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Martedì, 7 Febbraio 2023
Cronaca

Le "intelligenze" fra Cosa nostra e 'Ndrangheta dietro la strategia stragista

Il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo chiude la sua requisitoria nel processo "Ndrangheta stragista" e cita Schopenhauer: "Ogni verità, anche quella processuale aggiungo io, passa attraverso tre fasi, prima viene ridicolizzata, poi viene violentemente contestata e, infine, viene accettata come ovvia”

“Quando si chiude un processo si chiude una fase della propria vita. Oggi è una giornata importante, una giornata in cui il programma è ambizioso”. Giuseppe Lombardo, Procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, aprendo il suo ultimo intervento della requisitoria finale del processo “Ndrangheta stragista” che vede alla sbarra Giuseppe Graviano e Rosso Santo Filippone accusati di essere i mandati degli attentati ai Carabinieri dei primi anni novanta in Calabria, ha fatto ricorso alla filosofia per prepararsi a chiudere un’attività processuale che potrebbe riscrivere la storia degli ultimi trenta anni della Repubblica italiana.

“Ogni verità diceva Schopenhauer - anche quella processuale ha aggiunto il Procuratore aggiunto - passa attraverso tre fasi, prima viene ridicolizzata, poi viene violentemente contestata e, infine, viene accettata come ovvia”.

Una verità processuale che l’ufficio di Procura sta provando a trasformare in una verità storica, una verità in cui si “incrociano acquisizioni investigative fatte in terra siciliana e quelle fatte in Calabria, tutte ricollegate alla sigla Falange armata”. Pagine di storia che raccontano, da una visuale diversa, la stagione tragica che scosse l’Italia fra il 1992 e il 1994 “con azioni che dovevano apparire di tipo terroristico”. 

“Tutto si inserisce - ha spiegato Giuseppe Lombardo - in un disegno in cui componenti mafiose si muovono accanto a componenti originariamente di altra natura per affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, le responsabilità penali che stiamo cercando di accertare in questo processo”.

Per il pubblico ministero fra Cosa nostra e ‘Ndrangheta vi furono, usando un termine militare, delle “intelligenze”: un rapporto che non potrà mai e poi mai essere definito casuale.

Un rapporto diretto e stabile che, per il magistrato reggino, diede corpo a quella “strategia stragista che aveva un segno distintivo indelebile: attaccava consecutivamente una serie di obiettivi simbolici omogenei: una prima fase in cui vennero attaccati i politici, una seconda fase in cui vennero attaccati gli acerrimi nemici Falcone e Borsellino, una terza fase caratterizzata dagli attacchi simboli patrimonio artistico ma anche e soprattutto a simboli ecclesiastici e, infine, c’è stata la stagione in cui l’attenzione si sposta su uno dei simboli più rappresentativi dello Stato, in cui l’attenzione si sposta sui carabinieri”.

Carabinieri come Antonino Fava e Vincenzo Garofalo che, nel gennaio del 1994, vennero uccisi sulla Salerno-Reggio Calabria e per la cui morte l’ufficio di Procura è sicura di aver individuato anche i mandanti. 

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