoltando l’amico aveva avuto un colpo di fulmine), il maestro recupera la registrazione dove l’inconfondibile voce dell’attore risuona con l’accompagnamento del pianoforte. Però stavolta il pianista non può leggere il labiale per stare dietro al ritmo discontinuo di Marcello – lui non c’è, dobbiamo esercitare il rimpianto nelle gigantografie sullo sfondo dell’orchestra, che commuovono anche Piovani. Per la seconda canzone, che fa parte del concept album “Storia di un impiegato” di Fabrizio De André, il compositore rivela che il riff era nato dalla reminiscenza infantile di tre rintocchi di campane suonati dalle suore di un convento romano. A questo evento s’intreccia l’esperienza in radio Rai che fece vedere sul campo a Piovani il funzionamento della censura. Sui dischi ritenuti disdicevoli facevano un taglietto, in modo che la puntina s’incagliasse e non si corresse il rischio che qualche programmatore, nonostante i divieti, mandasse i dischi incriminati. “Vi lascio immaginare – dice Piovani – quanti tagli avessero i dischi di De André. Il bombarolo fu uno dei più censurati, era considerato un testo eversivo. Eppure l’ho scritto pensando alle campane delle suore di Ivrea, ignare che avrebbero ispirato qualcosa che, non capisco perché, fu reputato scandaloso”.

Soleva dire Fellini che “due note messe in fila hanno la capacità di strangolarmi di emozioni”, tentando di spiegare perché la musica fosse pericolosa. Perché quando si è colpiti da emozioni forti si deve mettere in conto il “naufragio”, la sopraffazione e poi l’abbandono. “E’ vero, per non soffrire possiamo scegliere la tranquillità e la sicurezza – commenta Piovani – ma quella non sarebbe vita”. Vivere nella folgorazione è un rischio che vale la pena di correre. Della musica, e di questo bombardamento sensoriale ed emotivo, il compositore è innamorato sin da quella prima volta in cui quel tipo di bellezza così simile alle brucianti passioni adolescenziali lo conobbe ascoltando la banda di un paese e scrutando la reazione rapita di bambini e adulti che aspettavano come una grande festa il passaggio dell’edicola votiva e dei musicisti con il loro ritmo in crescendo. E quella suggestione è diventata poi l’idea della sigla degli spettacoli di Roberto Benigni. “Credo che le bande paesane – spiega – facciano il tipo di musica più identitaria dell’Italia, fa parte delle nostre radici”.

Dopo la consegna di una maschera apotropaica firmata Gerardo Sacco (autore dei premi Cosmos), Piovani ricambia la standing ovation del pubblico reggino con una dedica a tutti i talenti nascosti che nessuno scoprirà mai e invece avrebbero potuto essere geni come Johann Sebastian Bach, del quale godiamo l’eterna arte grazie ai buoni uffici di Mendelssohn. “Chissà quanti di loro sono scomparsi come accadde ai musicisti nella buca degli anni del cinema muto, potenziali grandi artisti ma sconosciuti solo perché non trovarono la persona o il momento giusto”.

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