Domenica, 25 Luglio 2021
Cronaca

Interessi al 200% e minacce, decapitata la rete dell'usura gestita dai clan Longo-Versace

Operazione "Libera Fortezza" di carabinieri e guardia di finanza. In manette 22 presunti affiliati alle cosche del mandamento tirrenico della provincie reggina. Sequestro beni di oltre 5 milioni di euro

La conferenza stampa degli inquirenti

Tasso usurario superiore del 200% a quello "soglia", minacce ed estorsioni sono la genesi dell'operazione "Libera Fortezza". Il blitz, eseguito dal comando provinciale dei carabinieri con il supporto dei Reparti territorialmente competenti, dello Squadrone carabinieri eliportato "Cacciatori" e dell’8° Nucleo elicotteri di Vibo Valentia, in collaborazione con i militari del Comando provinciale della guardia di finanza di Reggio Calabria, e coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, diretta dal procuratore capo Giovanni Bombardieri, ha decapitato una vera e propria rete di usurai ed estortori, facente capo alla cosca di ‘ndrangheta "Longo-Versace", del mandamento tirrenico della provincia reggina.

La rete di estorsori

L'inchiesta ha portato all'arresto di 22 persone, provvedimento emesso da Caterina Catalano, gip del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta del procuratore aggiunto Calogero Gaetano Paci e dai sostituti procuratori Giulia Pantano e Sabrina Fornaro.

I nomi degli arrestati

La "rete", attraverso i suoi affiliati e avvalendosi della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento e omertà del territorio, aveva lo scopo, spiegano gli inquirenti: "di conseguire vantaggi patrimoniali dall’erogazione di prestiti usurari a imprenditori e commercianti in difficoltà economiche e dall’imposizione di pretese estorsive; creare un sistema di pronta reperibilità del credito, basato sulla concessione abusiva di finanziamenti al di fuori del circuito bancario autorizzato, acquisendo direttamente o indirettamente la gestione e/o il controllo di attività economiche nei più svariati settori, per poi riciclare il denaro attraverso il reimpiego di assegni "in bianco" pretesi dalle vittime, con la compiacenza di altri imprenditori.

Mantenere il controllo egemonico sul territorio, attraverso la sottoposizione delle vittime ad una condizione di dipendenza economica, ma anche attraverso il compimento di atti intimidatori; commettere delitti contro il patrimonio, contro la vita e l’incolumità e individuale e le armi, e
intervenire nelle controversie altrui al fine di consolidare il controllo egemonico del territorio.

Tra queste ultime, numerosi sono gli episodi in cui i sodali si rivolgevano ai vertici dell’organizzazione per risolvere in proprio favore minacce ricevute, danni, truffe subite, ma anche per la raccolta della legna, o risolvere il problema della concorrenza di altri esercizi commerciali".

La vittima di usura

L'attività investigativa, avviata dalla Compagnia carabinieri di Taurianova nel 2014 e successivamente integrata e riattualizzata, con ulteriori indagini dei carabinieri e anche con l’apporto specialistico del Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza di Reggio Calabria, ha acclarato ripetute condotte delittuose anche molto recenti.

Tutto trae origine da un mirato controllo dei carabinieri della Stazione di Polistena, effettuato nei confronti di un imprenditore locale, che confidava ai militari le numerose difficoltà economiche che stava attraversando e di essere sotto il giogo di esponenti della criminalità organizzata locale. L’uomo, infatti, era stato costretto a ricorrere a svariati prestiti, risultati poi usurari e attuati con modalità estorsive.

Interessi stratosferici

In questo contesto, la Procura della Repubblica per meglio delineare la situazione ha delegato al locale Nucleo di polizia economico finanziaria delle fiamme gialle, appositi approfondimenti sulla natura dei prestiti personali pattuiti tra i sodali e le vittime.

A conclusione degli accertamenti i finanzieri hanno riscontrato il superamento, in tutti i casi accertati, del tasso “soglia” previsto per legge "ovvero del limite oltre il quale, nella restituzione di un prestito, si commette il reato di usura, calcolando in circa 144 mila euro gli interessi, indebitamente, corrisposti dai malcapitati, anche attraverso condotte estorsive aggravate dal metodo mafioso.

Da 15 a 55 mila euro di interessi

"Si pensi - continuano gli inquirenti - per esempio, che in uno degli episodi di usura, a fronte di un prestito personale originario di 15 mila euro, un imprenditore ha restituito in circa due anni, attraverso minacce e pressioni degli indagati derivanti dallo loro vicinanza da ambienti criminali, ben 55 mila euro a titolo di soli interessi, corrisposti ad un tasso usurario superiore del 200% a quello soglia, restando comunque debitore per la restituzione del capitale".

La modalità di azione

La complessiva indagine, ha consentito di delineare anche una comune modalità di azione degli indagati, che "dopo aver accuratamente individuato la vittima bisognosa e dopo aver concesso il prestito in denaro, ottenevano la promessa di restituzione di un importo decisamente maggiorato di un tasso d’interesse variabile, comunque sempre molto oneroso e nei fatti insostenibile per le vittime (in alcuni casi è stato imposto anche il 27% d'interesse su base mensile). All'atto della dazione del prestito in contanti, i sodali si facevano consegnare assegni “in bianco”,
di un importo comprensivo del capitale prestato e dell’interesse del solo primo mese, a titolo di garanzia in caso di inadempimento; dopo la dazione del prestito, la vittima era obbligata al pagamento di interessi mensili aggiuntivi fino a quando non fosse riuscita a restituire in un’unica soluzione, il capitale sommato all’interesse.

In  caso di mancato pagamento le vittime venivano minacciate oppure subivano azioni intimidatorie, facendo leva sull’appartenenza all’ndrangheta degli interessati alla restituzione.

"Alcune - spiegano ancora gli inquirenti - assumevano il ruolo ambiguo di tramite per far pervenire le minacce dei sodali a terzi soggetti, o, a loro volta, tentavano di saldare il proprio debito facendo da tramite per elargire altri prestiti usurai; reavano un articolato sistema di riciclaggio, con il coinvolgimento di più persone, finalizzato alla sostituzione di una grande quantità di assegni di provenienza delittuosa con denaro contante, che a sua volta continuava ad alimentare il sistema illecito di finanziamento".

L'organigramma della cosca

"Libera Fortezza" ha colpito capi, discendenti e gregari della cosca di ‘ndrangheta Longo Versace. Gli investigatori hanno documentato i rispettivi ruoli, ricoperti all’interno del sodalizio mafioso, ed in particolare: Luigi Versace, Domenico Giardino e Diego Lamanna, quali capi ed organizzatori della cosca, avevano compiti di decisione delle modalità di gestione degli affari del sodalizio, di individuazione delle azioni delittuose da compiere, di valutazione della solvibilità dei debitori e di composizione delle conflittualità tra gli affiliati o con terzi appartenenti a cosche differenti; Vincenzo Rao, aveva il ruolo di organizzatore e gestore dei rapporti economici della consorteria con i numerosi debitori, destinatari di continue erogazioni del credito, nonché quale ‘contabile’ delle pendenze creditorie non ancora soddisfatte e riferibili al sodalizio.

Claudio Circosta, Francesco Circosta, Fabio Ierace, Francesco Longo, Cesare Longordo, Vincenzo Politanò, Maria Pronestì, Antonio Raco, Mariaconcetta Tibullo, Andrea Valerioti, Antonio Zerbi nel ruolo di partecipi all’organizzazione di tipo mafioso, con compiti di esecuzione degli ordini e direttive dei capi, e con funzioni operative manifestatesi nel porre in essere quotidiane azioni intimidatorie, volte a mantenere il controllo del territorio polistenese, nel procacciamento delle vittime dei reati contro il patrimonio, nella riscossione dei proventi dei reati, e nella cooperazione con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso del gruppo.

Giovanni Sposato e Francesco Domenico Sposato esponenti dell’omonima cosca operante in Taurianova, pur non ritenuti affiliati alla cosca Longo-Versace, hanno fornito determinante contributo alle finalità del sodalizio polistenese, facendo desistere, mediante minacce, due imprenditori di Taurianova ad avviare un bar-pasticceria a Polistena, concorrente ad analoga attività commerciale di Mariaconcetta Tibullo (vicenda ricostruita grazie agli accertamenti investigativi paralleli, svolti dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria).

I legami di parentela

Tra gli indagati emergono anche figure legate da vincoli di parentela con gli storici capi cosca di Polistena, a conferma della solidità del principio familistico della ‘ndrangheta, ed in particolare: Luigi Versace, figlio di Antonio Versace, cl. 1952, temuto esponente di vertice della criminalità organizzata polistenese nel periodo a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, ucciso a Polistena il 7 settembre 1991 insieme al fratello Michele, durante una plateale esecuzione mafiosa, e di Maria Violetta Longo, figlia del patriarca Luigi Longo, cl. 1918; Diego Lamanna, genero di Domenico Longo, cl. 1948, a sua volta figlio del predetto defunto boss Luigi Longo, cl. 1918; Domenico Giardino, genero di Francesca Longo, cl. 46, anch’ella figlia del citato defunto patriarca Luigi Longo, cl. 1918.

Rocco Longo, cl.1993, figlio di Francesco Longo, cl. 1968, detto “Ciccio Mazzetta”, anch’egli tra gli odierni arrestati ed esponente di assoluto rango nel contesto della criminalità organizzata locale, figlio del defunto boss Rocco Longo, cl. 31, e fratello di Vincenzo Longo, cl. 63, anch’egli noto esponente della cosca, processato e condannato già nel processo “Crimine”.

Francesco Circosta, genero del defunto Antonio Versace, cl.52; Vincenzo Rao, figura centrale nell’indagine, è legato da vincoli parentali acquisiti con  Giovanni Longo, cl. 66, esponente apicale dell’omonima cosca, già condannato in via definitiva nell’operazione "Scacco Matto".

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